— 4 — Se per quanto concerne gli effetti finanziari vi è un sostanziale accordo fra gli studiosi, per quanto riguarda gli investimenti l’introduzione della Dit ha riacceso in Italia il dibattito, mai comunque sopito, sugli effetti disincentivanti che l’imposizione societaria potrebbe avere sugli investimenti rischiosi. Le critiche alla Dit si fondano sulla presunta penalizzazione nell’assunzione di rischio imprenditoriale causata dalla discriminazione impositiva a danno dei sovraredditi (2). Se, da un lato, vi sono autori che paventano gli effetti della distorsione prodotta da'un’imposta sui redditi societari, dall’altro vi è chi rileva come questa distorsione possa operare addirittura nella direzione opposta. La tesi è di Domar e Musgrave (1944). Essi infatti rilevano come la tassazione dell’attività di impresa determini una traslazione del rischio dall’imprenditore stesso allo Stato. In altri termini, lo Stato viene ad essere un socio silente che percepisce il proprio dividendo attraverso le imposte ed eroga beni e servizi a favore della collettività e, quindi, anche delle imprese. Dal momento che le entrate dell’Erario sono condizionate dai risultati dell’attività d’impresa, dunque, lo Stato partecipa al rischio di questa attività. L’argomento, ripreso più recentemente da Gordon (1985) e MacKie-Mason (1990), porta a concludere che, al verificarsi di alcune condizioni (tra cui l’eguale trattamento tributario del reddito prodotto e dei guadagni in conto capitale e la piena deducibilità delle perdite), la traslazione del rischio in capo allo Stato può addirittura incentivare gli investimenti. Passando dal piano positivo a quello normativo, va detto che l’applicazione della Dit nei paesi scandinavi, prima, ed in Italia, poi, ha preso l’avvio in un periodo di crescente interesse, da parte della letteratura specializzata, per i sistemi d’imposta incentrati sulla tassazione dei sovraredditi. Il contributo che ha dato impulso a questa letteratura è rappresentato da un articolo di Boadway e Bruce (1984). Riprendendo di fatto proposte precedenti, essi hanno individuato un sistema di tassazione che esenta il reddito normale e colpisce solamen- (2) Si vedano, Tremonti G., su II Sole-24 Ore, 19 giugno, e Leccisotti M., Il Sole-24 Ore, 1 febbraio 1997. L’idea che la tassazione dei profitti disincentivi l’assunzione di rischio imprenditoriale ha illustri precedenti. In particolare, Schumpeter rileva che se il « profitto fosse assorbito dall’imposta, verrebbe a mancare quell’elemento del processo economico che è di gran lunga il più importante movente individuale per operare nel senso del progresso industriale. Anche se l’imposizione si limitasse a ridurre in misura notevole questo profitto, lo sviluppo industriale procederebbe in modo sensibilmente più lento ». [Schumpeter (1956), p. 22, citazione tratta da Steve (1976), p. 311].