68 L’ ECONOMISTA 3 febbraio 1901 maggior introito della tassa esercizi e rivendite, con 20,000 lire da ricavarsi dalla tassa snl gas e l’energia elettrica, con 37,000 lire di maggióre entrata dalla tassa sul valore locativo e infine con 16,000 lire dalla tassa sugli equini. Ci riserviamo di far conoscere, in altro momento, con qualche particolare, quéste nuove tasse; intanto è bene avvertire che il Comune di Bergamo ha stipulato un contratto Cól Consorziò degli Esercènti per la esazione dei dazi di consumo nel quinquennio 1901-1905 ; esso si è così assicurato il gettito previsto nel progetto di sistemazione delle entrate comunali. La riforma tributaria attuata a Bergamo non va giudicata nelle sue singole parti, ma nel suo complesso ; altrimenti il giudizio non potrebbe essere in tutto favorevole. Abolire la cinta daziaria è certo un’idea ottima, ma quando si ricorre alla riscossione dei dazi secondo il sistema dei Comuni aperti, ossia presso gli esercenti per la vendita al minuto di date quantità di prodotti tassati, si va incontro al pericolo di fare una riforma a beneficio principalmepte degli abbienti che vivono entro la parte chiusa del Comune. Per togliere la stridente diseguaglianza, di trattamento si può certo ricorrere ai tributi diretti ed è quello che ha fatto il Comune di Bergamo, specie col modificare la imposta sul valore locativo. Vi è adunque nella riforma di cui ci siamo occupati un concetto che merita considerazione ; ed è questo : se si possa e in che modo, con qualche imposta diretta, compensare le sperequazioni risultanti fra i cittadini dall’ applicazione del dazio forese. Che Bergamo abbia risoluto il problema non possiamo affermarlo ora in alcun senso, perchè troppi elementi ci occorrerebbero per avere una cognizione precisa della distribuzione del dazio forese e della imposta sul valor locativo. Ad ogni modo è certo lodevolissima l’opera del Comune di Bergamo ; anche se la esperienza mettesse in luce qualche difetto, non sarà diffìcile alla Amministrazione Comunale di toglierlo. La cura indefessa con cui ha studiato la riforma tributaria in questi ultimi anni nè affida pienamente. L’Istituto Italiano di Credito fondiario (esercizio 1900) Per l’Istituto di Credito fondiario quello del 1900 fu un buon esercizio, non tanto perchè sieno gli affari straordinariamente più numerosi di quelli degli anni precedenti, che a ciò non consentirebbe nemmeno la natura stessa della a-zienda, ina perchè da nna parte questo decimo esercizio segna un passo di più nel solido sviluppo della azienda, dall’altra parte si confermano ancora, e vanno così diventando tradizionali, certi speciali risultati che dimostrano che cosa si può ottenere mediante una amministrazione oculata e perseverante nei suoi intendimenti e nei mezzi che adopera per raggiungerli. Come è già noto, il Consiglio di Amministrazione proporrà quest’ anno che siano distribuite agli azionisti L. 24 per azione, essendo _ stato l’utile netto di L. 2,023,744.37, per cui Lire 100,205.19 vanno alla riserva, L. 1,920,000 agli azionisti e L. 3,539.18 a conto nuovo. Nei sei anni ultimi, gli utili netti sono stati ; 1895 L, 1,859,449 — 1898 L. 1,919,545 1890 » 1,913,011 — 1899 » 1,956,217 1897 » 1,917,185 - 1900 » 2,023,744 L’aumento è stato costante e gli azionisti videro mano a mano che si sviluppavano gli affari, rimunerato più largamente il loro capitale, il che è indizio sicuro di un sano equilibrio nelle risultanze di vario genere che debbono derivare dagli affari stessi. Cosi va pure tenuto conto per lo stesso ordine di idee del costante e cospicuo aumento delle riserve che nei sei anni diedero le seguenti cifre : Riserva Riserva speciale riserva speciale statutaria di sponibilo differita 1895.. .. 277,923 221,620 598, 034 1896... .. 370,595 221,620 1,064, 664 1897.. .. 465,907 225,000 1,098, 408 1898.. ., 560,831 225,000 2,528, 234 1899.. .. 655,748 225,000 1,828,267 1900.. .. 752,325 225,000 2, 037, 173 Nel complesso pertanto le tre riserve, dopo dieci anni di esercizio, essendo il capitale di 40 milioni, sono arrivate alla cospicua cifra di L. 4,114,703. Le quali risultanze, diremo cosi patrimoniali, son tanto più degne di considerazione, in quanto la parte operazioni di mutui dà cifre ancora più confortanti, poiché dimostrano che 1’ andamento dell’amministrazione è tale che non re-istra probabilità alcuna di subire delle perite. Ond’. è che le riserve accumulate debbono avere per gli azionisti tanto maggiore valore quanto minore è la probabilità che avvenimenti anche straordinari intervengano a diminuirne la entità. Infatti il Consiglio di Amministrazione non può prender atto dei risultati sulle scadenze, se non con una soddisfazione pari alla compiacenza con cui la Direzione le presenta. Nel 1900 vi erano le seguenti scadenze: Per arretrato . . . 1899 L. 42,853.51 Per la semestralità 1900 » 2, 797,367.76 Per 2* semestraliltà 1900 » 2,883,002.24 Totale L. 5, 713, 227. 57 Ora l’esercizio 1900 chiude senza alcun residuo da riscuotere per gli esercizi precedenti, dà un residuo di appena L. 4,071 per la scadenza del 1° semestre 1890 ed uno di L. 32,248 per il secondo semestre. Ma il fatto che non esista nessun arretrato antecedente all’esercizio che si chiude, quando al principio dell’esercizio si avevano in corso 70 milioni di mutui e le semestralità erano di oltre due milioni e mezzo e quando una prevalente somma di mutui è collocata nelle pro-vincie meridionali che soffrono per la crise