— 97 — «... se una delle parti in un giudizio di fronte ai « Ccymmissioners » contesta la loro decisione come erronea in diritto, spetta agli stessi « Com-missioners » motivare il caso e chiarire i fatti che essi hanno accertato nonché la loro decisione. Non penso che deduzioni ricavate da altri fatti siano incapaci di essere esse stesse risultanze di fatto, sebbene la distinzione fra fatti principali e deduzioni ricavate da essi non sia affatto priva di valore. Quando viene proposto un appello è dovere dei giudici di appello di esaminare la decisione avendo riguardo alla loro conoscenza della legge applicabile. Se il caso contiene un elemento che, ex facie, non convince sul piano del diritto e su cui la decisione è basata, esso è ovviamente erroneo in diritto. Ma se non vi è equivoco apparente, può pur sempre darsi che i fatti stabiliti siano tali che nessun giudice, agendo secondo diritto ed applicando giustamente le norme rilevanti, avrebbe potuto emanare la decisione impugnata. Anche in queste circostanze i giudici di appello devono intervenire. Essi non hanno altra scelta che quella di presumere che vi sia stato un qualche equivoco nell’interpretazione della legge e che questo è stato causa della decisione presa ». L approccio in Edwards v. Bairstow ammette implicitamente che la « vaghezza » non è un tipo di dubbio che possa essere risolto sul piano del linguaggio. In effetti si può sostenere che esso fa sorgere problemi più nell’applicazione che non nella interpretazione di una norma. In ogni caso è chiaro che, sulla base di tale approccio, si potrebbero raggiungere conclusioni diverse (e quindi conseguenze tributarie diverse) in relazione a fatti identici. Secondo Lord Browny-Wilkinson ciò è quanto effettivamente accaduto nei due casi che si stanno esaminando. Tuttavia la maggioranza dei giudici (con in testa Lord Templeman) ritennero che i fatti ricadevano inequivocabilmente entro il concetto di « preparazione » piuttosto che in quello di « prestazione ». A parere di chi scrive, la fattispecie non era così netta. È comunemente accettato che attività secondarie che sono implicite nello svolgimento di un’attività primaria possono essere considerate come parte integrante di quest’ultima. Un esempio di ciò è l’affermazione dei giudici secondo cui gli spostamenti di un lavoratore dipendente fra due luoghi di lavoro effettuati allo scopo di riuscire a prestare la propria opera in entrambi i luoghi, deve essere di per se stessa considerata come svolta « nell’ambito della propria opera ». Ciò che sembra essere accaduto in Smith v. Abbott è che i giudici hanno deciso di tracciare una linea di separazione fra attività preparatorie e svolgimento della prestazione nel punto in cui una decisione in favore del contribuente gli avrebbe dato eccessiva discrezionalità nel decidere il limite delle sue spese deducibili. Ciò 7. Riv. dir. fin. - I - 1995