POLITICA, LINGUAGGIO E VERITÀ di Alessandro Casiccia TOgni interazione politica sembra avere luogo a partire da presupposti di diffidenza, sospetto, dichiarata sfiducia, reciproche accuse di inaffidabilità. Vedremo poi come l'elenco possa ancora includere le accuse di falsa coscienza, cioè le applicazioni alla politica di una cultura del sospetto che parrebbe oggi sotto accusa a sua volta sia che porti il segno di Marx, o quello di Nietzsche (o di Freud). Ma già si può fin d'ora intuire quanto più vasta e profonda sia la portata del problema. Il reciproco smascheramento, la reciproca demolizione nel confronto politico, avevano dato vita alle rappresentazioni più classiche del governo del popolo, subendo quindi una grande intensificazione nella fase ascendente dello Stato liberale moderno. Oggi però lo spettacolo ha caratteristiche del tutto nuove: nuovo è il suo pubblico, o meglio la sua audience, nuove sono le scene, le dinamiche della comunicazione, le condizioni della ricezione. Il contrasto sulle cose pubbliche scende di tono con straordinaria rapidità mentre la sua percezione tende a farsi più privata e disincantata e viene da ogni parte sottolineata con ambivalente insistenza la crisi degli ideali mobilitanti. È un processo che riguarda i sistemi rappresentativi più o meno maturi; e non risparmia le democrazie appena sorte sulle ceneri dei regimi burocratico-socialisti (si pensi alla crisi di partecipazione in Polonia e in Ungheria); ne sembrano immuni, almeno per ora, solo alcuni regimi dispotici a base propriamente carismatica. Anche in precedenza la ^^^ democrazia era stata terreno di conflitto prima che di cooperazione. La possibile evoluzione di equilibri cooperativi potè in genere acquistare relativa stabilità per meccanismi esterni più che per processi interni. Ma rispetto a un teatro epico che poneva a confronto idee e valori (sia pur trasfiguranti la realtà) altra cosa è la messa in scena di baruffe tra individui o tra gruppi, condotte a colpi di discredito per troppo evidenti interessi. Le improvvise sterzate verso momenti di fair play tendono a sembrare falsi e maldestri preludi a strategie di complicità, o almeno aperture verso consociazioni dannose per il cittadino. J Peraltro le partite a base di sfiducia parrebbero non doversi concludere mai con un vincitore: farebbero forse eccezione quei casi in cui una parte potesse esibire contro l'altra dati obiettivi provanti inequivocabilmente una responsabilità in accertate contraddizioni tra dire e fare, o in eventi soggetti a giudizi di condanna morale: condanna, beninteso, in base a princìpi riconoscibili anche da chi ne fosse colpito. Ma sono circostanze che difficilmente possono darsi. A prima vista tale osservazione parrebbe suffragare la legittimità del noto assioma per cui gli enunciati che riguardano fatti e quelli concernenti preferenze o valori di ordine etico e politico appartengono a mondi diversi. Il secondo dei due mondi costituirebbe il terreno del «gioco della politica». Il primo corrisponderebbe invece al campo di azione della scienza. E ciò può ben condividersi pur se la scienza venga intesa, non solo come descrizione e spiegazione della natura, ma come confronto di teorie rivali: in una sorta, anche qui, di «gioco» la cui lunga storia, vorrei notare, si snoda, oltre che per rivoluzioni riguardanti i paradigmi, anche per successive messe a punto del concetto di verità, fino al riconoscimento del ruolo del sociale e della convenzione '. jM Considerati i Si contemporanei sviluppi dell'epistemologia, i presupposti del gioco della scienza vengono così presentati: a) la condivisione di mete e regole; b) la neutralità rispetto ai valori, tranne quello dell'obiettività; c) lo scopo di fare emergere teorie valide di fronte al paradigma condiviso e in base all'evidenza disponibile. Fin qui si può essere d'accordo. Tutt'altra cosa, per le teorie separatiste, il gioco della politica, che avrebbe come presupposti: a) il contrasto di ideali, valori, interessi collettivi, componibile poi tramite adeguate strategie; b) la non- neutralità bensì la pervasione di valori e passioni; c) lo scopo di raggiungere una supremazia «nella lotta fra valori incompatibili»2. Sarei tentato di usare il termine «emotivismo politico» a commento di tale definizione; in essa, che pur fa da corollario a posizioni di ragionevolezza moderata, sembra di veder affermata e vantata una notevole autonomia del politico da postulati cognitivi ed esigenze 35