anche esplicita, ad intervenire secondo le linee indicate nel 1978»'. Terza fase: l'area della caserma Ptignani. Lo scioglimento dello specifico nodo degli uffici giudiziari avviene nel 1984, grazie al ricrearsi delle condizioni che esistevano nel 1970 al momento dell'inizio della nostra storia. La definizione del problema ritorna interamente nell'ambito del «network giudiziario» (il quadrilatero formato da comune, magistrati, avvocati e ministero) con esclusione di qualsiasi attore esterno. La componente politica (pur impersonata dagli stessi uomini di prima) si ripresenta nuovamente come orientata al consenso e senza più alcun interesse specifico sulla sostanza della decisione. L'unanimità è facilmente raggiunta. Anche la soluzione localizzativa è simile a quella proposta nel 1970: un'area centrale, non molto distante dalla vecchia Curia Maxima. Non è però identica: quattordici anni sono serviti a mettere in luce l'insufficienza della soluzione originaria (allora non esistevano i maxi processi né appariva ancora prossima la riforma del processo penale) ed a far emergere la disponibilità di nuove aree (allora non si era ancora delineato con chiarezza il fenomeno dei vuoti urbani). La decisione è infatti rapidissima. La soddisfazione generale. La fase attuativa. Poche parole bastano per dar conto del processo decisionale nella fase successiva. Mutando la posta in gioco, mutano anche gli attori protagonisti. Due sono i nodi principali che emergono durante la fase esecutiva, cui corrispondono interazioni tra attori diversi. Il primo nodo ripropone ancora il dilemma tra «funzione giudiziaria» ed «assetto della città». L'impostazione finale del problema tende nuovamente a scaricare costi sui residenti nel quartiere, che si vedono privati di spazi verdi, impianti sportivi e si sentono minacciati dagli sfratti. C'è qualche accenno di mobilitazione popolare, ma il gioco è essenzialmente condotto nell'arena politica tra la maggioranza e le forze di opposizione. Il risultato è la temporanea sospensione di una parte del progetto (la costruzione del parcheggio sotto i giardini dell'ex foro boario). È interessante notare come su questo fronte oggi la maggioranza tenda a valorizzare la positiva portata urbanistica della scelta localizzativa effettuata. Il nuovo Palazzo di giustizia sorgerà infatti accanto alla ferrovia, e cioè lungo quella «spina centrale» che gli studi per il nuovo piano regolatore indicano come la fascia portante dello sviluppo terziario a Torino. Pur trattandosi di una coincidenza casuale — la scelta della localizzazione del palazzo di giustizia è del 1984; l'incarico per il piano regolatore, da cui scaturirà l'ipotesi della spina centrale, è del 1986 — è significativo il tentativo di ricuperare una razionalità urbanistica «a posteriori», quando quella «a priori» — caratteristica delia precedente giunta — ha dimostrato la sua impotenza. Il secondo nodo riguarda essenzialmente chi otterrà i vantaggi più immediati dell'operazione: ossia la scelta dei progettisti e delle imprese. Qui l'arena decisionale è dominata da due attori: gli amministratori comunali e la società concessionaria, i cui rapporti passano rapidamente da una fase di piena unità di intenti (con ampia delega dei primi alla seconda) ad una fase di aperta conflittualità. Pur essendosi trattato di un'ordinaria vicenda di scontri su incarichi e appalti, bisogna segnalare che essa ha bloccato l'iter esecutivo per circa due anni, ritardando ulteriormente l'apertura dei cantieri per un'opera, la cui utilità pubblica è comunque considerata da tutti fuori discussione. L'emergenza mancata. Un aspetto cruciale nella formulazione dei problemi politico-amministrativi consiste nella capacità di annettervi un termine temporale per la loro risoluzione. Tale termine sarà tanto più efficace quanto maggiori saranno le conseguenze negative che i partecipanti al processo decisionale potranno ragionevolmente attendersi dal mancato rispetto della scadenza. L'esistenza di un termine credibile (e temibile) ha infatti la duplice virtù di attivizzare le energie degli interessati e di smorzare le resistenze degli oppositori. Se infatti alla scadenza si rischia di perdere l'intera posta, è probabile che giochi potenzialmente a somma zero, si trasformino in giochi a somma positiva, dal momento che è meglio ottenere poco che niente. Questo meccanismo è stato pienamente compreso dai politici italiani che sempre più spesso hanno fatto ricorso all'emergenza, come a una risorsa per portare a termine programmi, altrimenti minacciati da veti diffusi e vischiosità amministrative. Si è cercato di utilizzare a questo fine obiettivi stati di emergenza (terremoti, calamità naturali), ma si è anche cercato di produrre più o meno artificialmente condizioni analoghe con l'esplicito scopo di accelerare le decisioni (i mondiali di calcio, l'Expo 2000 a Venezia). L'apprendimento che è stato acquisito in periodi di vera emergenza ha finito per invertire i termini della questione: spesso ormai non è più l'emergenza che giustifica decisioni particolarmente rapide, ma è piuttosto l'esigenza di decidere in tempi certi, che giustifica la costruzione di uno stato di emergenza. Come Ulisse davanti al canto delle sirene, così anche i ministri, i sindaci e gli assessori provano a farsi legare da scadenze temporali per sottrarsi alle lusinghe delle dilazioni favorite da ambienti decisionali particolarmente complessi®. • venti anni della vicenda ^ del Palazzo di giustizia J/ torinese (quattordici per decidere l'ubicazione) parlano — a questo proposito — da soli. E evidente che l'emergenza non è mai scattata. Non che le condizioni dell'edilizia giudiziaria non fossero drammatiche e che non andassero vistosamente peggiorando con l'aumento del numero e delle dimensioni dei processi e con la crescente dispersione delle sedi giudiziarie, né che tale stato fosse ignoto agli addetti ai lavori. Semplicemente la situazione non è mai riuscita a porre termini vincolanti agli attori. La storia del Palazzo di giustizia è anche la storia di un'emergenza possibile, ma mancata. Conviene quindi esaminare quali termini siano stati apposti al problema e quali effetti abbiano avuto. L'unico attore che dimostra di avere l'interesse e la capacità di legare le mani agli altri è il Ministero della giustizia che nell'offrire le risorse finanziarie fissa ripetutamente delle scadenze per la loro utilizzazione. L'apposizione di tali termini non resta mai senza effetto. In corrispondenza di ognuna di queste offerte a tempo, si nota una generale attivizzazione delle parti e un'improvvisa accelerazione delle interazioni (così per esempio nel 1971, nel 1981 e nel 1982). Il timore di perdere l'opportunità viene continuamente evocato dai partecipanti che dimostrano 25