IL MUGNAIO DEL PONT Leiff/cnda Negli anni degli anni — chi sa quanti secoli sono passati: e quant’acqua, giù per il Mastallonc — Varallo era tutta addossata all’unico ponte che valicava il torrente, prima di gettarsi, come fa adesso, nel Ietto del Sesia. Le carte antiche lo chiamano senz’altro il Ponte, come il centro di Varallo: era un luogo, un punto: la soglia d'ingresso della Val Grande: un passo obbligato, mille volte forzato c difeso, e conqui­ stato nei secoli con dure lotte d'uomini armati. Al tempo delle lunghe pioggie d'autunno, ai primi disgeli della primavera, il torrente si gon­ fiava paurosamente, assai più che non faccia adesso che gli uomini hanno imparato a tratte­ nere le acque. Schiumava rabbioso; giù dalle strette della Gula si gettava contro i massi della ripa con l’onda bruna: gorgogliava, raggirandosi intorno ai piloni del ponte. Voleva travolgere tutto, in una furia rapinosa che pareva il fini­ mondo. E urlava. Nella notte, la sua voce pareva quella delle anime dannate in fondo agli abissi del Tartaro: un ululare, un latrare confuso di bocche dispe­ rate. Si udivano tonfi di massi che rotolavano sui sassi del fondo, schianti d’alberi divelti chi sa dove, che la fiumana sbatteva contro la sponda. La gente allora si raccomandava l’ani­ ma a Dio, pensava alle anime in pena dei suoi morti. Ai piedi delle due teste del ponte, erano tuttavia belle case linde, dai colori vivi, dalle impannate graziose, e vasi di fiori ai davanzali: a terreno sulle due vie, si aprivano botteghe c fondachi. Le case erano raggruppate, strette^ in­ torno alle due estremità del ponte, come per tenerlo saldo, quando la piena del torrente sem­ brava volesse scardinarlo. A destra di chi guardasse l’imbocco della Val Piccola, a monte e più basso del livello del ponte dall'unica arcata a dorso di mulo, c’era un mulino. Lo chiamavano il mulinacelo, chi sa perchè: forse per quel suo stare continuo alla mercè delle piene. Era sempre stato dei Milanetto, gente venuta in antico dalla bassa: tutti tipi lesti di lingua c di mano, un po’ inquieti, un po' sornioni, facili alla rissa ed al coltello nelle osterie; iracondi malevoli, da stame alla larga. Galantuomini però nel lavoro, onesti che non avrebbero tolto un centesimo ad un ricco: gente che si scuoteva dai panni la farina, prima di rendere il maci­ nato. Navigavano nell’abbondanza, con quel mu­ lino che lavorava spesso giorno e notte, sulla fama di quell'onestà dei padroni. I capricci del torrente li avevano fatti sagaci delle sue furie: avevano imparato a prevederle: mai una volta che si sbagliassero. Non gli facevano trovare 8 valseniana una misura di farina nei sottopalchi: spranga­ vano le porte dell’acqua: smontavano le ruote. Si mettevano alla finestra di casa, per stare a vedere le novità del Mastallone. Tre fratelli ed il padre: quello, peggio dei figli, alto c grosso come una statua, saldo, ner­ boruto; un faccione tondo paonazzo con tre gole, per il gran bere e mangiare: Draccio, da Pietraccio, un nome che diceva tutto. S’erano preso per aiuto al mulino il ragazzo di una vedova, mezzo per carità, mezzo per utile: lo tenevano lì da qualche anno: ma quan­ te pedate, proprio per nulla; quanti ceffoni per vezzo, povero Ligi!, e tacere, e mandar giù i singhiozzi di rabbia, per sopportare quelle bestie feroci: e tirare avanti, un giorno sull’altro, e pregare Dio, ogni mattina, che togliesse quel gustaccio della violenza al Draccio, ch'era il più bestiale ! Ricchi e prepotenti com’erano, i mugnai del ponte disimpararono sempre più a tener conto degli uomini, avevano finito col prender sotto­ gamba anche il Mastallone; furioso e capric­ cioso fin che si vuole, ma una bestiaccia, un toro che eran sempre riusciti a pigliar per le corna, ed in tempo per vederlo infuriare inu­ tilmente. La sera di una domenica, il Draccio era stato all’osteria fino a tardi: aveva fatto il gra gra-­ dasso più delle altre volte: aveva minacciato tutti, con il tocco di traverso ed il boccale bran­ dito a mo’ di clava: aveva rovesciato caraffe gesticolando minaccioso, voleva sbudellare mez­ zo mondo. AH’improvviso, fin dal mattino s'era levato dalla bassa un ventaccio fiacco fiacco, caldo e viscido: un'aria marina da chi sa dove: toglieva il fiato, ancora dopo la metà di novembre. Sul mezzodì s'era annuvolato; e poi, una pioggia a torrenti: una sorta di temporale, con tuoni c lampi a quella stagione; pareva un prodigio. A notte, il Mastallone cominciò a gonfiarsi, a vociare, a condurre giù sassi e tronchi: un'ora dopo, giunse la piena con la sua furia paurosa. Ligi, ch’era di guardia al mulino, lì per lì non trovati i figli, venne all'osteria ad avvisare il Draccio. Accorsero insieme. L’acqua aveva ormai invaso la camera della ruota, che teneva ferma; tentava di scardinarla, la voleva sfasciare con­ tro il muro: già toccava il livello del soppalco con i sacchi della farina colmi. Volle scendere lui, ma il Draccio con una pedata lo scaraventò via: scese lui, temerario, con quel vino addosso. Ligi, affacciato alla botola, lo vide gettarsi sulla ruota per fermarla: poi calare stranamente nell’acqua che gorgogliava nera, sempre più, sempre più. Adesso il Draccio urlava, sembrava