aprile 1995 UC I LIDm L>EL IYIE JE ^MB e Consigli di lettura e polemiche storiografiche di Claudio Pavone n. 4, pag. 6/XIII Quali sono i libri da consigliare oggi a chi voglia avvicinarsi ai temi della Resistenza stimolato dalla discussione riaccesasi in occasione del cinquantesimo anniversario della liberazione? Va subito detto che l'anniversario non sarebbe stato da solo in grado di suscitare nuove domande se non fosse caduto in un clima politico e culturale che sembra voler rimettere in discussione giudizi ritenuti largamente per acquisiti. Il fenomeno è di per sé positivo, nulla essendo stato nocivo alla correttezza della posizione da assumere di fronte a un grande evento storico quanto la stanca ripetizione di formule di cui non ci si cura più di verificare la corrispondenza allo stato della coscienza pubblica. Di fronte al modo approssimativo e immediatamente funzionale alla lotta politica ingaggiata dalle nuove destre con il quale oggi si parla in molte sedi del fascismo, della guerra, della Resistenza, delle origini e dei caratteri dell'Italia repubblicana, è peraltro utile ricordare che l'approfondimento critico e la migliore conoscenza degli eventi non devono essere confusi con il rapido mutare di segno valutativo a quanto finora conosciuto. La storiografia sulla Resistenza è giunta solo parzialmente preparata a rispondere alle nuove domande che oggi vengono formulate. Vi è perciò carenza di libri sintetici e chiari da indicare come aggiornati strumenti per un corretto approccio alla nostra storia nel periodo resistenziale. In attesa che essi siano scritti, non ci aggiriamo tuttavia in un deserto. Molte ricerche sono state fatte e molte elaborazioni abbiamo ormai alle nostre spalle. Esse consentono per lo meno di evitare che frettolosi ribaltamenti siano scambiati per spregiudicate revisioni. Chi cercò di offrire, molto tempestivamente, una prima sistemazione storiografica fu Federico Chabod in un ciclo di lezioni tenute alla Sorbona nel 1950 e pubblicate nel 1961 in Italia dall'editore Einaudi con il titolo L'Italia contemporanea (1918-1948). Più volte ripubblicate, e ovviamente superate in molte loro parti, quelle lezioni sono tuttavia ancora di utile lettura. In particolare, Chabod delineava la tripartizione della storia d'Italia durante il biennio 1943-45 in tre distinte vicende: quella del Mezzogiorno, quella del Centro, quella del Nord. E evidente l'attualità di questa indicazione, oggi che è tornato alla ribalta il problema dell'unità della storia d'Italia, un'unità che proprio in quel biennio cruciale sarebbe stata posta a una prova tanto dura da non essere ancora stata superata. Un'altra opera pionieristica che rimane un necessario punto di partenza è la Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia (Einaudi, prima edizione nel 1953, seconda ampiamente rinnovata nel 1964). Battaglia aveva combattuto nella Resistenza come azionista (il suo libro Un uomo un partigiano è fra i migliori frutti della memorialistica resistenziale) e ne scrisse la storia come comunista, oscillando fra un'entusiastica, e prevalente, ortodossia di partito e l'apertura a tematiche poi rimaste a lungo ai margini della ricerca. Solo di recente un giovane studioso, Gianni Oliva, è tornato a cimentarsi con una storia generale, da consigliare senz'altro a chi voglia avere un primo quadro d'assieme di fatti e di problemi: I vinti e i liberati (Mondadori, 1994). Il romanzo della Resistenza di Lidia De Federicis Nel 1945, e in una breve età successiva, scrivere il "romanzo della Resistenza" fu quasi un obbligo morale, un imperativo. Lo dice Calvino nella prefazione del 1964 a II sentiero dei nidi di ragno, dove rievoca la "smania di raccontare" di quegli anni e la "prima frammentaria epopea" rimasta incompiuta. "L'essere usciti da un'esperienza — guerra, guerra civile — che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un'immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico". Proprio mentre il dibattito della neoavanguardia archiviava populismo e realismo, Calvino fermò dunque nella nota immagine nostalgica l'anomalia delle circostanze passate e di un'urgenza narrativa in cui convergevano oralità e scrittura, racconto irriflesso e racconto letterario. La letteratura resistenziale nell'insieme della letteratura di guerra costituisce un sottogenere dai confini incerti, che s'incontra con la letteratura politica dell'antifascismo e con altri campi tematici, incentrati sulle vicissitudini dei militari sorpresi dall'8 settembre e sui fatti dello sterminio. In una produzione documentaria e memorialistica che fu enorme, e in parte è dimenticata, voglio segnalare due titoli. Un libro che va scomparendo dalle nostre letture, sulla vita clandestina in mezzo a contadini e gente in fuga nei paesi dell'Appennino Emiliano: