l'incontrollabilità della spesa, cioè del funzionamehto dell'operatore pubblico, corrisponde in modo sempre più evidente alla impossibilità di ogni «politica» (che non sia semplicemente di controllo monetario) indipendentemente dal suo contenuto sociale specifico. Da questo punto di vista, l'esigenza di cambiare il funzionamento dello Stato dovrebbe trovare concordi sia le imprese, sìa i lavoratori; dovrebbe essere, in un certo senso, un cambiamento obbligato volto a rendere praticabili differenti, se non opposte, politiche. Di fronte alle difficoltà in cui versa la politica sociale, si ricorre sempre più spesso all'utilizzo della categoria della «complessità». È indubbio che siamo di fronte ad una realtà sociale complessa, profondamente diversificata e articolata al suo interno, ma ciò dovrebbe rappresentare un motivo in più per porsi un problema di governo. Certo non in un'ottica di controllo totale dei fenomeni, ma limitando e circoscrivendo gli oggetti di intervento in modo strategico. rché non vedere nei "Wwcambiamenti inevitabili anche un'occasione per mutare in meglio, ed in modo forzatamente radicale, il funzionamento dello Stato? Un progetto di questa natura comporta una definizione precisa degli ambiti di competenza del politico e del tecnico: a) al politico spetta l'individuazione degli obiettivi e degli indirizzi, al tecnico una autonoma capacità di organizzare le risorse strumentali per il raggiungimento degli obiettivi prefissati; b) i due livelli devono essere compatibili; c) il livello tecnico deve coinvolgere non solo e non tanto le competenze intellettuali e professionali tradizionali, quanto piuttosto innovare radicalmente in due direzioni: I) nelle capacità di analisi e di ricerca, che coprano ad ampio spettro le scienze sociali; II) nelle capacità organizzative e di gestione. È evidente che le competenze professionali «tradizionali», ad esempio di carattere giuridico, in materia di bilancio o in scienze «naturali», mantengono in ogni caso una loro notevole rilevanza. Ma il «segno» diverso sarebbe dato da una forte iniezione di scienze sociali nei meccanismi di funzionamento dell'operatore pubblico. In particolare la funzione «tecnica» delle politiche dovrebbe essere articolata in due momenti successivi di ricerca («ex ante» ed «ex post») rispetto alla programmazione, alla organizzazione ed alla gestione degli interventi. La ricerca dev'essere un momento strutturale delle politiche, perché solo un'attività di ricerca che sia interna al processo di determinazione e di realizzazione dell'azione politica e si integri con le altre fasi dell'intervento può consentire una specificazione degli obiettivi e delle modalità delle iniziative, controllandone successivamente l'efficacia ed eventualmente contribuendo a correggerle. Lungo queste direttrici sarebbe opportuno modificare i modelli organizzativi dell'operatore pubblico in modo da effettuare una selezione negli interventi sulla base di priorità esplicite e fondate su conoscenze acquisite, in modo da controllare la quantità e la qualità della spesa. ^•A ben vedere, quanto ^^Jrdetto sopra rappresenta ^^^ una premessa difficilmente eludibile ad un ragionamento critico sul rapporto tra ricerca sociale ed operatore pubblico. In breve, le considerazioni sviluppate concernono due punti: a) oggi, una proposta seria di politiche, non solo riformista 0 di sinistra, ma di politiche di qualunque segno, non è credibile (e quindi appare ideologica) se non pone al suo centro il cambiamento profondo nell'organizzazione dell'operatore pubblico, dei suoi modi concreti di definizione, attuazione e verifiche degli interventi; b) all'interno di questa radicale revisione delle modalità operative del pubblico, assume rilievo lo sviluppo, quasi necessitato, di capacità autonome di analisi e di ricerca sociale; queste a loro volta si legano organizzativamente in modo integrato con le strutture più direttamente di programmazione e di gestione degli interventi, per essere in grado di fornire elementi conoscitivi indotti dalla specifica realtà sociale, che servano da orientamento mirato all'impostazione ed alla verifica di efficacia degli interventi. 1 due punti sopra richiamati sono stati in qualche modo già considerati da quell'impostazione e da quelle esperienze che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta potremmo indicare come «tentativi di programmazione». Tra gli aspetti importanti di quella fase, che la differenziano dal modello qui proposto, se ne possono considerare due principali: a) allora il piano (o programma) era un atto definito con il concorso decisivo di strutture e di intellettuali «esterni» e approvato ai massimi livelli politico-istituzionali (governo, parlamento), che avrebbe dovuto essere messo in opera dall'apparato amministrativo tradizionale direttamente o attraverso il concorso di altri livelli di governo, innanzitutto le Regioni, che in qualche modo ne replicavano la procedura. I movimenti rilevanti erano: dall'esterno verso l'interno dell'amministrazione; dall'alto verso il basso dell'amministrazione; b) l'impianto analitico era incentrato su un quadro socio-economico (più economico che sociale) e sulla considerazione di macrovariabili di derivazione keynesiana. Il «quadro» di contabilità nazionale poteva giovarsi di una quantità sufficiente di informazione a livello nazionale, ma diventava subito gravemente carente a livello regionale e subregionale; per questi livelli si tentava di ricorrere ad indicatori che, più che risultare da una scelta di variabili significative, emergevano dalla considerazione delle sole informazioni utilizzabili. L'esperienza dei tentativi di programmazione è fallita certamente non solo per una mancata o insufficiente volontà politica, ma anche per limiti intrinseci a quella impostazione. Il forte ricorso all'esterno faceva apparire il piano, anche nella sua dimensione analitica, come straordinario e sovrapposto alle procedure ordinarie di funzionamento dell'amministrazione. Oggi comunque non sarebbe verosimilmente possibile proporre un tale impianto analitico, per la grande diffidenza verso la dimensione macro e la necessità di interventi fortemente articolati sul territorio. Il fallimento dei tentativi di programmazione tra gli anni Sessanta e Settanta si è trascinato dietro un ulteriore scadimento dei livelli medi di funzionalità della pubblica amministrazione (con delle eccezioni anche consistenti) e, come si è già detto, un aggravamento insostenibile del deficit. Oggi il deficit spinge al cambiamento, dal momento che appare sempre meno possibile mantenere a questi costi una struttura 31