GIUGNO 1994 - N. 6, PAG.27/XI Cosa leggere Secondo me Nonostante il suo ruolo preminente nella storia delle sottoculture giovanili britanniche, lo stile skinhead non ha quasi mai suscitato l'interesse degli ambienti accademici e dell'industria editoriale. Apparso nelle zone più degradate di Londra tra il 1967 e il 1969 come rielaborazione in chiave White Underclass degli atteggiamenti e dei consumi musicali della microdelinquenza giovanile giamaicana, lo stile skinhead sembra imboccare il viale del tramonto pochi anni dopo, intorno al 1972, sull'onda della rottura della fragile convivenza tra il proprio sciovinismo xenofobo e la montante coscienza etnica dei giovani indo-occidentali. Lo stile skinhead toma ad attrarre fasce sempre più vaste di giovani marginali alla fine degli anni settanta, con l'avvento dello stile punk e in particolare della sua ala più dura e "stradaiola", rappresentata da rock-band quali gli "Sham '69" di Jimmy Pursey. Con gli anni ottanta, infine, sotto la spinta di una serie di gruppi "nazi-rock" come gli "Screwdriver", un vasto settore di skinhead si politicizza, trasformando la propria istintiva xenofobia in una vera e propria paranoia razzista e collegandosi in modo sempre più stretto con i gruppi e le organizzazioni della destra radicale. Intorno agli "Screwdriver" e alle altre nazi-band si crea un vero e proprio circuito politico-musicale, il cosiddetto "White Power Rock", che si estende presto oltre la Manica e collega la destra skinhead di tutta Europa e d'oltreoceano. Questo filone, chiamato "Bonehead" dagli skinhead antifascisti o più genericamente antirazzisti, costruisce attorno al proprio esasperato razzismo e al White Power Rock una sorta di nuova identità, da un lato strettamente legata alle proprie origini sottoculturali, dall'altro pronta a manifestarsi attraverso inedite forme politico-ideologiche. L'ingresso della politica nell'universo skinhead spezza in definitiva lo stile in tre differenti filoni: il primo, detto degli "Originals", è apolitico e tradizionalista, mantiene le caratteristiche originarie e, pur presentandosi in modo a volte violento, sessista e nazionalista, manifesta tendenze antirazziste. È essenzialmente uno stile di vita rivolto alla gestione del tempo libero e alle scelte musicali; il secondo filone, detto dei "Red-Skins" si distacca dal primo per il proprio tasso di impegno antirazzista e di politicizzazione ed è legato all'area dell'estrema sinistra. Il terzo filone è infine quello Bonehead, che si è trasformato nella prova più eclatante delle insicurezze e dei rancori che attraversano in questi anni l'Europa. L'unico elemento che unisce i tre filoni è la comune passione per il football; una passione che spesso si tramuta in atteggiamenti e comportamenti violenti. Ed è proprio lo stile skinhead, alla fine degli anni sessanta, a produrre in Inghilterra la temutissima figura dell'hooligan calcistico, anch'essa destinata a superare ben presto la Manica. In questo scenario la bibliografia sullo stile skinhead si suddivide in due filoni: a) le elaborazioni di tipo etno-sociologico, prodotte soprattutto dai ricercatori del Centre of Contemporary Cultural Studies dell' università di Birmingham e da quelli della cattedra di sociologia dello sport dell'università di Leicester; b) i materiali prodotti o adottati dagli stessi skinhead. blicato The Paint House, un testo teatrale curato da Susie Daniel e Pete McGuire che vede nel ruolo di protagonista assoluta un'immaginaria ma perfettamente ricostruita banda skinhead, i "Collinwood". Non va inoltre dimenticata l'opera di fiction più cara allo stile, Clockwork Orange: ma Anthony Burgess può riposare tranquillo, al riparo da qualsiasi rimorso, poiché questo vero e proprio culto non è rivolto al romanzo, bensì alla sua rielaborazione cinematografica, realizzata nel 1971 da Stanley Kubrick. Sempre nel campo della fiction va infine segnalato l'ultimo romanzo di Alexander Stuart, Tribes (Tribù, Theoria, Roma-Napoli 1993, trad. dall'inglese di Riccardo Duranti, pp. 169, Lit 24.000), che ha come copro-tagonista il giovane e violento "The Neck", convincente figura di bonehead dei nostri giorni. Con gli anni novanta anche l'editoria italiana ha prodotto una sparuta pattuglia di contributi, mirati soprattutto sulla destra skinhead: nel 1993 la manifestolibri di Roma ha pubblicato Gli squadristi del 2000 di Guido Caldiron (pp. 94, Lit 10.000). Il libro, che comprende una videocassetta, percorre lo spontaneismo xenofobo e la violenza neonazista di sei paesi europei (Inghilterra, Germania, Austria, Francia, Belgio e Croazia). Una lettura prettamente politica del fenomeno skinhead viene anche dal saggio di Maurizio Blondet I nuovi barbari: gli skinheads parlano (Effedieffe, Milano 1993, pp. 204, Lit 25.000). Giornalista dell'Avvenire" e collaboratore del-l'"Italia Settimanale", Blondet offre un ritratto "da destra" dello skin. Purtroppo l'interesse, e il livello, del libro scadono fortemente quando si affrontano i temi sottoculturali, a cui vengono dedicate sei malinconiche paginette gonfie di inesattezze e di errori grossolani. Pur non occupandosi strettamente di skinhead, per i legami già illustrati con il fenomeno della violenza nel calcio vanno inoltre citati il saggio di Antonio Roversi Calcio, tifo e violenza: il teppismo calcistico in Italia (Il Mulino, Bologna 1992, pp. 166, Lit 24.000) e AA.W., La