aprile 1995 FL oZòó-t-c ct&L eoe Heinrich Mann. Il seme dell'odio n. 4, pag. 4 dì Cesare Cases Heinrich Mann, L'odio. Riflessioni e scene di vita, Il Saggiatore, Milano 1995, ed. orig. 1933, trad. dal tedesco di Maria Teresa Mandalari, pp. 128, Lit 17.000. Heinrich Mann, nonostante il successo dell'Angelo azzurro sulla scia del film omonimo con Marlene Dietrich, non ha mai avuto da noi una fama paragonabile a quella di suo fratello Thomas. Anche in Germania, dove pure Gottfried Benn a nome della generazione espressionista aveva proclamato "per noi il maggiore dei due era il fratello", la fortuna di Heinrich fu strettamente legata al declino di quella di Thomas. Quando il fratello sempre cauto, represso e impassibile veniva a uggia, era l'ora di quello spontaneo, impetuoso, straripante, donnaiolo. Fu così anche negli anni settanta e ottanta di questo secolo, ma ora sembra che Thomas stia riguadagnando terreno. Perché poi la polarità si sia incarnata in una coppia di fratelli, bisogna chiederlo alla genetica o alla tradizione letteraria tedesca dei due fratelli rivali. Le cose migliori in proposito sono state scritte da Marianne Krùll in un libro uscito l'anno scorso da Bollati-Bo-ringhieri sulla famiglia Mann. Qui si apprenderà anche che la madre, che spesso fece da mediatrice, stimava di più Thomas ma forse amava di più Heinrich. Il periodo della massima rottura fu nei dintorni della prima guerra mondiale, quando Thomas si oppose alle idee democratiche e filofrancesi del fratello e scrisse prevalentemente contro di lui l'interminabile pamphlet nazionalista e conservatore Considerazioni di un apolitico. Ma negli anni venti Thomas si convertì alla democrazia e si riconciliò col fratello, sicché l'avvento del nazismo li trovò su posizioni assai simili. Certo Thomas non venne meno alla sua abituale cautela e ci vollero due anni e le insistenze dei figli perché si schierasse decisamente con l'antifascismo in Svizzera, dove si trovava casualmente quando Hitler conquistò il potere. Invece Heinrich, che era noto come uomo di sinistra ed era già al centro delle "attenzioni" dei nazisti, che non dimenticavano la terribile satira del Suddito contro il nazionalismo tedesco, dopo l'incendio del Reichstag prese il primo treno per la Francia, dove cominciò a scrivere per vari giornali. La prima raccolta di articoli e scenette antifasciste è questa, seguì nel 1939 quella intitolata Der Mut (Il coraggio), di cui Bertolt Brecht tentò allora una recensione rimasta frammentaria. Brecht scriveva: "La cosa straordinaria negli articoli scritti da Heinrich Mann in esilio mi sembra essere lo spirito aggressivo. Proviene dalla cultura, ma la cultura assume in lui un carattere bellicoso". In effetti non si può immaginare più violento contrasto di quello tra la letteratura antinazista di tipo piagnucoloso e imbelle e questi scritti del maggiore (almeno in età) dei Mann. In questo era più vicino a Brecht che al fratello, ma di Brecht non aveva le paure ideologiche. Si pensi alla circospezione con cui lo scrittore di Augusta trattò sempre le sue scene Terrore e miseria del Terzo Reich, ree di essere "naturalistiche" anziché "epiche" e quindi poco ortodosse di fronte alle sue teorie teatrali. In realtà le scene di Brecht hanno sempre qualche cosa di dimostrativo in cui l'oggetto da dimostrare è talmente complesso (perché deve coinvolgere la lotta di classe, la superiorità dell'Urss, il necessario peggioramento della situazione del proletariato ecc.) che si sente che il risultato non soddisfa nemmeno l'autore. Scene di Heinrich Mann come ad esempio quella del Teste sono più sommarie e burattinesche, ma più efficaci, e forse realizzano quei fini che Brecht aveva in mente, ma non riusciva a ottenere perché aveva troppo grilli ideologici per la testa. Ma le pagine migliori sono quelle di prosa polemica, quelle su Hitler, su Gòering, su Goebbels, su von Papen. Anch'esse sono ispirate all'odio, ma un odio di natura diametralmente opposta a quello nazista che dà il titolo al libro. Questo è la grande trovata di Hitler per unificare il popolo tedesco: "l'odio non solo come mezzo, ma come unica ragione di vita di un grande movimento popolare". E Mann fa