474 L’ECONOMISTA 19 luglio 1903 sostengono, ohe, dato il sistema ora vigente, l’Inghilterra è completamente disarmata nei negoziati con le altre potenze. Senza prendere di mira il libero scambio, del quale molti che pur si dimostrano favorevoli alle idee del Chamberlain, riconoscono i benefici pel tempo passato, coloro che propugnano una riforma fiscale, e più propriamente doganale, osservano che l’Inghilterra ormai non ha nulla da offrire agli altri paesi in cambio delle concessioni che le occorrono e che il libero scambio si riduce, per lei, alla libera importazione delle merci estere in Inghilterra e alle maggiori difficoltà pei prodotti inglesi alla entrata nei paesi stranieri. Di più, nessuna possibilità di rappresaglie doganali verso gli Stati che rendono più difficile la importazione dei prodotti dell’Inghilterra o di quelli delle colonie inglesi le quali facciano un trattamento speciale ai prodotti della madre patria. E il caso del Ca-nadà fa le spese di tutte di tutte le discussioni, perchè avendo quella colonia ridotti i dazi sui prodotti inglesi nella misura, prima del 25 °/0 e poscia del 33 */3 °/0, la Germania ne mosse forte lagnanza, fece minaccie che naturalmente riesci-rono sgradite agli inglesi e ai canadesi, e finì per mettere dei dazi differenziali sui prodotti del Canadà. Della posizione del Canadà, in questo argomento delle tariffe speciali e del suo considerevole sviluppo economico negli ultimi anni, ci occuperemo in altro momento, qui, per non divagare, conviene considerare quale è effettivamente il punto di vista di coloro che domandano uno studio completo della questione relativa alla condizione in cui trovasi l’Inghilterra nei negoziati commerciali con gli altri paesi. Perchè si tratta d’un argomento che ha molti aspetti : vi è quello prettamente imperialista, ossia della unione più stretta, più completa, tra la madre patria e le colonie ; vi è quello protezionista che riguarda cioè il ristabilimento di dazi, i quali, per quanto miti, non potrebbero non essere protettivi; vi è ancora quello della reciprocità tra l’Inghilterra e gli altri paesi, ossia del do ut des, del dare e ricevere, che non sarebbe più applicabile, almeno su una base equa per l’Inghilterra, a causa delle tariffe protettive applicate negli altri Stati. Or bene, è su quest’ ultimo aspetto della questione che presentemeute insistono gli uomini di Stato inglesi e se ne ha la prova nei discorsi tenuti al Constitutional Club dal Balfour e dal Chamberlain, alla fine del mese scorso. Il Balfour accennò a quattro punti che cagionano, a suo avviso, una qualche ansietà nella condizione presente degli affari. La prima causa è che la provvista di capitale adegnato per 1’ esercizio di grandi industrie moderne è compromessa dal fatto che le nazioni estere, col loro sistema protettivo, sono in grado e pronte a importare nell’ Inghilterra oggetti che vengono largamente prodotti in questo paese e li vendono a un prezzo inferiore o nel paese di origine o in quello di importazione. Sarebbe la stessa questione con la differenza che non riguarda una industria speciale, che venne sollevata per lo zucchero e che fu risoluta con la convenzione di Bruxelles. Il secondo punto consiste in ciò che i negoziati relativi alle tariffe sono resi estremamente difficili dalla condizione attuale del regime doganale inglese. La questione non è nuova, osservò il Balfour, e basta ricordare che il Gobden quando negoziò il trattato del 1860 con la Francia potè rendere un grande servizio al libero scambio appunto perchè egli aveva qualche cosa da dare alla Francia. Ma, ora coloro che vogliono vedere il libero scambio incoraggiato col dissuadere gli altri paesi a ricorrere a quelle tariffe di guerra che vanno prevalendo, non hanno alcun mezzo per negoziare. Ancora vi è da considerare, secondo il Balfour, se dato che le colonie desiderino di fare all’ Inghilterra un trattamento di preferenza, questa deve permettere un intervento straniero in ciò che gli inglesi considerano come un affare di politica interna. E infine è da vedere se sia possibile qualche accordo con le colonie autonome, che conduca a una unione di carattere fiscale. La importanza dei quattro punti suaccennati non può essere disconosciuta e si comprende che non manchino in Inghilterra coloro i quali, pur non essendo protezionisti, ammettano la opportunità di esaminare tale complessa e imponente questione. L’ inchiesta e la discussione a cui il governo inglese, per opera specialmente del Chamber-lain, ha chiamato il paese può comprendersi, se il suo scopo è di porre in chiaro non tanto i vantaggi di uno o l’altro sistema doganale, quanto le condizioni create all’ Inghilterra e alle sue colonie dalla politica doganale degli altri Stati. Da questa indagine potrà venire molta luce sulla via da seguire. Il male è che il problema, come già si è avvertito, viene complicato da altre mire e a queste accennò specialmente il Chamberlain, il quale ha fatto notare che vi sono varii metodi con cui risolvere la questione della Federazione imperiale, ma che quello più spesso e più rigorosamente sostenuto, specie al-1’ ultima Conferenza coloniale, è la unione commerciale, mediante tariffe di preferenza (commercial union through preferential tariffs). Ed egli aggiunse che è in queste condizioni che si è avventurato a chiedere al suo partito e alla nazione in generale di discutere la politica fiscale del paese, respingendo poi l’idea attribuitagli di aver sollevato questa spinosa quistione per ragioni elettorali. Il segretario per le Colonie non la considera una questione di partito e non vuole che quelli tra i suoi correligionari politici che la penseranno diversamente da lui sieno tacciati di slealtà, proscritti o comunque accusati di agire per motivi malefici. Tutto ciò sta bene, perchè è noto che nelle stesse file dei conserva-tori e in genere degli unionisti, non mancano i più convinti fautori del libero scambio e insieme fervidi avversari delle tariffe differenziali, basti citare per tutti lord Goschen, che è una delle maggiori autorità finanziarie del paese. Ma è anche chiaro che il Chamberlain, mentre dichiara di volerà una inchiesta e una discussione completa, esauriente della questione e di riservare a dopo la determinazione concreta delle proposte che saranno del caso, pregiudica la discussione, prima che l’inchiesta sia compiuta, coll’ accennare fin