ragguardevoli ottocentisti valsesiani in fatto di pittura. Pier Celestino Gilardi, artista perso­ nale ed estroso, robusto e dolcissimo, ha scritto una pagina eloquente nella sto­ ria dell’arte della seconda metà del se­ colo scorso. Dopo i tempi dell’eroico vo­ lontarismo, conclusasi in Lombardia — con l’Appiani ed il Bossi — l’età neo­ classica, era seguito un periodo appas­ sionato che, pur tenendo fede a presup­ posti accademici, talora fin troppo pe­ danteschi, aveva operato un certo rin­ novamento e creato intorno ai capi­ scuola un movimento di vasto ed ar­ dente e cieco proselitismo. I tentativi di alcuni loro diretti continuatori, qua­ li, per esempio, il Comerio, il Beilati ed il Sabatelli, erano quasi falliti ed alla ribalta si erano ormai imposti France­ sco Hayez, il Piccia, Ranzoni, Cremona ed altri, creatori della nuova scuola ro­ mantica. All’orizzonte artistico si affac­ ciavano problemi più consistenti, sca­ turiti da una nuova interpretazione del­ la storia. In Piemonte pontificava un gruppo di eccellenti paesisti. Antonio Fontanesi, malinconico suscitatore di visioni arca­ diche e pastorali, Marco Calderini, Car­ lo Pollonera, Carlo Foliini, Carlo Pit­ tata, Lorenzo Delleani, Enrico Reycend, Vittorio Avendo e Giacomo Grosso — sulla cui cattedra doveva più tardi sa­ lire Pier Celestino Gilardi — avevano diffuso il gusto di un’arte realistica ed umanamente più comunicativa, immune dalle smancerie di dubbio gusto che sta­ vano caratterizzando l’opera di altri ar­ tisti. Allievi, chi più, chi meno, della « Accademia Albertina » di Torino, una delle più vecchie e gloriose che vanti l’Italia, avevano contribuito all’affer­ mazione di principi sani e d’una pittura corposa, in cui il contenuto spesso so­ vrastava la forma, e l’essenza psicolo­ gica il mero estetismo per l’estetismo. Celebri sono alcuni ritratti dell’alta bor­ ghesia torinese di quel tempo, in cui non si sa se più apprezzare la finezza del di­ segno o l’acutezza dell’analisi introspet­ tiva. Pier Celestino Gilardi, pittore dalle 10 doti adamantine, artista istintivo por­ tato alla pittura da un’attitudine che invano cercò di comprimere fin dagli anni più verdi d’una giovinezza piut­ tosto melanconica e triste, è appunto da collocare in quegli anni densi di rea­ lizzazioni e saturi di entusiasmo. Ri­ tengo che le uniche pagine che lo ri­ guardano siano state scritte da Pietro Strigini, autore d’una bella commemo­ razione da me udita a Varallo il 15 set­ tembre 1927, nel salone della « Società d’incoraggiamento allo studio del di­ segno », in occasione dell’inaugurazione di un medaglione marmoreo in onore dell’illustre pittore, opera dello scultore Debiaggi. Probabilmente costituiscono l’unica biografia gilardiana esistente; ma ci lasciano magnificamente intrave­ dere di quale tempra fosse l’artista e di quale valore intrinseco la sua arte, che aborriva gli schemi e le storture ideolo­ giche che impastoiavano molti suoi con­ temporanei, per adergersi verso le più pure vette dell’interpretazione e della espressione. Vedrò in un prossimo articolo di dare qualche cenno più analitico sulla vita e le opere dell’indimenticabile campertognese, la cui memoria è tuttora reli­ giosamente custodita dai discendenti. Mario Merlo "VALSESIA FIORITA,, Anche questo è argomento sul quale torneremo, e più di una volta. Il fiore in Valsesia già è oggetto di particolare ed amorevole cura da parte della mag­ gioranza delle popolazioni. Ma si può. ed occorre, fare di più. La Valsesia sta progressivamente diventando luogo sem­ pre più visitato da turisti sempre più numerosi: non dimentichiamo che un fiore ha il valore di richiamare atten­ zioni ed interessi sempre maggiori. E se gli amici valligiani fioriranno le loro finestre ed i loro balconi, oltre ai loro giardini, porgeranno agli ospiti un sa­ luto anche più gentile.