ma di estremismo di matrice nordica, animata dalla «cultura plebea» degli strati più reazio- nari e sciovinisti del proletaria- to e del sottoproletariato «bian- co» e, in parallelo, per una pre- senza sempre più aperta ed evi- dente nei settori ultrà delle tifo- serie calcistiche. JQuel che rende allar- mante il fenomeno bo- nehead non sono però tanto, almeno in Italia, le sue manifestazioni politiche, quan- to quelle più genericamente so- cio-culturali, che coinvolgono fasce giovanili ben più vaste di quelle strettamente identificabi- li nel modello bonehead o nello stesso stile skinhead. L'elemen- to di preoccupazione non nasce dai circa duemila naziskin lega- ti alle varie organizzazioni d'area, ma da quella vasta area giovanile che dai muretti e dai ritrovi di quartiere fino alle cur- ve degli stadi manifesta una xe- nofobia ed un rancore razziale sempre più accentuati. Questa sempre pù vasta area giovanile può essere rappresen- tata attraverso l'immagine di un gruppetto di giovani coetanei, maschi, tra i 13 ed i 26 anni, stretti da rapporti di amicizia di matrice soprattutto territoriale. L'estrazione sociale del grup- po, che risente del contesto ur- bano degradato in cui è di soli- to situato, non sconfina di soli- to oltre le due «fasce del ranco- re»: quella sottoproletaria, spin- ta sempre più ai limiti della so- cietà del benessere, e quella formata da quei settori della classe operaia «garantita» e della piccola borghesia che ve- dono allargarsi la forbice che li distanzia da quello stato di di- screta agiatezza che con gli an- ni ottanta si dava per definitiva- mente acquisito. Da queste due culture parentali di matrice pro- letaria il gruppo di giovani trae una serie di atteggiamenti e di comportamenti che sono parte integrante del patrimonio cultu- rale delle classi subordinate: senso della comunità, del grup- po e del territorio, esaltazione dei canoni comportamentali considerati «virili», differenza e disaffezione verso il sistema educativo e più in generale ver- so ogni forma di «intellettuali- smo», avversione per quelle forme di diversità sociale, etni- ca e culturale che si discostano dai propri canoni tradizionali. ^ a «mentalità collettiva» W del gruppo risente ovvia- Ky mente anche degli influs- si della cultura dominan- te, soprattutto sul versante dei consumi: un martellamento massmediale quotidiano, un universo di segni e messaggi legano lo stato sociale del gio- vane al suo grado di accesso ai tesori della società dei consu- mi; una scala di valori tutta «economica», che rende incerta e balbuziente ogni precedente, fiera rivendicazione del proprio stato sociale, e che 'stimola nel giovane il desiderio di integrar- si totalmente con quella cultura dominante che dovrebbe garan- tirgli l'accesso al mondo «ma- gico» dei prodotti superflui e del benessere instinguibile. Il gruppo figura però tra quelli più esposti agli effetti delle di- storsioni sociali e delle spere- quazioni economiche che af- fliggono il nostro modello di sviluppo: periferici, con un bas- so livello di scolarizzazione, sono i primi a risentire delle fa- si economiche del Paese, delle ricorrenti crisi occupazionali che rendono il raggiungimento di uno status sociale più elevato una sorta di supplizio di Tanta- lo, sempre a portata di mano eppure irraggiungibile. All'esclusione dalla «società dell'abbondanza» il gruppo reagisce rinforzando i propri vincoli interni, elaborando una rete di segni distintivi e adot- tando una serie di atteggiamenti e comportamenti fortemente in- fluenzati sia dalle forme più de- teriori della propria cultura d'appartenenza, sia dal deside- rio di compensare il proprio stato di «invisibilità sociale» con una squillante, il più provo- catoria possibile, dichiarazione di identità. ostretti in studi svogliati, ^^ senza lavoro o sotto-occu- pati che siano, i giovani del gruppo recepiscono le an- sie, le frustrazioni, i rancori che animano l'ambiente sociale che li circonda. L'ondata di indivi- dualismo ed il brusco risveglio dai sogni di illusorio benessere degli anni ottanta consegnano a questi giovani una cultura fami- liare intrisa di sfiducia, percor- sa dal timore di non farcela, di non «reggere il ritmo», di resta- re indietro ed essere travolti dalla massa, di essere risuc- chiati in quella povertà da cui si è sfuggiti a stento solo da un paio di generazioni, nei formi- cai desolati delle periferie, do- ve il sottoproletariato «bianco» si mescola con l'immigrazione «nera», il rancore aumenta poi esponenzialmente, travolge gli ideali di solidarietà che da sem- pre ispirano l'azione della sini- stra e scatena