pubblica elefantiaca ed inefficiente, anche se politicamente utile. È quindi sempre più facile che si rompano certi equilibri tra consenso interno all'amministrazione e consenso esterno (nella società civile), tra bisogni della gente e risposte in termini di servizi. JSq alla fine degli anni Sessanta, nel clima della «programmazione», la sociologia sembrava in auge e si prevedeva una sempre maggiore richiesta di laureati in scienze sociali da parte degli enti pubblici, in realtà, come sappiamo, in seguito le cose sono andate diversamente. Il crollo delle istanze «sociologiche» per una politica «razionale» dei servizi, ha rinchiuso la sociologia nelle Università o, comunque, l'ha tenuta al margine della P.A. Paradossalmente, alcune tecniche ed esperienze di ricerca sociale hanno avuto più seguito nel mondo delle imprese; penso al rapporto tra marketing e indagine con questionario, all'influenza di studi ed esperienze di sociologia dell'organizzazione sulle tecniche di management. In ogni caso, si può affermare con qualche approssimazione che oggi la sociologia sembra avere il suo luogo di esercizio privilegiato, se non esclusivo, nell'università. Immancabilmente questa situazione ha trovato nell'accademia una sorta di consacrazione della figura del sociologo come docente universitario, sia come singolo sia come gruppo. Naturalmente non ci sarebbe nulla di male se, accanto al sociologo in quanto docente di materie sociologiche all'Università, oppure riconosciuto come tale attraverso la cooptazione nella comunità dei sociologi, vi fosse il riconoscimento di una corrispondente figura professionale da far valere come titolo sul mercato del lavoro e nella P.A. Questa mancata definizione comporta gravi difficoltà per quelle poche esperienze di ricerca sociale che cercano di mantenere un proprio spazio nella P.A., o intorno ad essa. Pensiamo, infatti, alle difficoltà di reclutamento di ricercatori da parte di strutture pubbliche oppure alle diversità di trattamento economico e di carriera a seconda del tipo di laurea e/o a seconda dell'iscrizione ad un albo professionale (com'è noto, nella P.A. i laureati in Se. Politiche, Sociologia, Economia sono inquadrati in un livello inferiore, ad esempio, a quello di laureati in Architettura in possesso della cosiddetta abilitazione alla professione; poco importa che l'albo professionale sia un istituto cui non tutti i laureati possono accedere). Tutto questo hanno capito e superato gli psicologi, quando hanno richiesto ed ottenuto l'albo professionale. Oggi nella P.A. si fa poca ricerca sociale, vi sono poche competenze professionali in grado di farla in modo tecnicamente controllato, ma molti uffici «dichiarano» di avere tra le proprie competenze il fare ricerca, oppure «pensano» di fare ricerca o fanno ricerca in modo improvvisato. ¿m A n altro modo di T^b svuotare di significato le funzioni di ricerca è la sovrapposizione, possibile per una mancata individuazione professionale dei diversi piani operativi, della dimensione analitica, del sistema statistico di base e del sistema informatico. Naturalmente tutto questo produce l'effetto perverso di un'ulteriore perdita di definizione e di credibilità della ricerca sociale. In ogni caso ricerca sociale ed amministrazione pubblica hanno ambedue un bisogno, direi «oggettivo» di ridefinire i loro rapporti secondo modalità di collaborazione effettiva (cioè non solo di facciata e non solo di committenza strumentale ad una politica d'immagine e all'ottenimento di finanziamenti). Per assecondare in modo fecondo l'innovazione nelle modalità operative della pubblica amministrazione, la sociologia deve contrastare quelle spinte che nelle cittadelle universitarie tendono a fare della ricerca «fondamentale» e soprattutto, della teoria sociale il centro esclusivo del proprio statuto epistemologico4. La ricerca sociale «accademica» non può essere consapevole che la risposta alla domanda su che cos'è oggi la ricerca dipende, almeno in buona misura, dalla risposta alla domanda: «a che cosa serve la ricerca sociale?». Con riferimento ad un ambito culturale in cui appare ancora centrale l'ideologia italianas, e dopo il fallimento dei «tentativi di programmazione», è comprensibile un certo sbandamento della ricerca sociale ma, al contempo è difficile non condividere l'idea che essa risulta accettata socialmente ed il suo sviluppo incentivato soltanto se serve alla società e soprattutto alle politiche. Anche la ricerca «fondamentale» non può non trovare una legittimazione nella corrispondenza tra teoria e verifiche empiriche. I modelli di società che emergono dalla ricerca «fondamentale» dovrebbero costituire in ogni caso un riferimento per l'attivazione di interventi e la pratica politica dovrebbe rappresentare a sua volta una verifica della loro validità. In definitiva la politica può essere un terreno-laboratorio che contribuisce ad una forte validazione della ricerca sociale, sia per quanto riguarda l'azione politica come possibile canale di verifica di ipotesi, sia per quanto riguarda la definizione della posizione che spetta alla ricerca sociale nella specificazione delle modalità di funzionamento dell'operatore pubblico. jf L'assunto di cui sopra Xf va dunque riscritto ^/T utilizzando il condizionale: la ricerca risulterebbe accettata socialmente soltanto se servisse alla politica sociale. Ma la situazione è attualmente riassumibile così: l'operatore pubblico in genere non ricorre alla ricerca sociale in modo proprio; le attività di ricerca sociale in genere non servono all'impostazione ed alle verifiche di politica sociale. Tuttavia l'operatore pubblico è in crisi: per uscirne sarebbe necessario trasformare radicalmente la sua organizzazione ed un asse fondamentale di tale trasformazione dovrebbe essere rappresentato da un diverso rapporto tra pratica amministrativa e ricerca sociale, anzi dall'implementazione nelle politiche della ricerca sociale come componente costitutiva delle stesse. Occorre soprattutto che, se il modello di operatore pubblico proposto è in grado di rendere credibile un'operazione di rinnovamento della società italiana, vengano rapidamente rimossi in sede politica, istituzionale, sindacale tutti quegli ostacoli di carattere normativo che ne rendono difficoltosa la realizzazione (penso in particolare alla definizione professionale di sociologo o di ricercatore sociale ed alle diversità di trattamento tra laureati in scienze sociali e laureati in discipline tecnico-naturali, o comunque con un retroterra consolidato in corporazioni professionali). E auspicabile inoltre che si sviluppino collegamenti tra quelle strutture che fanno attività di ricerca nella P.A. e 32