dire a Hitler: "La ragione è del nemico. Assembriamoci contro di essa! Finalmente siamo diventati una nazione! Proclamate l'odio contro chiunque voglia impedirci di essere finalmente una nazione! Ciò che noi rivoluzionari abbiamo, è l'impeto del nostro odio!" Una ricetta che non ci si stanca di raccomandare, con le varianti del caso. Mann insiste sull'inesistenza del pericolo comunista e dello stesso partito comunista in Germania. I fatti gli davano ragione, ma purtroppo la politica non si fonda sui fatti, ma sulla propaganda. E la propaganda è spesso più efficace dei fatti e diventa essa stessa fatto. Proprio l'idea, che a Mann pareva assurda, di fondare la "comunità Popolare", cioè la versione tedesca della nazione che non era ancora riuscita ad esistere, su un sentimento negativo come l'odio, si rivelò realistica e duratura. Al di là della fine del nazismo e della guerra l'edificio sociale così ottenuto continuò a brillare alla luce del marco. Questa spiegazione ci sembra (e sarebbe certo sembrata a Mann) poco entusiasmante, ma veritiera. Il suo libro bruciato in piazza di Anna Chiarloni In un saggio del 1945 Heinrich Mann afferma a buon diritto di aver intuito già a partire dal 1914 che la borghesia tedesca sarebbe finita in braccio al fascismo. In effetti l'odio nazionalista analizzato nell'invettiva del 1933 non è che il rigurgito finale del tipico suddito guglielmino, descritto da Mann a più riprese nei suoi romanzi. Vediamo quali. In hn Schlaraffenland (1899) la critica si appunta su di una figura di parvenu al centro di una borghesia corrotta, impinguata col pangermanesimo di Caprivi e sprofondata in un solido benessere, tale da permetterle il lusso di considerarsi una società in rovina per eccesso di raffinatezza. Con Professor Unrat (1906) Mann affonda la penna nel ventre molle dell'istituzione scolastica. Sullo sfondo della tresca tra il professore e la ballerina s'intravede una provincia tedesca che non offre vie di scampo alla noia dell'onorabilità domestica se non nel vizio grossolano. Ma il disprezzo dell'autore affiora soprattutto in certe figure di arricchiti che battono da sempre le stesse cinque strade commerciando in pesce e burro. Personaggi ambigui, pronti ad attaccare baruffa, potenziali alleati di quella borghesia industriale che già reclama la soppressione della socialdemocrazia e delle elezioni democratiche. Sono, questi, elementi di un'analisi politica che in Der Un-tertan diventa centrale. Hessling, piccolo industriale servile e ambizioso, ritiene che solo la "spada affilata" gli garantisca una posizione nel mondo. E l'azione del suddito corre parallela a quella del Kaiser, idolo splendido e sovrano del protagonista, onnipresente fin nelle aquile imperiali impresse sulle tovaglie di casa. Guglielmo II, che Thomas Mann definirà nel Doctor Faustus un "ballerino commediante sul trono imperiale", è qui oggetto di una esilarante e attualissima analisi del potere. Mosso dalla convinzione di essere ispirato da Dio, l'imperatore non può che produrre il suddito per definizione: un uomo comune, di media intelligenza, succube dell'ambiente e dell'occasione, voglioso di allinearsi sotto una guida autoritaria. Quelli che la pensano diversamente da lui sono i nemici della nazione, "anche se della nazione fossero i due terzi". E ancora: Hessling vede l'onore tedesco minacciato dalle "mene giudaiche di quella razza dai capelli scuri" e — in odio al "guazzabu- glio democratico" — sostiene che "uno solo deve comandare in tutti i campi". Il manoscritto è del 1914, la stampa del 1918. Nel 1933 fu tra i libri bruciati in piazza dai nazisti. Per non dimenticare A quarantanni dalla prima edizione torna in libreria Perché gli altri dimenticano, sconvolgente testimonianza su Auschwitz dell'avvocato triestino Bruno Piazza, morto nel 1946 (Feltrinelli, pp. 200, Lit 12.000). Alle dolorose vicende dell'ebraismo italiano sotto il fascismo e durante la guerra è dedicato L'Olocausto in Italia, di Susanna Zuccotti, studiosa newyorkese (Tea, pp. 340, Lit 19.000). Un complesso volume che scava all'interno delle tragedia ebraica è Pensare Auschwitz, della rivista "Pardès", pubblicata da Thàlassa de Paz (pp. 329, Lit 22.000).