326 L' ECONOMISTA 26 maggio 1889 Di chi la colpa? Nel recente Congresso tenutosi a Roma per l'arbitrato internazionale e la pace, discutendosi l'ordine del giorno proposto dal Marchese Pareto per raccomandare la maggior possibile libertà degli scambi, alcuno dei nostri amici che professano principi liberali in questioni economiche, ha creduto di poter affermare che nelle recenti questioni doganali tra l'Itdia e la Francia, le quali condussero alla applicazione delle tariffe generali, l'Italia non aveva da rimproverarsi alcuna colpa, ma la rottura dei rapporti commerciali era dovuta soltanto all' influenza preponderante dei protezionisti francesi. Alio stato odierno delle cose la questione non ha importanza effettiva se non dal lato storico ; ma lo stabilire su tale proposito la verità può essere utilissimo, specialmente per giudicare l'opera di alcuni nostri uomini, e per sapere in eventuali occasioni evitare la loro funesta influenza. I.' argomento è di per se stesso delicatissimo, ed occorre appena avvertire che in fatti, i quali assumono necessariamente forme e caratteri molteplici, non si potrebbe con speranza di riuscita investigare di chi sia la colpa; — a noi basta esaminare gli avvenimenti,e possibilmente i documenti per ricercare se il Governo ed i negoziatori italiani nell'esito delle trattative abbiano avuto colpa alcuna. E premettiamo una considerazione nella quale, almeno apparentemente, non vi è dissidio: — tutti in Italia desideravano che si rinnovasse il trattato di commercio tra I' Italia e la Francia. Diciamo ohe su questo punto siamo tutti d' accordo almeno apparentemente, perchè è nostra convinzione che i protezionisti italiani, i quali nell' Industria, nel Sole ed in altri periodici sostengono e difendono i recenti errori economici commessi' dal nostro Governo, non manifestino tutto il loro intimo pensiero quando affermano che desidererebbero che si stipulasse un trattalo di commercio colla Francia, ma spendono coraggiosamente questi) moderata speranza, solo perchè non ne credono possibile la effettuazione; mentre nel loro infimo sottintendono che appoggerebbero soltanto quel trattato da essi vagheggiati! e eoe sanno bene essere ali impossibile attuazione. Nè questo' nostro giudizio manca di base. Ricordiamo che nel 1883, mentre durava ancora quella inchiesta industriale dalla quale uscì la nuova tariffa doganale, informandoci noi, presso chi aveva parte grandissima nelle discussioni di dogana, quali l'ossero gli intendimenti che si avevano circa i rapporti commerciali coli'estero, ci fu esposto tutto un piano che allora ci pareva una ardita utopia ma che oggidì è in gran parte attuato. — L'Italia — ci affermava l'autorevole nostro interlocutore — è stata fin qui ritenuta un paese agricolo ; ma è un errore il credere che dalla agricoltura possa ricavare la sua fortuna ; — gli ortaggi e gli olii italiani hanno già trovato in altri paesi formidabili concorrenti istigati dallo sviluppo che quei prodotti avevano raggiunto in Italia ; — il vino italiano troverà presto nell'Algeria una potente rivale, senza contare la Spagna e la stessa Francia. L'economia italiana rimarrà soffocata se non sorregge e fortifica la sua industria, a favore della quale bisogna stabilire alti dazi doganali. — E siccome obbiettavamo che respingendo con alti dazi i prodotti manufatti esteri si sarebbe pro- vocata una reazione contro i nostri prodotti agricoli e si sarebbe causato un perturbamento gravissimo e violento alla economia del paese, mentre, se la eliminazione dei nostri prodotti agricoli dal mercato estero fosse avvenuta per opera di concorrenza ciò non poteva succedere che lentamente, in modo da lasciare tempo alla conquista di altri mercati ed al passaggio dei capitali dalla agricoltura alle industrie manifatturiere ; a queste nostre osservazioni ci fu risposto : — che era prevedibile una violenta perturbazione economica se non si rinnovassero i trattati, ma che bisognava occorrendo coraggiosamente affrontarla, subitochè era dimostrato che l'industria agricola non poteva prendere e non prendeva in Italia quello svolgimento che era stato altra volta sognato. Da ciò emerge chiarissimamente il piano già prestabilito nella mente dei protezionisti, od almeno di quelli che avevano e, pur troppo, hanno ancóra il monopolio in tutte le questioni economiche: — sì voleva cioè una tariffa abbastanza alta per ottenere l'artificiale sviluppo delle industrie italiane; — a questo scopo si era pronti a sacrificare quelle conquiste che nel mercato estero avevano conseguito alcuni prodotti agricoli; si riteneva necessario affrontare anche una crise economica per mutare se occorresse repentinamente l'indirizzo della attività nazionale. E tale divisamente veniva consacralo in uno squarcio eloquente della relazione dell' on. Ellena sulla inchiesta industriale. « Un tempo si usava dire — egli scrive — ed alcuni ripetono ancora, essere l'Italia un paese agrario e marittimo, ma non manifatturiero. Tale credenza, che repudiava le gloriose tradizioni del rinascimento, fondavasi più che altro nel basso stato della produzione industriale italiana, come se nel campi) economico fossero ignote le cadute e le risurrezioni. La miseria politica si associava all'impotenza delle fabbriche, e anche i pochi, che non disperavano di restituire I' Italia a dignità di nazione, non concepivano il pensiero di farla ricca con la produzione industriale. Erano tempi di giudizi assoluti e inappellabili; ed erano in onore certe dottrine, molto propizie alla cristallizzazione delle idee e dei fatti. Individui e nazioni dovevano unicamente andare a produrre ciò, che con un risparmio di spesa e di tempo non potevano comprare da altri. — Pur troppo non si pensava che gli Stati, come gli esseri animati, non si avvicinano alla perfezione,. se non quando trovano, nella mirabile complicazione dei loro organismi, argomenti efficaci per vivere di vita intensa e ricca di manifestazioni diverse. Nella stessa guisa che gli animali degli ultimi ori 1 ini, quasi sprovveduti di sensi, fanno dubitare il naturalista, se vivano di vita vera o puramente vegetativa, mentre gli esseri più cospicui rivelano in molti e fecondi modi la loro esistenza, così i popoli non possono essere grandi e ricchi, se tutte non battono le vie dell' operosità che loro si dischiudono dinanzi ». Così Fon. Ellena in un alto del Parlamento italiano del 4886 sentenzia con una erudizione di orpello, e non si degna nemmeno di tener conto che negli stéssi atti parlamentari il conte di Cavour aveva già confutati questi errori ed aveva collo splendore della parola che nasce dalla convinzione trascinate con se le Camere. Vittorio Ellena che sdegna le lezioni dei-conte Camillo di Cavour e I' ardimentoso e sagace Parlamento subalpino e il fiacco e impotente Parlamento attuale, fornirebbero tema a un mordace parallelo !