piccole imprese), di trovare intermediari affidabili per reclutare lavoratrici e lavoratori. Si avverte tuttavia, in questi primi tentativi, che il problema non può essere affrontato semplicemente attraverso operazioni di filtro e di accoppiamento, come se ci fosse di qua una domanda, di là un'offerta e bastasse metterle in contatto tra di loro per risolvere il problema. L'esperienza dell'AMMA e di Primolavoro è che per dar luogo a nuovi contratti bisogna lavorare molto sulla domanda e sull'offerta per renderle tra loro compatibili. I datori di lavoro devono rendersi conto che "conviene" assumere non solo perchè, grazie agli incentivi previsti dalla legge, le donne e gli uomini delle liste dì mobilità costano meno, ma anche perchè si tratta di persone capaci, del tutto in grado di rispondere alle esigenze aziendali. I lavoratori devono essere accompagnati a modificare il proprio profilo professionale, ad aggiornarlo per ridiventare "impiegabili". E ciò è possibile quanto più il momento della formazione e quello del rientro al lavoro si avvicinano, non solo in termini di prospettiva ma anche in termini di esperienza. Anni fa l'idea di rimettere in formazione un lavoratore o una lavoratrice di quarant'anni. spremuti come limoni da un'organizzazione del lavoro che aveva chiesto loro soltanto fatica e obbedienza, appariva velleitario non solo ai datori di lavoro ma anche a molti sindacalisti ed esperti di formazione. Per questo, in fondo, si sono chiesti a gran voce interventi assistenziali come i prepensionamenti e la cassa integrazione. Si dava per scontato che chi fosse stato escluso dall'opportunità di sviluppare le proprie capacità di apprendimento al momento giusto, durante l'infanzia e l'adolescenza, non avesse più davanti a sé prospettive realistiche di cambiamento. C'era l'idea di un destino biologico severo, con un calendario inderogabile: un tempo per ogni cosa. Il fatto che psicologi, biologi e neuroscienziati cominciassero a mettere in dubbio l'irreversibilità di certi processi, e l'inesorabilità degli orologi biologici, non sembrava una ragione sufficiente per modificare gli stereotipi correnti. Aver assimilato per troppo tempo le persone alle macchine assuefà all'idea dello scarto. Insieme ai fondi di magazzino, alle tecnologie obsolete, alle vecchie fabbriche, é ineluttabile che si debbano buttare anche i lavoratori che in quel mondo produttivo sono nati e cresciuti. Alcune esperienze recenti mostrano che è vero il contrario: che i processi mentali non sono irreversibili e che è possibile "insegnare l'intelligenza" anche a chi é arrivato alla maturità senza aver avuto accesso a esperienze strutturate di apprendimento. Ma ad alcune condizioni. Occorre tenere sotto controllo i fattori emotivi che, generando ansia e paura, ostacolano i processi cognitivi. Si deve favorire il processo di apprendimento senza pretendere cesure traumatiche rispetto a modalità apprese, a strategie cognitive profondamente interiorizzate, ma anzi valorizzandole e favorendone l'adattamento e l'integrazione con più efficaci strategie di apprendimento. Tutto ciò significa valorizzare al massimo l'esperienza di vita e di lavoro che le persone hanno fatto; renderle consapevoli che per loro il processo di apprendimento non si é mai fermato; che il saper fare su cui hanno costruito la loro vita, le conoscenze tacite con cui si sono orientate nel mondo, rappresentano un bagaglio di conoscenza su cui si può continuare a costruire. Le operatrici di Retravailler e degli sportelli Donna provano quotidianamente l'emozione di far scoprire a donne che hanno fatto le casalinghe fino a quarant'anni la possibilità di mettere quell'esperienza al servizio di un nuovo progetto di formazione e di lavoro per il mercato. ^^ Analoghe esigenze si jàr pongono nei confronti delle ragazze e dei ragazzi che hanno lasciato precocemente la scuola e che di rado esprimono spontaneamente una domanda di riqualificazione. Cercano il lavoro, non la formazione. Brucia ancora troppo per loro il fallimento scolastico, e l'esperienza del lavoro, anche di quello precario, stupido, faticoso, é pur sempre un'esperienza di emancipazione, di ingresso nell'età adulta, di conquista di quella dignità che deriva dallo sperimentare la capacità di procurarsi un reddito. Il futuro é schiacciato sul presente. Si passa per l'Informagiovani per cercare il lavoretto e ci si illude che a furia di cambiare, finalmente si troverà un lavoro stabile. E se il lavoro non c'é, arriverà. Intanto ci si arrangia. Non si può proporre un semplice ritorno a scuola a chi ha appena deciso di farla finita con quell'esperienza. Ne sono prova quei corsi progettati dai centri di formazione professionale per il recupero dei cosiddetti drop-outs che non vengono realizzati per mancanza di allievi. Per poter riproporre a questi giovani la formazione bisogna partire dal lavoro. Con contratto a termine, con salario di ingresso, con tutte le limitazioni possibili, ma pur sempre un lavoro, un vero lavoro che instauri una relazione sociale e che esponga i giovani a una situazione in cui poter misurare la necessità della formazione. Pur in assenza di molti degli strumenti normativi che sarebbero necessari, in Piemonte si stanno facendo esperienze di alternanza scuola-lavoro. Vi sono coinvolti alcuni CILO e soprattutto un certo numero di centri di formazione professionale che si stanno