534 L’ECONOMISTA 25 agosto 1889 tiare, sua creatura — allora bisognava provvedere, non con artifizi di borsa, ma con sagace avvedutezza, elio sapesse costituire e legare strettamente l’alta banca italiana; allora di fronte alla minacciante crise edilizia, agricola, economica, bisognava chiamare intorno agli Istituti più forti i capitalisti e gli Istituti minori e formare il quadrato, allora bisognava impedire il sospetto che l’istituto A cercasse di demolire l’istituto B, che gli impiegati o gli amministratori di un Istituto incoraggiassero il ribasso delle azioni dell’Istituto stesso, allora si poteva fare argine efficace mercè la vicendevole fiducia; oggi, dopo quanto è avvenuto, è troppo tardi ; lo ripetiamo. i grandi uomini non credono l’uno all’altro. Ma qui ripetiamo cose già dette e facciamo punto, non senza pregare la Nuova Antologia, la quale con cortesissime parole ci volge alcune interrogazioni a proposito della questione bancaria, a permetterci di risponderle in altro momento, quando cioè l’attuale crise sarà risoluta in uno o nell’altro senso. È tempo, sembra a noi, di parlare colla massima franchezza mettendo tutti i punti sugli i, ed oggi gli animi sono troppo agitati, perchè sia possibile senza pericolo dire delle verità soverchiamente rudi. L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE DI PARIGI (Da un nostro speciale corrispondente) È un bello e consolante spettacolo una esposizione universale dei prodotti dell’ intelligenza e del lavoro. Si può declamare contro questi grandi convegni di tutte le nazioni del globo, ma non si giungerà ad arrestarli, perchè essi sono una delle precipue manifestazioni dell’era nuova, che tende all’unificazione del gregge umano. Lungo e penoso sarà il cammino, perchè se le scienze e le arti avvicinano i popoli, pur troppo i sospetti, le gelosie, le prepotenze, le mille astuzie della politica li allontanano. Frattanto ogni esposizione universale è un passo avanti nel cammino della civiltà ; e non è quando la vecchia Europa consuma annualmente cinque miliardi per garantire lo stato di incerta pace in cui viviamo, che può ragionevolmente biasimarsi che essa destini, a ciascun decennio, alcune centinaia di milioni per porre in mostra i progressi ehe ha raggiunti. Pouiamo ora in disparte ogni preconcetto politico e rendiamo lode alla Francia che, invece di scagliarsi colla spada alla mano contro la grande rivale, ha convitato tutto il mondo ad una pacifica gara nella sua splendida ed immensa capitale. Ivi tutte le nazioni del globo, dal Giappone al Capo di Buona Speranza e dal Canada alla Nuova Zelanda, sono in qualche modo rappresentate; eccetto la Germania, per ragioni che è superfluo d’accennare, e la Porta che, nella sua sublimità, si è astenuta. Ed anzi anche la Germania è presente, con alcuni dei suoi migliori artisti. Senonchè una coincidenza, che era da evitare, ha sminuita l’importanza delle esposizioni straniere alla Francia e, intromettendo la politica, F esosa politica, in un fatto che doveva essere puramente economico, lo ha affievolito. La data del centenario della grande rivoluzione francese è ciò che bisogna accusare del rifiuto delle monarchie ad accedere ufficialmente all’esposizione di Parigi. Tutte difatti le grandi e le piccole altresì potenze monarchiche si sono astenute eccezion fatta della Grecia della Norvegia, Serbia e di Monaco; mentre poi sono accorse la repubblica Svizzera e la minuscola di S. Marino che, nonostante la sua povertà, vi si è creato un suo proprio grazioso edilìzio. In simi! modo non si è ufficialmente presentato il grande impero del Brasile, allorché le repubbliche del nuovo mondo sonosi recato al grande convegno. Pure astenendosi i Governi, gli espositori di parecchi Stati hanno tuttavia ricevuto soccorsi dai rispettivi parlamenti. Così il comitato Belga ha ottenuto 600,000 lire; lo Spaguuolo 500,000; il Rumeno 200,000 ; 140,000 il Danese, mentre il Portogallo ha accordato 137,000 lire ed il Brasile 750,000. Quanto al nostro comitato Italiano, esso nulla ha ricevuto, tranneché 150,000 lire dal signor Sonzo-gno che, oltre al concorrere alla mostra, ha generosamente sovvenuto i suoi connazionali. È molto da deplorare questa quasi universale assenza; perchè, ridotti alle loro sole risorse, moltissimi industriali hanno dovuto astenersi, e fors’anco le discordie colla Francia ne li hanno sconsigliati ; infatti, se si eccettuano il Belgio e la Svizzera, le Industrie Europee scapitano troppo in confronto alle francesi. Ed invero tutte le nazioni straniere alla Francia occupano complessivamente un’area minore di 90,000 metri q. Se ora si riflette che la superficie totale dell’esposizione è di 700,000 metri q., non compreso il guai d’Orsay, e che, dedotti i giardini, strade, laghi, ecc., le aree utilizzate sono certamente superiori ai 300,000 metri quadri, avvicinandosi ai 400,000, tenuto però conto, in questa valutazione, che parecchi edilizi sono a due piani e che anche alcune aree scoperte sono utilizzate per orticultura, macchine, ecc. si scorge che la Francia occupa, da sè sola, quasi il triplo di tutti insieme gli altri paesi del mondo. A parte ora il nostro amor proprio e veduta l’esposizione universale nel suo complesso, può, dopo ciò che abbiamo osservato, giudicarsi che essa sia ben riuscita? La risposta è-duplice. Come grandiosità, magnificenza, concorso di persone, si deve rispondere che è la più splendida fra quante si videro e che dà prova non dubbia della ricchezza, della capacità, dell’ attività della nazione che l’ha fatta. L’area occupata è difatti di 20 ettari superiore a quella del 1878; la forza utilizzata per porre le macchine in moto e creare la luce è di 5550 cavalli, mentre nel 1855 fu di 350, nel 1867 di 635 e nel 1878 di 2500. Gli edifizii elegantissimi costrutti con ossature metalliche e rivestiti di terre cotte, che colla loro policromia producono gradevolissimo effetto, contengono una enorme massa di ferro. Il solo palazzo delle macchine, che occupa il fondo del campo di Marte, copre un’area di 61,000 metri q. e, col piano superiore, circa di 80,000. È questa la maggior area coperta che abbia esistito, ed il ferro impiegatovi è di quasi 8 milioni di kilogr. Quella straordinaria torre Eiffel che è il più alto manufatto del mondo perchè giunge a 300 metri di altezza, ossia quasi il doppio del monumento di Washington a Nuova-York che si erge di 169 metri, ha voluto 6 e mezzo milioni di kilogr. di ferro. Essa, a dir vero, schiaccia tutti gli altri edilìzi dell’esposizione, perchè