GUADAGNANO DI PIÙ LE GRANDI, LE MEDIE, tct. 75 che essa ha effettivamente. Configurare un profitto medio per singole classi di capitale e per singole categorie di industria, ci porta a considerare con maggiore attenzione il concetto di « profitto medio »: concetto già piuttosto oscuro in sede di economia pura e tutt’altro che facilmente calcolabile, almeno da un punto di vista non formale, in ricerche di carattere quantitativo. Soprattutto in questa materia è di notevole limitazione la necessità di dover raggruppare le singole imprese in determinate categorie industriali secondo caratteri tecnici più o meno precisi e definibili. Tali caratteri tecnici fanno pensare all’indagatore a condizioni comuni di ambiente, di possibilità di mercato, di coefficienti tecnici e cosi via, per la possibilità di conseguire determinati profitti. Se si va a fondo dell’analisi, invece, si vede che tali caratteri comuni sono assolutamente empirici: i criteri assunti a definirli possono variare assai. Il Borgatta (i), ad esempio, citando il caso delle industrie tessili si domanda quale significato abbia una media di profitti conseguiti in sottogruppi distinti da condizioni, procedimenti, interessi, diversissimi tra di loro: come sono le industrie cotoniere, seriche, laniere, jutiere, e così via. Ma se poi ci spingiamo ad investigare nell’interno di ogni gruppo notiamo differenze pure sensibilissime tra tipo e tipo di industria: anche nei gruppi più limitati e, quindi, più omogenei, si nota che l’identità tecnica non sempre identifica le condizioni del meccanismo e risultato economico delle imprese. Tutto questo porta a chiarire le ragioni per cui nel « profitto medio » di una data categoria di industria si compensano alti e bassi profitti e perdite e perchè soltanto raramente si possa parlare di un senso unico nel conseguimento di profitti da parte delle imprese appartenenti ad uno stesso ramo di attività. Basta quel poco che abbiamo detto in questo paragrafo per capire la ragione per cui bisogna assumere i risultati di queste elaborazioni, non come risultati di indiscussa attendibilità, bensì soltanto come grossolani sintomi segnalatori di una tendenza in atto nella distribuzione dei profitti (2). (1) G. Borgatta, La dinamica economica (U.T.E.T., Torino, 1920, pag. 321 c segg.). (2) Diamo le varie attività raggruppate nelle quindici industrie da noi considerate seguendo la nomenclatura adottata dall’« Associazione fra le società italiane per azioni »: 1. Navigazione: navigazione. 2. Ferrovie e trasporti: ferrovie, tramvic, autotrasporti, trasporti diversi. j. Tessili più rayon: seme bachi, seta filatura, seta tessitura, cotone, lana, lino, canapa, iuta tessili varie, fibre artificiali. 4. Minerarie: miniere, marmi e pietre. , 3. Metallurgiche: metallurgiche. ... 6. Meccaniche: meccaniche, autoveicoli e affini, materiale elettrico. 7. Elettriche: elettriche. 8. Chimiche: prodotti per l’agricoltura, oleifici, chimiche. 9. Concia e lavorazione cuoio: concia, lavorazione cuoio. 11. Edi/hria f materiale da costruzione: edilizia, calce-ccmcnto-gesso, laterizi, ceramiche e vetri. 12. Alimentari: mugnai-pastai-pilatori, distiUerie-vini-Uquon, latte e derivati, zuccheri, birra-acque gassate-freddo, preparati alimentari c conserve, dolci, pesca. 13. Carta: carta. 14. Grafici ed editori: grafici, editori, giornali e riviste. 13) Acquedotti e gas: acquedotti, gas.