aprile 1995 e Idei libri del meseI n. 4, pag. 9 Patrioti o traditori? di Maurizio Viroli Gian Enrico Rusconi, Resistenza e postfascismo, Il Mulino, Bologna 1995, pp. 216, Lit 18.000. Resistenza e postfascismo è un saggio che intende proporre una nuova immagine della Resistenza in cui gli italiani possano riconoscersi; e, in secondo luogo, vuole rispondere a due quesiti di carattere normativo: se sia vero o meno che per essere democratici si debba essere antifascisti, e se il riferimento alla Resistenza sia ancora "rilevante e significativo" per la . nostra democrazia. E un'opera di critica storica ispirata dalla finalità politico-ideale di fare della Resistenza D'evento fondamentale della democrazia italiana". Due anni fa Gian Enrico Rusconi aveva pubblicato un saggio in qualche modo propedeutico a questa ricerca: Se cessiamo d'essere una nazione, sempre del Mulino. Una "democrazia vitale", spiega l'autore "in apertura del volume, mantiene viva la memoria della propria origine, perché solo così possono formarsi e consolidarsi nel tempo quella lealtà politica e il solidarismo civico "che danno sostanza all'identità politica democratica". Anche se la memoria dell'evento fondativo è necessariamente controversa e dolorosa, l'importante è che essa ispiri nei cittadini "un sentimento di reciproca appartenenza". La democrazia italiana, in altre parole, manca di lealtà politica e di solidarismo civico, perché non dispone di una narrazione della propria origine che gli italiani sentano come propria. Occorre dunque por mano a un nuovo resoconto storico che sappia comprendere sia "la pluralità delle forme e dei motivi degli antifascismi", sia la memoria della parte storicamente nemica, una volta che questa dichiari di accettare il terreno della libertà. La nuova "matura memoria collettiva" da mettere al posto della vecchia dovrebbe essere "critica e solidale". Nel senso che dovrebbe includere aspetti della Resistenza travisati o taciuti dalla retorica resistenziale. Dovrebbe, ad esempio, lasciare da parte miti sterili come quello della Resistenza come "rivoluzione interrotta" o "tradita", ripudiare palesi falsi storici quali l'idea di una Resistenza "pilotata o sequestrata dai comunisti", riconoscere il ruolo degli atteggiamenti attendisti, discutere seriamente di questioni spinose come l'uccisione di Giovanni Gentile o il terrorismo partigiano. E dovrebbe soprattutto presentare la Resistenza come convergenza di uomini e partiti con idee profondamente diverse e persino antagonistiche sulla democrazia che "apprendono e praticano di fatto insieme una democrazia senza aggettivi". La nuova immagine che potrebbe dare rinnovata linfa civile alla democrazia italiana deve dunque porre l'accento sulla dimensione nazionale e patriottica della Resistenza e interpretare il "senso di identità nazionale" dei resistenti come un "patriottismo costituzionale". Un patriottismo costituzionale, chiarisce l'autore, da intendersi non come "un surrogato e un succedaneo" dell'identificazione nazionale, bensì quale "invera-mento di essa". Reinterpretata come un'esperienza in primo luogo (anche se non esclusivamente) di patriottismo costituzionale, la Resistenza può essere legittimamente presentata come l'evento che fonde spontaneamente "nazione e Costituzione", e dà sostanza storica e culturale alla democrazia ita- la ricostruzione della Resistenza proposta da Rusconi è convincente. Per quanto riguarda le conclusioni più propriamente teoriche ricavate dall'analisi storica, mi limito a osservare che mentre è del tutto condivisibile interpretare la Resistenza come esperienza di riscatto nazionale e di patriottismo costituzionale, mi sembra discutibile vedere in essa la "fusione spontanea di nazione e Costituzione". Si dovrebbe piuttosto parlare, per semplificare, di nazione contro nazione, di scontro fra due modi opposti di intendere l'essere italiani. Carlo Rosselli, per fare un esem- Finestra sull'Italia di Franco Ferraresi Benedici S. Alper, Love and Politics in Wartime, Letters to my wife, 1943-1945, a cura di Joan Wallach Scott, University of Illinois Press, Chicago 1992, pp. XXI1-220. "Roma, 1° giugno 1945. A teatro, ieri sera... Entra il comico e propone una barzelletta. 