L ECONOMISTA GAZZETTA SETTIMANALE SCIENZA ECONOMICA, FINANZA, COMMERCIO, BANCHI, FERROVIE, INTERESSI PRIVATI Anno SVI - Yol. IX Domenica 10 Novembre 1819 N. 810 L’On, MAGLIANIE LA QUESTIONE MONETARIA L’òn. Magnani proseguendo nel suo studio sulla Unione monetaria latina impiega il terzo paràgrafo per tentare la dimostrazione del rincaro dell’oro e quindi del ribasso dei prezzi dovuti, non a speciali cause della produzione dei commerci e dei consumi, ma soltanto e specialmente all’ aumento del prezzo della moneta' internazionale. Nell 'Economista abbiamo più volte trattata la questione prendendo argomento dagli .studi che uomini versatissimi e competenti sulla materia hanno fatto su tale proposito. E parve a noi di poter concludere allora, esaminando i dati di fatto, che se è dubbio che qualche piccola parte del ribasso nei prezzi possa essere attribuita al rincaro della moneta d’oro, la maggior parte del ribasso stesso è ancora dovuta a condizioni peculiari della produzione, del commercio, del consumo, in altri termini alla depressione economica che ha travagliato per qualche anno, con una durata maggiore delle previsioni, la attività delle diverse nazioni. Riprendere ora la dimostrazione con dati di fatto e confutare una ad una tutte le osservazioni, del-l’on. Màgliani, ci porterebbe molto lontano dalla questione monetaria ; non lo faremo anche perchè, sembra a noi, ed insistiamo su quesm punto, che questa parte entri molto indirettamente, per quanto riguarda l’Italia, nella questione monetaria. L’Italia non è ora al caso di discutere sulla convenienza di abbracciare il monometallismo d’oro; e quindi è affatto oziosa la discussione sulle conseguenze che tale deliberazione potrebbe portare. Se non erriamo si tratta ora di provvedere a due possibili eventualità : 1° la condizione e le necessità dell’Italia nel caso in cui l’Unione fosse rotta; 2° il mantenimento dell’Unione ed i provvedimenti per renderla meno dannosa che sia possìbile, pur pensando alle misure necessarie per apparecchiarci con meno svantaggio allo scioglimento. L’on. Magliani ha esaminati i due punti e sul primo si è affrettato a concludere che l’Italia risentirebbe dalla rottura della Unione meno danno degli altri due principali paesi interessati, la Francia ed il Belgio, e meno danno di quello che a prima vista apparirebbe. Non dividiamo tutte le illusioni dell’on. Magliani, e, senza dire per questo che lo scioglimento della Unione sarebbe una rovina immediata e grave, ci permettiamo di notare che le condizioni della circolazione, del credito e della economia italiana sono, dal 1885 ad oggi, peggiorate e quindi lo scio- glintento, se avvenisse nel 1890, porterebbe conseguenze molto più gravi di quelle che non si sarebbero verificate nel 1885, se allora i negoziatori ed il Governo, dinanzi alle pretese della Banca di Francia. per la clausola della liquidazione, avessero lasciato scadere la Convenzione. E Infatti suppongasi pure che sia di soli 400 milioni di lire la cifra degli scudi italiani che attualmente esistono in Francia ; nei cinque anni successivi alla rottura si avrebbe, parte, per giuoco di cambi, parte per obbligo contrattuale, un movimento di circa 80 milioni l’armo di moneta d’argento che dovrebbe entrare in Italia, in cambio di tanto oro che dovrebbe uscire. Alle condizioni adunque già tanto gravi del nostro commercio internazionale, per le quali ¡I cambio è sorpassato ed abbiamo da lungo tempo Vaggio che si spinge da un minimo di L. 0,50 a un massimo di L. 1,60, malgrado i continui saldi che ci procacciamo per mezzo delta alienazione di titoli di debito pubblico, si aggiungerebbe l’aggravante di una sottrazione di 40 milioni di divisa estera per pagare in oro la metà degli scudi nostri che sono in Francia e la ignota conseguenza della cessazione del corso legale in Francia e negli altri Stati dell’Unione dei nostri scudi. L’on. Magliani lascia intendere che questi danni sarebbero evitati, almeno in parte, perchè, sciogliendosi la Unione, l’Italia dovrebbe ritirare i 340 milioni di biglietti di Stato mediante un prestito, ed allora gli scudi che ritirerebbe dalla Francia sarebbero insuffieenti ai suoi bisogni. — Anche questa è, per ora almeno, una illusione. L’Italia ha un disavanzo ancora notevole, ha un debito del Tesoro che non sa corno colmare e che, per legge colmato colla alienazione della rendita già vincolata alla cassa pensioni, non può essere colmato di fatto perchè il Governo sento che non si potrebbe senza grave pericolo gettare sul mercato 240 milioni di consolidato;— l’Italia ha una crise economica e bancaria che, mediante una serie di espedienti, viene protratta di giorno in giorno, di settimana in settimana, ma sulla quale gli uomini più esperimentati non si fanno illusioni; — l’Italia ha difficoltà non piccole a collocare i titoli di credito, che è costretta ad emettere e vede sempre decrescente il capitale che da questi titoli ricava; — l’Italia infine da qualche tempo trova il mercato estero chiuso affatto al risconto dei suo portafoglio. — Si può adunque presumere che l’anno prossimo essa possa, senza grave danno, cominciare a ritirare i biglietti di Stato, pagare in oro 200 milioni di lire in iscudi, perdere altri 200 milioni di lire in iscudi rifiutati dalle Banche e dalle pubbliche casse dell’Unione?