d'obiettività. Può accadere tuttavia (mi riferisco allo scontro giornalistico Violante- Panebianco sulla strage dei tre carabinieri a Bologna nel gennaio di quest'anno) che proprio chi sostiene tale autonomia finisca presto col doverla negare, non senza indulgere magari in un eccesso di understatement o di «sospetto del sospetto»: ad esempio, bollando come dietrologia «complottarda» e non provata, o come «lettura ideologica della realtà», una normale ipotesi sulla possibile natura terroristica di quel fatto di sangue3. Si direbbe che l'indipendenza del discorso politico dalle realtà fattuali non possa essere sostenuta senza rischio di autocontraddizione. 5 Le teorie separatiste sostengono che mentre lo scienziato fonda su dati e fatti le sue teorie esattamente formalizzate, il discorso del politico non si basa su fatti ma si limita a utilizzarli occasionalmente. Ma i fatti ci sono, e come, nel discorso politico. Esso, anche quando non vi si riferisce, anche quando non li espone, ha però il potere di produrli. E questa produzione è data non solo da ciò che viene deciso ma ancor prima da ciò che viene detto sia, appunto, per decidere sia per operare immediatamente... tramite le parole stesse. Le teorie degli speech acts elaborate da Austin e Searle assumono a questo punto rilevanza per ogni indagine sulle conseguenze pratiche ottenute con l'uso del linguaggio*. Mi riferisco sia al tema del performativo che a quello degli effetti perlocutori. Nella locuzione di un uomo politico, infatti, ci può essere la promessa, o l'impegno: qualcosa che è fatto direttamente con le parole; come ci possono essere ordini e minacce, che sono già atti di diversa natura. Più spesso però ci sono argomentazioni aventi come intento quello di indurre altri politici ad abbandonare il contrasto per la cooperazione; oppure quello di persuadere un gran numero di ascoltatori a tributare consenso, e conseguentemente a fare qualcosa che sia a sua volta coerente con quel consenso: in un'assemblea, approvare una proposta; in un'elezione, votare una lista, una candidatura, una preferenza. Sorge qui una domanda apparentemente ovvia: «a chi parla il politico?». ^^ Nella comunicazione politica odierna, mW prevalentemente mediata via TV, e consistente in messaggi originali o tradotti, interviste, conferenze stampa, riesce spesso difficile stabilire chi sia l'enunciatore. Ancor più difficile è dare un volto al destinatario intenzionale o meno dell'enunciazione. Il suo carattere inevitabilmente indifferenziato si sovrappone con il carattere indeterminato dell'effettivo ricettore. Con quali effetti sulla comunicazione politica?5. Sempre più evidente è la qualità «puramente» retorica di un enunciato unita però alla possibile rilevanza dei suoi eventuali effetti perlocutori. E la diffusa consapevolezza di ciò si combina con gli effetti voluti o perversi dell'intensificato reciproco screditamento. Si aggiunga che un tratto distintivo del medium televisivo è il carattere sinestetico del messaggio. Vi sono giochi di espressione puramente visivi densi di significato, e ad essi si aggiungono conseguenze non volute altrettanto potenti. Si hanno mosse riuscite di mascheramento e smascheramento e si hanno comportamenti in pubblico che rivelano proprio ciò che si vuole celare o filtrare6. Diversamente dal tradizionale comizio7, in cui ha successo l'abile oratore che si rivolge al suo pubblico e lo coinvolge emotivamente, in TV ci si rivolge a un pubblico non determinato, composto anche di simpatizzanti di altre parti. Sembra in tal modo necessario spostare la collocazione della propria immagine verso un'area meno caratterizzata, dove le differenze sfumano. Ma vi è una soglia oltre la quale questo spostamento notoriamente produce effetti non voluti®. Il discorso resta dunque stretto fra due necessità opposte: da un lato il mantenimento di una riconoscibile specificità, ancora implicante l'enfasi su particolari valori (scontando però una perdita di credibilità di fronte al crescente numero di coloro che riconoscono ormai il carattere parziale della comunicazione politica); e dall'altro l'attenuazione dei toni, la sempre maggiore ostentazione di «obiettività» (con il rischio di una vieppiù probabile indistinguibilità rispetto agli avversari: addirittura di un'entropia della comunicazione per irreversibile perdita di contenuto-informazione). 7Comunque, le applicazioni politiche della linguistica pragmatica non si limitano ai fatti interni di uno stato. Nelle relazioni internazionali si fanno molte cose con le parole «formalmente»: ad esempio dichiarando guerra (oggi più che altro... tacendo tale dichiarazione). Ma contano ancor più i numerosi effetti prodotti dalle parole, dove primeggiano le sfide, le minacce, le resistenze agli ultimatum; il pensiero va ovviamente all'autovincolarsi delle parti opposte nella situazione del Golfo (e sono convinto che le analisi condotte dalla teoria dei giochi, salvo rare eccezioni come quella del 1914 o quella dei missili a Cuba, si sono sempre soffermate troppo poco sulla centralità dell'uso del linguaggio nelle crisi fra nazioni'. La contesa f sull'affidabilità o ^ m inaffidabilità della locuzione politica si può ridurre a un problema di controllo? E in che modo? Evidentemente non è tanto di fronte alle forme interrogative o a quelle imperative di locuzione che può sorgere tale quesito, quanto piuttosto in rapporto alle forme enunciative o dichiarative: le quali possono comprendere argomentazioni comuni, verificabili al vaglio del buon senso, o argomenti logici ed espressioni matematiche, controllabili alla luce del rigore; oppure relazioni di eventi e dati soggette al controllo di verità/falsità. Di questo controllo non avrebbe senso invece parlare per le enunciazioni performative in senso stretto, cui potrebbe essere applicato solo un metro di «appropriatezza», o felicity; quanto alle asserzioni «verdettive», come i giudizi concernenti ad esempio la legittimità di un comportamento, di un atto, di un'organizzazione, il tipo di controllo esercitabile dipende dalla chiarezza delle leggi, della loro interpretazione, della loro applicazione al casol0. ^^Tutto questo non ^^significa che sulla ^^ credibilità di ciò che viene detto o scritto quando si fa politica esistano soluzioni schematiche e facili. Significa solo che è ipotizzabile l'eliminazione, dal tema del contendere, di tutto ciò che ha più probabilità d'essere consensualmente ammesso da tutti gli agenti. Altra cosa è 36