'C'erano due ebrei...' Uno del pubblico si mette a il Mulino A cinquantanni dalla Liberazione, tre grandi testimonianze per ricordare le molte facce di un'unica Resistenza Jf LEO VALIANI TUTTE LE STRADE CONDUCONO A ROMA Introduzione di CLAUDIO PAVONE L'avventura della vita clandestina, il sogno della «rivoluzione», la guerra civile: ritorna una delle massime testimonianze sulla Resistenza e il suo spirito EDGARDO SOGNO GUERRA SENZA BANDIERA Introduzione di GIAN ENRICO RUSCONI Una singoiar tenzone contro il nazifascismo: la Resistenza spericolata e ardimentosa del leggendario «Franchi» Vi * % ALFREDO PIZZONI ALLA GUIDA DEL CLNAI MEMORIE PER I FIGLI Introduzione di RENZO DE FELICE Due anni ai vertici della Resistenza: le memorie di un protagonista che la storia ha «dimenticato» liana. Sottratta al suo uso retorico, l'espressione "Costituzione nata dalla Resistenza" può e deve tornare in auge come sinonimo di "patriottismo costituzionale". Una volta ridefinita in questi termini l'immagine della Resistenza, Rusconi può rispondere affermativamente ai due quesiti posti all'inizio del saggio: l'antifascismo, emancipato dall'ipoteca comunista e reinterpretato come liberalismo militante non può e non deve essere "storicizzato" come vuole Fini, ma rimane il fondamento storico ideale della democrazia italiana, di cui la Resistenza, per quanto minoritaria e fragile, fu il gesto "che diede il senso di una dignità ritrovata a una nazione umiliata". Per questo, cancellare la Resistenza dalla memoria comune vorrebbe dire "fare violenza non solo alla storia ma anche alla democrazia nel nostro paese". Saranno gli storici a giudicare se pio, parlava della rivoluzione antifascista come di un "dovere patriottico", ma scriveva anche che "possiamo vantarci di essere i traditori coscienti della patria fascista; perché ci sentiamo i fedeli di un'altra patria". La nazione, scrive Rusconi, è "l'ambiente storico-culturale entro cui concretamente i suoi membri interagiscono e si riconoscono cittadini e maturano l'acquisizione di norme universalistiche che trovano espressione nella Costituzione democratica". Ma entro quell'ambiente storico-culturale maturò anche l'idea della nazione fascista che trovò espressione nel regime totalitario. Il fascismo è figlio della nazione italiana quanto lo sono l'antifascismo militante e l'attendismo. E vero che la Resistenza ha riscattato (in parte) la nazione, ma quel riscatto fu anche un riscatto contro la nazione. urlare basta antisemitismo, è una vergogna, ecc. 'Chiedo scusa, dice il comico, non volevo offendere, ricominciamo. Dunque, c'erano due napoletani...' Una donna si alza gridando che tutti ce l'hanno coi napoletani, che il meridione è vittima secolare, eco, 'Scusate, fa il comico, non intendevo... riproviamo. Dunque, c'erano due indiani...' Un Sikh con barba e turbante si sporge da un palco e urla: 'Bella gratitudine, noi veniamo fin dall'India a liberarvi e voi ci schernite...' 'Chiedo scusa, dice il comico, l'Italia è grata ai valorosi liberatori, non volevo offendere'. Tace, si concentra, e finalmente — adagio — dice: 'Dunque, c'erano — pausa — due fascisti...' Silenzio, il pubblico attende una protesta che non arriva. Ancora un momento di silenzio e poi un'esplosione di risa e grandi applausi. Il comico si inchina e se ne va". Anche questa era l'Italia del 1945, descritta nelle lettere quasi quotidiane alla moglie di un ufficiale americano che fu in Italia durante l'occupazione, con compiti soprattutto amministrativi. Le lettere, quindi, non descrivono battaglie ma personaggi, incontri, luoghi di un paese prostrato dalla sconfitta, e che affronta la ricostruzione gravato da dubbi, angosce, incertezze. Alper ne parla con affetto, calore, amicizia, pari solo alla sua cordiale antipatia per l'arroganza degli inglesi, la loro ostentazione di superiorità verso gli sconfitti. (Con che divertimento descrive la condanna per truffa del colonnello britannico che più volte l'aveva minacciato di corte marziale per insubordinazione). Chi era Benedict Alper (1905-94)7 Me ne paria, a Princeton, Joan Scott, sua amica di famiglia, che ha scoperto quasi per caso le lettere dimenticate in soffitta, e le ha "fatte pubblicare. "Alper, malgrado la grave miopia e l'età, era andato volontario in guerra perché il fascismo era l'antitesi di tutto ciò in cui credeva. Ben era un prodotto del New Deal, anzi, in fondo era un socialista: non a caso durante il maccartismo perse il posto universitario. (Lo riebbe in seguito, continuando a insegnare criminologia fino a ottantasette anni). La sua cifra principale era la straordinaria disponibilità verso tutti gli esseri umani. Uno dei miei ultimi ricordi di lui è di un giorno, a Boston, in cui ci imbattemmo in due ragazzetti che cercavano di scassinare un'auto, lo volevo scappare, lui disse: 'No, vado a parlargli'. Si avvicinò, parlarono, e finì a sorrisi e strette di mano. Probabilmente, girato l'angolo, lo rifecero, ma lui ci aveva provato". La disponibilità umana è proprio ciò che permea queste lettere, le rende vive, gustose, ancora oggi pienamente godibili, documenti dal vivo delia quotidianità d'una tragedia. Antifascismo in armi Per il cinquantesimo anniversario della Liberazione II Mulino ripropone due testimonianze fondamentali: Tutte le strade conducono a Roma, di Leo Valiani, leader del partito d'Azione nel Clnai, sei anni di carcere per antifascismo, con una introduzione di Claudio Pavone (pp. 280, Lit 30.000, p.i.), e Guerra senza bandiera, di Edgardo Sogno, il comandante "Franchi", esponente di parte militare e liberale, con una introduzione di Gian Enrico Rusconi (pp. 400, Lit 40.000, p.i.).