Paura all'alba (1945) del giornalista Arrigo Benedetti, fondatore di "L'Europeo" e "L'Espresso". E un altro invece che ritroviamo in libreria grazie a un'opportuna ristampa, sulla cattura della truppa italiana nel Cuneese e il lungo internamento in Germania: Il campo degli ufficiali (1954; Giunti, 1995), unica prova narrativa dello storico Giampiero Carocci, dono esempi di cronaca, registrata però da intellettuali che governano la narrazione secondo consapevoli strategie. Capita infatti, in questa letteratura, che fra il racconto del testimone e il racconto del romanziere la demarcazione non sia rigida. E non è stabilita da una gerarchia di qualità. Non abbiamo in Italia tanti romanzi che — per forza espressiva — siano all'altezza dei libri di Primo Levi, Se questo è un uomo (1947) e La tregua (1963), ai quali può aggiungersi il resoconto di Giacomo Debenedetti sulla retata degli ebrei nel ghetto di Roma, 16 ottobre 1943, poche pagine di grande stile e scritte nel cuore degli avvenimenti (uscirono per la prima volta in rivista nel 1944). Che dalla memorialistica vengano le emozioni più genuine era il parere di Franco Fortini, al quale I piccoli maestri di Meneghello sembravano meglio di uno qualsiasi "dei migliori romanzi italiani dello scorso ventennio". Fortini stesso era fra i narratori di memorie, avendo raccolto nelle Sere in Valdossola (1963) le impressioni della repubblica partigiana dove era arrivato nell'ottobre 1944.1 piccoli maestri (1964) sfuggono a una classificazione di genere. Meneghello era deciso a far opera soltanto di verità, e l'ha ripetuto commentandosi nella revisione del 1976: "Ciò che mi premeva era di dare un resoconto veritiero dei casi miei e dei miei compagni negli anni dal '43 al '45: veritiero non all'incirca e all'ingrosso, ma strettamente e nei dettagli". Ep- Raccolte di saggi e di atti di convegni avevano coperto a loro volta, sia pure in modo frammentato, un vasto terreno di indagine. Mi limito a ricordare L'Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, a cura di Francesca Ferratini Tosi, Gaetano Grassi, Massimo Legnani e Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, a cura di Massimo Legnani e Ferruccio Vendramini: entrambi sotto l'egida dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Angeli, 1988 e 1990). Battaglia, e con lui la storiografia di ispirazione comunista, avevano trasformato L'unità della Resistenza", che era stata la linea politica propugnata con particolare insistenza dal Pei, da oggetto di studio a privilegiato criterio interpretativo. Ne derivarono chiusure e ripetitività, speculari a quelle, dominanti nel campo moderato, che vedevano nella Resistenza un fatto essenzialmente patriottico-milita-re. Era necessario, perché gli studi progredissero, che questo quadro compatto e in definitiva agiografico venisse scomposto nelle varie posizioni che vi erano confluite. La generazione del 1968 diede in questa direzione una spinta importante, pur con accentuazioni di natura economicistico-politicisti-ca: Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-44 fu di quella stagione il frutto forse più rappresentativo, curato da un gruppo di ricerca costituito presso l'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione (Feltrinelli, 1974). Due anni dopo Guido Quazza, studioso della generazione precedente, ex partigiano, con il volume Resistenza e storia d'Italia (Feltrinelli, 1976), poneva il problema della collocazione della vicenda resistenziale in un più ampio arco di storia italiana, dalla nascita del fascismo a quella della repubblica. Furono allora impostati, dallo stesso Quazza e da Claudio Pavone, discorsi importanti come quello sulla continuità dello Stato: questa tesi fu poco gradita sia a destra che a sinistra, sembrando che con essa si volesse diminuire 0 valore della Resistenza come fatto innovativo. Oggi la stessa tesi viene riproposta dalla nuova e aggressiva Pietro Barcellona Dallo Stato sociale allo Stato immaginario Critica della «ragione funzionalista» pp. 277, L. 28000 Manlio Brosio Equilibri instabili Politica ed economia nell'evoluzione dei sistemi federali pp. 229, L. 30000 Costituzioni, razionalità, ambiente A cura di Sergio Scamuzzi pp. 474, L. 55000 Giorgio Lunghini L'età dello spreco Disoccupazione e bisogni sociali pp. 85, L. 16000 Domenico Losurdo La Seconda Repubblica Liberismo, federalismo, postfascismo pp. 222, L. 20000 Dello stesso autore Democrazia o bonapartismo Trionfo e decadenza del suffragio universale pp. 346, L. 28000 _Bollati Boringhieri- Guy Aznar Lavorare meno per lavorare tutti Venti proposte pp. 204, L. 25 000 André Gorz Metamorfosi del lavoro Critica della ragione economica pp. 269, L. 26 000 Ripensare la tecnologia Informatica, occupazione e sviluppo regionale A cura di Mariella Berrà pp. 189, L. 22 000