5 — Una maggiore redditività può poi derivare dalla maggiore rischiosità dell’investimento effettuato, e costituire solo un compenso per il rischio. Ogni investimento può andare bene o può andare male. Date le maggiori probabilità che presenta di un risultato negativo, quello rischioso sarà intrapreso soltanto se promette un maggior reddito sperato di altri. Se questo è vero, la più elevata redditività dell’investimento può costituire soltanto un compenso per il maggior rischio assunto, compenso che non dovrebbe essere tassato come reddito delle imposte su di questo, in quanto equiparabile ad un elemento di costo (Cosciani, 1991, pp. 351-4), e che tanto meno dovrebbe essere oggetto di un’imposta ad hoc, secondo la proposta della Giannini. Come ha indicato la letteratura, a partire dal famoso saggio di Domar e Musgrave (1955), l’effetto negativo sugli incentivi ad assumere rischi può essere in qualche modo bilanciato dalla possibilità di dedurre le perdite. Senza voler entrare in una più dettagliata analisi del problema (Leccisotti, 1981), possiamo concludere che, nella misura in cui questa non sia perfetta, l’imposta sugli extraprofitti attua un’evidente discriminazione contro gli investimenti rischiosi, ed un forte disincentivo per l’imprenditore ad assumere rischi, per cui costituisce un grave ostacolo allo sviluppo del paese. La maggiore redditività di un investimento può, infine, dipendere dal normale andamento del ciclo economico, che in un anno premia alcune imprese, in un altro altre, o da « fortuna ». Nel lungo periodo gli effetti del ciclo saranno adeguatamente compensati, per cui quello che un imprenditore guadagna in un anno, viene reso in un altro. Nessuna argomentazione economica, politica o sociale, invece, può portarsi in favore dei « fortunati », ed una maggiore imposizione nei loro confronti potrebbe essere giustificata. Ma, chi sono e come identificare i « fortunati? » Per tassare loro vale la pena penalizzare anche gli efficienti e coloro che sono disposti ad assumere un maggior rischio. Sembrano rispuntare vecchi pregiudizi, mai morti, contro chi, con il lavoro e l’ingegno, riesce a far fruttare bene il proprio capitale, ed in favore di una società di eguali. Evidentemente, la Storia insegna poco. In conclusione, non posso che ribadire la mia preferenza per un’imposta sul reddito « normale » alla Einaudi (Leccisotti, 1990), determinato in base a studi di settore (Leccisotti, 1996a) e non secondo complicati artifici, come suggerito dalla Giannini e dalla letteratura da lei citata, oppure per un’imposta sul patrimonio delle imprese (Leccisotti, 1996b), che come indicato da Dallera (1990) e da Sadka e Tanzi (1993) produce analoghi effetti. I principali problemi di que-