438 LA RIFORMA SOCIALE — ANNO UI • VOL. VI quali sono i consumi necessari ; 3° è equo che anche i proletari, che non possono essere diversamento colpiti, diano il loro contributo all’erario come corrispettivo dei servizi che a loro rende lo Stato. Il primo motivo non può accamparsi da chi parla in nome del diritto e dell’equità. Il finanziere scettico e brutale può conservare la sua predilezione per questa imposta a larga base e di comodissima esazione, che assicura allo Stato una cospicua entrata; possono invocarla, ad esempio, l’Held, il Nasse, ecc., che ritengono essere la giustizia un fattore di poca importanza nel sistema tributario. Non lo può, ripetesi, chi iu nome del diritto e dell’equità critica aspramente l’imposta sulle successioni e l’imposta progressiva. Il Flora aggiunge il secondo motivo : non si possono abolire i dazi sui consumi necessari perchè non si può precisare quali essi siano. Ora egli ò vero che non vi sono criteri immobili per determinare questa loro qualità ; è vero che elevandosi il tenore di vita divengono necessari certi consumi, che iu uno stadio inferiore erano di lusso; ma è altrettanto vero che in una data fase dell’ evoluzione sociale ed economica di un popolo tutti converranno nel giudicare quali siano i consumi necessari. Per quanto grande sia la miseria tra i contadini dell’Italia meridionale, settentrionale ed insulare, chi oserebbe negare al consumo del pane, del vino, dell’olio, del petrolio, il carattere della uecessarietà? È noto invece che thè e caffè, tra noi considerati quali consumi di lusso, in Inghilterra sono divenuti consumi necessari. Nou mancano, quindi, i criteri per la determinazione, sebbene siano relativi; e questa relatività non disprezza il Flora che combatte il predominio eccessivo dei dazi sui consumi necessari; ma chi non sa diro quando è necessario un consumo come potrà vedere quando è eccessivo il dazio sul medesimo? Il vero è che tutto è mutabile e relativo. L’ultima giustificazione dell’imposta sui consumi necessari è altrettanto infondata quanto le precedenti. Si dice: è giusto che i proletari contribuiscano alle spese dello Stato pei servizi che lo Stato a loro rende. Ora anche non accettando il criterio restrittivo di Arturo Labriola che osservò al Flora « che i servizi pubblici, nello stretto « senso della parola, sono per buona parte pagati direttamente da quelli « che li godono, a qualunque classe appartengano e colle entrate che « la scienza ha designato colla parola speciale : tasse » si può rispondere che l’esercito, la marina, i carabinieri, la magistratura, le Università, le scuole secondarie e sino ad un certo punto le ferrovie e i sussidi alle Compagnie di navigazione, ecc., che assorbono, in una col debito pubblico — sviluppatosi terribilmente per colpa delle classi dirigenti ed a loro benefizio — la grandissima parte delle entrate pub-