Di Lodovico Antonio Muratori. 17 rendo Vìtium vel maximum effe , a vulgari genere orationis , ntque a con-fuetudine communi^ fenfus abhorrere . Hanno perciò da confiderare i cotanto ingegnofi Predicatori , qual fia il loro Stile , cioè se così ornato, intralciato np’ periodi , elevato ne’ ientimenti , e nelle maniere di dire , che fi diparta dalla comune intelligenza. Quando ciò foffe, nieghino , se poffono , Vìtium hoc vel maximum effe, e che fia un lor grave difetto. Veggano, se mai di loro fi poteffe dire ciò , che ’1 Maeftro medefimo quivi fcriffe : Quod rette dici poteft , amore verborum ; & quei, fatis dìttum efl, repetìmus ; & quod uno verbo patet, pluribus oneramus ; & pleraqus /tonificare melius putamus , quam dicere . Quid ? quod nibil jam proprium placet , dum parum creditur difertum , quod & alius dixijjet . Soggiugne egli pofcia (a) : At ego otiofum fermonem dixerim, quem auditor fuo ingenio non intelligit . Per quefto rifleffo egli defidera , che la chiarezza non manchi a i Dilcorfi dell’Oratore, e che, fi adoperino parole proprie e intele da ognuno ; perchè in quella maniera elfo Difcorfo verrà approvato dalle perfone dotte , e farà nello ftelfo tempo utile alle ignoranti . Perciò non farà mai fecondo le Regole della vera Eloquenza il coiìume di coloro, che in vece di confarfi col fievole Intelletto di tanti fuoi Uditori , fem-hra , che altro non illudino se non di ofcurar le cole , dicendole con tal finezza d’ Ingegno , che fieno capite da i foli dotti : quafichè fi vergognino di farfi intendere anche dalla povera gente. Non-ha già.quella minor diritto alla Parola di Dio , che i Sapienti . 3. E tanto più dee il Predicatore Crilìiano riconofcere qui f obbligo dell' Eloquenza fua ; perchè gli Oratori Pagani tutto quel loro sfoggio indirizzavano nelle Gàufe Giudiziali ad efpugnare i Giudici , e nelle Suaforie a perfuadere quel che volevano, a i Maggiorenti del Popolo. Se ottenevano quello, ben’ impiegata aveano l’indiiftriofa loro facondia. Ma nell’Uditorio de’ Fedeli Crilliani il Predicatore zelante , mentre parla a tutti, dee aver la mira di parlare a ciafcuno in particolare , come se non vi foffe che quel folo , che 1’ afcoltaffe ; perchè a quello fine qualfivoglia per-fona concorre alla Predica, cioè per effere ammaeilrato nella Legge dei Signore , per effere moffo al Bene, ritenuto o ritirato dal Male. Al certo ehi coll’ altura de’ Ragionamenti fuoi non cura d’ effere intefo , se non da chi ha vigorìa di mente, egli tradifce l’intenzione di Dio, f obbligo fuo, e ’1 bifogno di non lieve parte de’ fuoi Uditori . Perciò Santo Agoilino , iniegnando ai Sacri Oratori il lor mefliere , fpezialmente raccomanda loro l’Evidenza e la Chiarezza , per farfi intendere da ognuno (b)-: Quid enfiti prodefi , die’ egli , dittionis integrità? , quam non fequitur intellettus audien-tis , quttm loquendi omnino nulla ftt caujfa , fi quod loquimur non intelli-gunt , propter quos , ut intelligant , loquimur ? Seguita poi a dire , che 1’ ottima maniera d’ infegnare è quella, ut qui audìt , verum audiat , & quod audit, intelligat. Se quello fi poffa ottenere co’ Periodóni , con tan- Tomo II. C li (a) idem , Cap. li. (b) .Àugujtinus ,« *