Casa Curva. La cultura Ultras negli stati d'Europa, un'indagine condotta a livello europeo dall'Osservatorio Eurispes sulle culture giovanili (di prossima pubblicazione per i tipi della romana Koiné). Va infine ricordata un'iniziativa rivolta ai più giovani: nella collana "Le Linci" della Salani di Firenze è api-parso nel 1993 un breve romanzo di Marie Hagemann (Skinhead, trad. dal tedesco di Maria Grazia Galli, pp. 106, Lit 13.000: la casa editrice avverte che si tratta dello pseudonimo di una "nota scrittrice tedesca" che avrebbe ricevuto minacce tali da spingerla a pubblicare il romanzo sotto falso nome) in cui si ripercorrono le criminose imprese di un giovane naziskin tedesco, ma i toni sciatti, le situazioni banali e un impianto di ricostruzione stilistica e socioculturale inconsistente privano quest'opera di ogni possibile valore pedagogico. Sullo stile skinhead Il gruppo di Birmingham si è occupato degli skinhead nell'ambito di un più vasto lavoro sulle sottoculture, che vengono definite come tentativi di risolvere a livello simbolico le contraddizioni e i conflitti di classe. L'opera più conosciuta dei "Birmingham Boys" è l'antologia Resistance though Rituals. Youth Subcultures in post-war Britain, curata da Stuart Hall e Tony Jefferson (Cambridge University Press, Cambridge 1975; Harper-Collins Academic, London 1991, pp. 287, £ 11.99), che dedica agli skin un breve ma significativo scritto di John Clarke, The Skinheads and the Magical Recovery of Community, tratto da Skinheads and Youth Culture (quaderno ciclostilato n. 23, 1973, CCCS, Università di alla musica. Sempre di Hebdige non va inoltre dimenticato l'ormai famoso Subcultures: the Meaning of Style, Methuen, London 1979 (trad. it. Sottocultura, il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983, trad. dall'inglese di Pierluigi Torri, pp. 156, Lit 20.000). Anche dai sociologi dell'università di Leicester proviene un notevole, pur se indiretto, apporto alla comprensione della sottocultura Il secondo filone bibliografico comprende le opere prodotte o adottate dagli skinhead. La maggior parte del materiale appartiene ovviamente all'universo dei fan-magazines (Skinzines), ma non manca qualche eccezione: alla casa editrice del movimento, che pubblica anche il mensile "Skinhead Times", si deve per esempio la ristampa in due volumi delle novelle di Richard Alien, composte tra il 1970 e il 1977 e considerate dagli skin una perfetta rappresentazione del proprio stile (The Complete Richard Alien, Skinheads Times Publishing, Dunoon 1992, voi. I, pp. 288, £ 6.95; voi. II, pp. 288, £ 6.95). E sempre alla Skinhead Times Publishing si deve la più completa opera di ricostruzione storico- Birmingham). Altri due contributi importanti provengono dal rapporto diretto con gruppi o singoli skinhead: Ian Taylor e Dave Wall riportano in Beyond the Skinheads (in Working Class Youth Culture, a cura di G. Mungham e G. Pearson, Routledge & Kegan Paul, London 1976) i risultati di una lunga e prolungata serie di contatti con più bande skin, mentre da un'intervista a Harry "The Duck", skin sedicenne dell'East-End londinese, Dick Hebdige trae uno dei saggi più significativi e completi mai dedicati a questo stile: This in England! And they don't live there. Il testo compare nell'unico libro che dagli anni ottanta in poi l'editoria commerciale dedica agli skins: Skinhead di Nick Knight (Omnibus Press, London 1982, pp. 53+92, £ 5.95). Il volume, oltre il saggio di Hebdige e un'introduzione poco significativa, contiene un vasto repertorio fotografico e una sezione dedicata all'abbigliamento e skinhead, strettamente correlata con la figura dell'hooligan calcistico: un linkage che si manifesta soprattutto nelle due principali opere di Eric Dunning, Patrick Murphy e John Williams: Hooligan Abroad: the Behaviour and Control of English Fans in Continental Europe (Rou-tledge & Kegan Paul, London 1984) e The Root of Football Hooliganism: an Historical and Sociological Study (Routledge & Kegan Paul, London 1988, pp. 273, £ 12.9). Per una maggiore comprensione del legame skin-hooligan si possono anche consultare due opere pubblicate dal Mulino: Sport e Aggressività di Norbert Elias ed Eric Dunning, 1989, ed. orig. 1986, trad. dal tedesco di Valeria Camporesi, pp. 364, Lit 40.000, e II teppismo calcistico in Gran Bretagna: 1880-1989 di E. Dunning, P. Murphy e J. Williams, in Calcio e violenza in Europa, a cura di Antonio Roversi, 1990, trad. dall'inglese di Umberto Livini, pp. 187, Lit 16.000. fenomenologica dello stile, redatta dal direttore di "Skinhead Times" George Marshall: Spirit of '69. A Skinhead Bible, 1991, pp. 168, £ 8.95. Il volume ripercorre minuziosamente le imprese, le mode e le correnti musicali degli skinhead dalle origini ai giorni nostri, accompagnandole con un vasto repertorio fotografico e documentario. Per quanto riguarda le correnti skinhead antirazziste c'è poi da segnalare, oltre Spirit of '69, un'altra opera di George Marshall: The Two-Tone Story (Skinhead Times Publishing, Dunoon 1990, pp. 110, £ 5.95), in cui si ricostruiscono la storia e il ruolo svolto dall'etichetta discografica ska che ha promosso lo sviluppo di forti correnti antitazziste e antixenofobe tra gli skin. Oltre alla produzione della Skinhead Times Publishing non si registrano nell'editoria altre opere skinhead, con un'unica eccezione: nel 1972 la Penguin ha infatti pub-