siglio, tutti partirono da colà proccssionalmente incamminandosi verso la Chiesa di S. Paolo ove risiedeva l'Ufficio della Inquisizione. Come tutti furono al loro luogo, verso le 23 furono condotti i rei in detta chiesa che era dei Domenicani di Vercelli. Fra molto popolo, nel mezzo della chiesa, vicino ad un pilastro posto a sinistra, fu costrutto un palco alto dieci braccia da terra sotto il quale stavano i custodi dei rei avendo questi fatto solenne entrata per la porta della sacrestia, accompagnati dai birri del Santo Ufficio ». Le decisioni del Gran Consiglio furono conformi ai desideri papali. « "La Santa Chiesa Cai­ tolica — dice un documento dell'epoca — rn adre benigna a tutti i fedeli aborre dal farsi ministro di violenza e di qualsiasi spargimento di sangue umano; perciò essi (i componenti il gran consiglio) rimettono al braccio secolare quei colpevoli. Se ne facesse di essi quanto la giustizia umana richiedeva per il pubblico bene ». A tale decisione il novarese Guglielmo Tornielli, vicario del Podestà Facino Fusterla che in quel turno era amministratore della giustizia della città di Vercelli, avocò a se la causa e, dopo aver esaurito tutte le formalità prescritte dalla giurisprudenza di quei tempi, condannava ad essere arsi vivi Margherita e Dolcino a Ver­ celli e Cattaneo a Biella. Poscia data lettura della sentenza consegnava i condannati al Bar­ gello del Comune, Jacopo de Montecucco. La condanna degli eretici avvenne, come consuetuidne di quei tempi, dopo che il giudice Tornielli « con aculei e tenaglie » aveva cercato inutilmente di far confessare agli imputati le loro colpe. Alcuni storici (in particolare deH’Ottocento) ritengono che solo il Dolcino sia stato arso a Vercelli mentre Margherita e il Cattaneo ab­ biano subito il supplizio a Biella. E' difficile stabilire su quali dati tifti storici fondino il loro asserto quando la maggioranza degli studiosi ed i più antichi documenti esistenti stabiliscono a Vercelli il luogo dell'esecuzione di Dolcino e Margherita ed a Biella quella del Cattaneo. Tra i sostenitori di questa ultima tesi tro­ viamo Benvenuto da Imola, che, nel suo « Commcntum super Dantis Aldigherii comoediam » del 1375 scrive: «...per cui (Margherita) fu tor­ mentata c sottoposta ad eguale pena insieme al suo Dolcino e coraggiosamente lo seguì all’Inferno ». Fra Uberto Cipriano « de l'Ordine de Predicatori, generai Inquisitor di Vercelli, di Ivrea c di Augusta Praetoria » nella sua opera « tavola degli Inquisitori » pubblicata a Novara nel 1586 da Francesco Sesalli, tra l’altro scrive: « il P. M. Fra Emanuele Testa, novarese, sotto il quale furono abbruciati Dolcino figlio di P. Giulio... et Margherita sua concubina da Trento, in sulla riva del Servo, vicino alle mura della città di Vercelli, et Longino Cattaneo da Fado, ovvero da Sacco Bergamasco, in sulla piazza del Castello di Biella, la quale al presente è piazza della chiesa di S. Domenico, e questo fu sotto Clemente V nel 1307 ». Resta così, per noi, provato che tanto Fra* Dolcino, quanto Margherita furono arsi a Ver­ celli mentre il Cattaneo a Biella. Don Girolamo Moglia, nella più volte citata opera « Memorie del Borgo di Gattinara », così descrive le ulti­ me ore dei due condannati: «Al mattino del 1. giugno 1307, mentre tutte le campane della città suonavano a corrotto, tra le quali più distinta e più lugubre suonava quella detta /dello Arengo (che si faceva suonare solo nei casi gravi) fatti salire i condannati sopra alto carro, con a lato i carnefici, comandò (Jacopo de Montecucco, Bargello del Comune) che il carro ferale pre­ ceduto e seguito dalla milizia giudiziale per­ corresse la città c che tratto in tratto si lace­ rassero le carni ai rei con tenaglie infuocate (tra le molte sevizie si giunse alla evirazione di Dolcino ed a strappare le mammelle a Mar­ gherita). Il triste corteo, preceduto da Monsignor Giovanni Visconti, Vescovo di Novara e da Rai­ neri, vescovo di Vercelli, dal Capitolo Eusebiano, dai Padri P.P. Inquisitori, dai membri del Santo Uffizio c dal Capitano del Popolo alla testa dei soldati, dopo varie fermate, giunse sul confluente dei fiumi Sesia-Cervo in prossimità del Castello « ove erano stati eretti due roghi ». « Fu sì grande la moltitudine che si assie­ pava a vedere il corteo che in breve tempo si videro stipate non solo quelle immense lande che si estendono lungo il fiume, ma altresì le finestre e i veroni delle case attigue c di più aggravati di modo i tetti che dubitò che molti stessero per ruinare. Di quando in quando si vedeva il popolo occupare persino il luogo della esecuzione, no­ nostante i birri ne avessero bruscamente feriti parecchi con le verghe ». Prima a salire su) rogo fu Margherita, che era vestita di bruno il che faceva meglio spic­ care la sua carne bianchissima ». * Ed un tizio che aveva tentato di schiaffeg­ giare la vittima per poco non venne linciato dalla popolazione commossa per il martirio del­ la donna. La precedenza data a Margherita nell'esecu­ zione va ricercata nel timore che la vittima, come donna c quindi più debole, non sopravvi­ vesse alla tortura di Dolcino e perchè « più an­ goscioso fosse il tormento dell'uomo che a tanta miseria aveva condotto quella disgraziata crea­ tura ». « Scrive il Facchinetti nella sua opera « Cen­ ni storici sull'eresiarca Fra' Dolcino»: «per un certo qual pudore che in lei (Margherita) ancora rimaneva, non permise ella che il carnefice la toccasse ma di per se stessa adattossi alla colonna di ferro a cui fu, con catene, stretta- 5