La prima meti degli ^^^anni ottanta è * considerata, a ragione, una fase di mutamenti radicali, analoga alla rottura che si produsse nell'industria italiana tra gli anni cinquanta e sessanta. Allora, con il passaggio dalla centralità della figura dell'operaio specializzato a quella dell'operaio comune. Nel decennio scorso, con una perdita di centralità ed una conseguente frammentazione del mondo del lavoro. Alcuni tentativi di individuare un nuovo modello di relazioni industriali e di contrattazione non semplicemente subordinato alle logiche della ristrutturazione capitalistica sono stati fatti (dal protocollo Iri ad alcune esperienze di contrattazione informale, fino a veri e propri accordi sui processi di ristrutturazione). Si renderebbe quindi necessario tentare un bilancio politico di tutte queste esperienze. Tuttavia, una risposta pienamente convincente finora non vi è stata e per approfondire questa ricerca può allora essere utile ripercorrere i punti salienti di quel che è avvenuto in questo decennio in realtà significative quali la Fiat ed i grandi gruppi industriali. I fenomeni che hanno caratterizzato gli anni ottanta nell'industria, sono stati profondi e molteplici e vanno indagati e compresi: al ridimensionamento quantitativo del triangolo industriale e dell'occupazione, ha fatto riscontro una diffusione territoriale dell'impresa, l'aumento delle j aree dismesse delle grandi metropoli, il mutamento del rapporto tra produzione e mercato e l'introduzione della automazione nei grandi ; processi produttivi. E fuori dubbio che le proposte di ristrutturazione e di sviluppo individuate e realizzate soprattutto dalle grandi concentrazioni industriali, siano state non solo vincenti, ma anche egemoni per un tratto del j loro cammino. Se non vi fosse stata l'adesione di una maggioranza di lavoratori alle ricette che venivano proposte, e se tali proposte non avessero prodotto visibili segni di modernizzazione e di efficienza della società, non si spiegherebbe il vistoso arretramento del movimento sindacale e democratico, che è andato ben al di là dell'aver perso una pur importante battaglia, come quella del 1980 alla Fiat. Ma il punto sul quale occorre maggiormente riflettere è il contrasto che si è prodotto in questi anni tra modernità e condizioni materiali dei lavoratori; tra Torino area innovativa del mondo e nuove povertà; tra le promesse del 1980 e le successive mancate risposte da parte degli imprenditori alle aspettative dei lavoratori. Da qui occorre ripartire. jM I mutamenti che si SM sono verificati nel "^^sistema produttivo, non vanno soltanto considerati nelle loro ricadute visibili, come l'introduzione di nuova tecnologia o l'automazione di intere fasi del ciclo: si pensi alla lastroferratura, alle verniciature, al Lam, alla progettazione congiunta prodotto-processo del Fire a Termoli, al superamento della cosiddetta tecnologia del convogliatore e delle scorte intermedie, alla Factory Automation dell'Olivetti, ecc. Quello che ha molto inciso sul recupero di produttività dell'impresa, è la concomitanza e molteplicità di fattori, tra i quali quelli «invisibili»: la logistica, il superamento degli stoccaggi e dei magazzini, la flessibilità dell'intera organizzazione produttiva rispetto al mercato, che hanno trasformato una azienda come la Fiat, da «fabbrica per produrre» a «fabbrica per vendere». 5 Tra i lavoratori, la trasformazione della tecnologia ha mutato il rapporto tra lavoratori diretti, ed indiretti, a favore di questi ultimi, ed ha accresciuto il numero degli impiegati e dei tecnici. I mutamenti organizzativi e «invisibili» dal canto loro, hanno teso a determinare una nuova coscienza di sé e del proprio lavoro, che ha cominciato ad affermarsi nella prima metà degli anni ottanta, con l'entrata in scena di nuovi parametri di comportamento: l'idea del conflitto fuoriesce dal classico schema dei rapporti di forza per ricollegarsi ad una logica di rispetto delle regole del gioco tra lavoratore ed impresa. Dunque il conflitto non scompare, come sostenuto da taluni: esso si esprime in nuovi modi e forme e con logiche diverse dal passato, rimanendo uno strumento decisivo per migliorare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica. Acquistano grande rilievo le differenze di condizione di lavoro e di collocazione professionale, ed il loro riflesso sull'identità dei lavoratori, e sulle loro aspettative nel rapporto con le aziende. Inoltre, soprattutto con l'ingresso in fabbrica delle nuove generazioni, che rappresenta un fattore nuovo e decisivo della situazione, si va sempre più affermando tra i lavoratori un comportamento sorretto dall'idea che l'identità individuale non sia esclusivamente determinata dalla collocazione nel ciclo produttivo, ma anche, o forse soprattutto, dall'essere «cittadini». Questi cambiamenti nelle soggettività dei lavoratori, si incrociano con la oggettività delle trasformazioni, produttive ed organizzative. Questi processi, che m fa hanno connotato il ^^ modello produttivo dominante, nel momento in cui hanno raggiunto il massimo di efficacia produttiva, hanno posto le basi per il loro stesso superamento. Infatti un futuro di innovazione, non può fare a meno del consenso e della cooperazione attiva dei lavoratori, fino a forme avanzate di autogoverno della prestazione (si vedano gli esperimenti in atto nell'industria automobilistica tedesca e svedese). In queste situazioni, i gruppi di lavoro sono autonomi ed autogestiti rispetto alla programmazione, esecuzione e controllo della propria attività. Le gerarchie aziendali, delle quali va valutata la funzionalità ai fini dei gruppi di lavoro, devono adeguarsi a tali unità organizzative autogestite. Proprio su questo punto si apre una grave contraddizione, che va esaminata: le nuove tecnologie, soprattutto se progettate in chiave neo- tayloristica, possono portare con sè un ulteriore livello di espropriazione dell'autonomia nel lavoro; in tutti i casi, richiedono una maggiore partecipazione dei lavoratori agli obiettivi qualitativi e quantitativi dell'impresa. I nuovi cicli di produzione, se tendono a diventare più flessibili, non sono meno fragili di un ciclo produttivo rigido; obbediscono a logiche di interdipendenza che hanno bisogno di una rapida capacità di aggiustamento e di correzione; la regolarità del flusso produttivo può essere garantita solo attraverso la disponibilità dei lavoratori e del sistema sociale circostante. La non lontana vicenda dello sciopero degli autotrasportatori è l'esempio evidente del groviglio di interconnessioni che 7