una sorta di guer- ra tra i gruppi egualmente su- bordinati. La xenofobia istinti- va da sempre presente nella cultura delle classi subalterne si trasforma in una sorta di furore paranoico in cui il diverso, l'estraneo, V«altro» assumono invariabilmente il ruolo di ca- pro espiatorio. Il gruppo assorbe come una spugna questi umori, li esaspe- ra nella pratica quotidiana di paese o di quartiere, con i suoi locali e punti di ritrovo in cui ogni presenza estranea viene vissuta al pari di una intrusione, di una sfida. Lo stesso ruolo sa- crale assume la curva dello sta- dio, vissuta come luogo fisico da difendere da ogni offensiva nemica, come centro gravita- zionale della propria comunità. Il conflitto etnico, l'identifica- zione «evidente» del nemico diviene uno dei valori fondanti del gruppo, una sorta di corazza contro il senso di alienazione e di sradicamento. Più che un problema politico, le tendenze razziste che si ma- nifestano in modo sempre più evidente nell'universo giovani- le tratteggiano insomma una grande ed irrisolta questione sociale, in cui si mescolano fo- bie ancestrali e nuove insicu- rezze, anacronismi e cecità, as- senza di memoria storica e sfi- ducia nel futuro. Il bonehead rischia di tramutarsi nella mi- nuscola punta visibile di un iceberg dalle dimensioni sem- pre più vaste, che attrae ed ag- grega le più disparate tipologie socio-culturali. Dietro il cranio rasato e le lunghe basette affi- late, dietro i Doc Martens e le Fred Perry nere, dietro lo «spontaneismo xenofobo» si manifestano i sentimenti d'in- tolleranza, di rancore, di ripul- sa verso ogni forma di ipoteti- ca «diversità» che percorrono l'Europa intera. 0 n questo contesto l'allar- ga me politico, che la relativa jf / forza numerica del movi- mento bonehead italiano rende superfluo, rischia di soffocare l'allarme sociale, in questo caso necessario, sul diffondersi tra i giovani di una mentalità violenta e xenofoba, pronta a manifestarsi nelle cur- ve calcistiche come nelle disco- teche, nelle violenze del sabato sera e nei concerti rock. L'esigenza che si avverte, oltre alla giusta e legittima persecu- zione delle attività razziste, è quella di un maggior impegno, di un salto di qualità nello sfor- zo di comprendere ed analizza- re un fenomeno che non può essere compresso nè risolto at- traverso i consueti schemi della politica. Quel che si richiede è la capacità e la volontà di met- tere a punto una strategia eco- nomica, sociale e culturale atta ad allontanare lo spettro di una «gioventù proletaria» sempre più attratta dal generico ribelli- smo, dalla violenza razzista e, per osmosi, dai temi della de- stra radicale. Il pericolo, come scriveva dieci anni fa Oreste Scalzone riguar- do i moti studenteschi «di de- stra» che scossero la Francia (1983, Protesta contro la «rifor- ma Savary»), e che videro scontrarsi con le Forze dell'Or- dine anche «Gruppi di loubards di banlieu, di giovani prolò, di Punks» è infatti che i «Ragazzi oppressi dall'asfissia di una vi- ta quotidiana opprimente come un'afa estiva, dalla calotta di una società disciplinare, de- pressa, regolamentata, ci pren- dano gusto. Ho la sensazione inquietante di un rischio: come ormai una serie di letture spie- gano, nella motivazione della guerra c'è una forte componen- te ludica. Penso di avere questo paradigma sotto gli occhi. Pen- so che questo gioco può diveni- re affascinante, per chi lo prati- chi come fine a se stesso, come espressione, come «avventura del sabato sera». Penso che ha il sapore della trasgressione, della rottura di una quotidianità assai misera. Se questi fanto- matici «fascisti» riescono a proporsi come quelli che assi- curano questa rottura, che .pola- rizzano questa voglia di tra- sgressione, sarà dura. Si sa co- me vanno queste cose: per «contagio». Dieci anni fa l'im- maginario era rosso, oggi è neutro, si rischia che domani volga dall'altra parte». Bibliografìa 0. Beha, Anni di cuoio, Roma, Newton Compton, 1988. F. Bruno, Vita da ultrà. Dentro le curve di tutta Europa, Bologna, Corti Editore, 1992. 1. Chambers, Ritmi urbani, Geno- va, Costa & Nolan, 1986. A. Dal Lago, Descrizione di una battaglia. 1 rituali del calcio, Bolo- gna, Il Mulino, 1990. D. Hebdige, Sottocultura: il fasci- no di uno stile innaturale, Genova, Costa & Nolan, 1983. D. Hebdige, La Lambretta ed il vi- deoclip. Cose e consumi dell' im- maginario contemporaneo, Torino, EDT, 1991. Laing, Il Punk. Storia di una sotto- cultura rock, Torino, EDT, 1991. A. Roversi (a cura). Calcio e vio- lenza in Europa, Bologna, II Muli- no, 1990. A. 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