Del Pigna.. 107. è il fatto, la quale efecu'zione inoltra ben maggiormente la grandezza dell’ ira* edèlfodio, ma non tantoché la parola non fignificfii più, quale fi a la mente ffóllra . Ónde perchè il proprio della parola è d’efplicare il concetto, fi. fimi dire,, che gli atti della perfona parlano, quando agli occhi, .all’appetto , ed a’ movimenti palefiamo fdegno , o amore2, o affanno, ©allegrezza, 0 ùmili altre paliioni,d’efficaciadella quale mancano a fatti,- . 22p.Se ripercuoti ¿hi te ha percoffo, non ricuperi tanto l’onor tuo,quanto che fenza che tu il percuoti egli levi con la bocca Tua l’ingiuria della per-eofiàche-'t’ha.dato- ■* ■? • . 230. Torre F onore ad alcuno è torre 4ui per quanto fi può dalla buona opinione, effe fe n ha; però io il batto per trattarlo da uomo , che meriti ca-fligo : e tali non fono gli uomini onorati. : 231. Quanto.a me avendolo iti mal conto , e volendo, effe col reftarmi inferiore fia avuto per tale anche dagli altri, ho voluto batterlo. Quanto a lui, affinch’ egli non velli mquefta mala credenza appretto il Mondo, la cura fua ha da effefff, eh’ io revochi quella opinione , in che io -il teneva. < 2 32.. Nèdiòftpuò avvenire, qualora io annulli rifatto, perchè il fattonon può efferé non fatto. Le parole iti quello accidente'fono al propofito; perciocché ficcotne non l’effetto, ma l’intenzione dell’ offenditore offefe colui, così l’intenzione mèdefima col mezzo delle parole gli leverà 1’ offefa, rivo-eandofi con le parole, non effo fatto; ma effa intenzione, al celiare della cui ingiuria, detta ancheU’-ingiuria del fatto ,4 , . ‘233. Come le parole debbiano aecpmodarfi, acciocché fi dia la debita fa-tisfazione, 1’ abbiamo moilrato di fopra. Reità che ributtiamo la fentenza di coloro, che quando il cafo foffe grave, in luogo del fatisfare con parole ricercavano, che fi fatisfaceffe F offefo di fatti con una libera remiffione iti lui, licch’ egli ancora poteffe co’ fatti rifentirfi,-ed a quello modo riavere f onor Tuo . . • t . ...” . .... 234. Il rimetterà nafee dalTatto* che fa uno, che fia fiato vinto in ifieq- Q,ato,-e che s’arrende, perchè arrendendofi viene;a confettarli perditore;, ed è in potefià del vincitore a pigliar di lui con le Tue -piani tutta quella fatis-fazione che yóole, " ~ . e . . 235:. Dico primieramente , che T arrenderà è diverfo, e minor male; perchè a gli arrefi non fi fuole far’ altro , che farli fpogliare dell’arme, ed a quei*, che fi rimettono $. s’è dato alle volte caftigo nella vita o fevero, o vituperalo - • . , • • ■ , ■, ■ 235. La feconda ragione è, che ognuno, che ? arrende, non è infante, potendo occorrere., che ciò avvenga non per colpa noftra, ma per difgrazia, 0 per la foverchia forza, 0 per l’arte del nimico. In quelli cafi quando altri ha moftro ogni Legnò d’ intrepidezza , ® che è àj partito , che fen-. za potere nè falvarfi , nè vendicarfi reitera morto, può arrenderà ; ma in quella parte però fidamente , effe concerne la vittoria, cioè nel confettare d’ aver,-perduta -la vita, ma non quanto alla querela, ficchè non confetti da fe fteffo-a’cuna triffizia contrada propria -cpfcienza.' O 2 237. Ma