— 4 — tale. La proposta Giannini, invece, non è altro che un’imposta sui sopraprofitti, data dalla differenza fra l’aliquota su di essi e quella sui normali redditi da capitale. Chiamiamo le cose con il loro vero nome. Chiarito questo punto, mi vengono subito alla mente le parole di Luigi Einaudi a proposito dell’introduzione della vecchia imposta sulle società, che tassava il patrimonio con aliquota del 7,50 per mille ed il reddito eccedente il 6% di detto patrimonio con aliquota del 15%, imposta giustamente ricordata dalla Giannini, che vi individua « alcuni tratti comuni » (p. 179). In una lettera al Professor Cosciani, Luigi Einaudi lamentava che il congegno inventato per spingere i contribuenti a non diminuire artificiosamente l’ammontare del capitale sociale presentasse vantaggi « di gran lunga inferiori al danno della riaffermazione del principio della tassazione dei redditi superiori ad una certa percentuale dei capitali investiti. Le discriminazioni, per ammontare dei redditi, delle singole imprese sono sempre brutte; ma dovendo e volendo discriminare si dovrebbe fare il rovescio, ossia tassare con aliquote più alte coloro che riescono a far produrre poco al capitale investito e con aliquote minori coloro che riescono, a parità di capitale, ad ottenere redditi più alti » (Cosciani, 1975, p. 958). Ancora una volta, nel tentativo di raggiungere un valido obiettivo, la « ricapitalizzazione delle imprese », come si propone l’Autore, anche se tale aspetto non viene sufficientemente approfondito, si finisce per attuare una dannosa tassazione degli extraprofitti, che penalizza chi, con il lavoro e l’ingegno, riesce a far fruttare bene il proprio capitale. La proposta dell’Einaudi di favorire « coloro che riescono, a parità di capitale, ad ottenere redditi più alti » costituisce, invece, un premio per i migliori, un incentivo alla produzione ed all’efficienza, ed uno stimolo allo sviluppo economico del paese. In proposito, giova valutare attentamente le ragioni per cui un investimento presenta un maggior rapporto reddito/patrimonio di un altro. Nella misura in cui ciò derivi da una più attenta e diligente gestione, le conclusioni dell’Einaudi valgono in pieno. Il reddito « normale » (Einaudi, 1924, 1956, 1959), che egli propone come base dell’imposta, costituisce il reddito che in media, in assenza di eccezionali condizioni favorevoli o sfavorevoli, una tipica persona fisica o giuridica, dotata di capacità normali, che vi dedica un normale tempo ed un normale impegno, potrebbe ricavare. Tutto quello di superiore a tale reddito normale che l’investitore è in grado di ottenere, non dovrebbe essere tassato. Una simile imposta premia quindi i soggetti efficienti e costituisce uno stimolo allo sviluppo economico. Il contrario fa la proposta Giannini.