aprile 1995 I santini del duce di Renato Monteleone Enrico Sturani, Otto milioni di cartoline per il Duce, Centro Scientifico, Torino 1994, pp. 330, Lit 60.000. Siamo sinceri. Il primo impulso che s'accende in chi tiene questo libro tra le mani è di correre dritto dritto a contemplare lo stuzziche-vole corredo di cartoline che l'autore ha qui riprodotto dalla massa monumentale di quelle che circolarono durante il ventennio, contribuendo a disseminare per ogni dove l'immagine del capo del fascismo. Ma sarebbe un errore. Queste cartoline non sono affa-sciate alla rinfusa, ma seguono un filo tematico, che è poi quello stesso dell'ampio saggio che precede e introduce e le rende criteriatamen-te leggibili. Nelle sue fitte pagine l'autore sviluppa una serie di argomenti, quale più quale meno convincente, ma tutti meritevoli di riflessione. Però, nonostante l'apprezzabile intento di non rincorrere 0 nuovo o l'inedito a ogni costo, mi sembra poi che troppo spesso il suo discorso venga agitato dall'àn-simo di portar correttivi, non sempre condivisibili, a certi "luoghi comuni" o "opinioni correnti" nell'uso storico delle fonti fotoiconografiche, in generale, e di quelle relative al fascismo in particolare. Non c'è che dire: la cartolina è uno dei tanti "buchi della serratura" attraverso cui vedere la storia e non credo che ci sia più chi intenda relegarla tra le trivialitàten di cui inorridivano le vecchie accademie. Le riserve che ancor oggi possono gravare su questo genere di fonti, a ben vedere riguardano più il loro uso metodologico che la loro validità oggettiva. Comunque, sarà bene non dimenticare il mònito di Reinhard Bendix sulla risibilità di certi sforzi storiografici che, per il gusto di civettar con fonti insolite e stravaganti, finiscono col far "sapere sempre di più su questioni sempre meno importanti". È molto ragionevole la messa a punto dell'autore, nel definire la cartolina un prodotto non "popolare", ma "piccolo e medio borghese", nel senso che ne esprime i Ernst Klee, Chiesa e nazismo, Einaudi, Torino 1993, ed. orig. 1991, trad. dal tedesco di Lorenzo Riberi, pp. X-230, Lit 18.000. Nel febbraio 1946 tre vescovi tedeschi vennero nominati cardinali da Pio XII, nel primo concistoro del suo pontificato. Il primo a giungere a Roma fu quello di Berlino, il conte Konrad von Preysing, che tra i vescovi tedeschi era stato il più convinto avversario del regime nazista, vanamente impegnato per lunghi anni nel cercare di ottenere dalla conferenza episcopale una pubblica denuncia dei suoi crimini. Incontrando Hubert Je-din, il grande storico del Concilio di Trento, egli riconobbe che la punizione della Germania era giusta, inevitabile la perdita delle regioni orientali. Jedin ne provò un'enorme delusione: anche lui, gusti e gli ideali. Così come è giusto ricordare che, a parte le circostanze belliche che generalizzarono largamente l'uso di questo mezzo di corrispondenza, la sua diffusione, di regola, non fu un fenomeno di massa, tanto meno durante il ventennio. E un fatto interessante che le cartoline per il duce fossero più che altro oggetto di collezione, alla maniera dei santini e dei divi, e, come questi, si diffusero in una straordinaria varietà di forme, obbedendo ai criteri concorrenziali degli editori privati. Sturani insiste molto su questo aspetto dell'inizia- come non pochi tedeschi che pur avevano sofferto del nazismo (era stato allontanato dall'università e si era rifugiato a Roma perché sua madre era di origine ebraica), trovava inaccettabile ogni riconoscimento di una "responsabilità collettiva", si rifiutava di ammettere che ciò che i nazisti avevano commesso in nome della Germania non poteva non ricadere sull'immediato futuro del suo popolo. Si trattò di un sentimento complesso, largamente presente nel dopoguerra tedesco. Questo libro di Klee ne racconta un aspetto e un esito particolare: il largo aiuto che le gerarchie ecclesiastiche, tanto cattoliche che protestanti, prestarono a membri di spicco delle ctxc^cccvtx'ó cvtxtxc riva editoriale privata per ridimensionare pesantemente il giudizio sull'uso propagandistico che con questo mezzo il regime fece dell'immagine del suo capo, avvertendo che Mussolini non ne incoraggiò la moltiplicazione, tanto meno quella speculativa. Ma altrove l'autore precisa che su questa produzione privata gravò un incalzante controllo, che discriminava in base all'attendibilità del promotore, ma anche all'efficacia del documento fotografico. Dunque, una forma di sfruttamento propagandistico di regime avvenne anche attraverso questi di Giovanni Miccoli SS, esponenti del regime, responsabili di campi di sterminio, perseguiti dalla giustizia militare degli alleati, per favorirne l'emigrazione clandestina prima, per ottenerne la grazia o sconti di pena poi. Del "soccorso" prestato a Roma ai nazisti da esponenti del clero di lingua tedesca, come monsignor Alois Hudal, rettore della chiesa nazionale di Santa Maria dell'Anima, si sapeva già molto. Hudal, del resto, non aveva mai nascosto le sue simpatie per la "rivoluzione nazionale" ed era sempre stato un fautore dell'opportunità per la Chiesa di trovare un'intesa con l'ala conservatrice del nazismo, isolandone la componente neopagana, e costituire così un compatto canali indiretti. D'altronde, nella coincidenza tra ideologia fascista e ideologia piccolo-medio borghese, il contesto storico in cui agiva l'editore privato era proprio quello che l'induceva a esprimersi nei medesimi toni e stili della propaganda di regime. Compresa la retorica, naturalmente, che non mi sembra affatto, come appare a Sturani, estranea all'impronta culturale del ventennio. Non è vero che la sveltezza, la brevità, la concretezza, siano connotati dell'antiretorica. "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi", è retorica; "È l'aratro che traccia il solco, ma è la fronte antibolscevico. Klee vi aggiunge una documentazione impressionante sull'attività esplicata in Germania dalle Chiese per sottrarre alla condanna dirigenti autorevoli del partito e delle SS. Personaggi direttamente coinvolti nello sterminio degli ebrei, nella feroce gestione del lavoro coatto, nelle spietate rappresaglie delle popolazioni civili diventano, nel linguaggio degli esponenti delle Chiese, "meri organi esecutivi degli ordini superiori", e vengono presentati come "buoni e fedeli cristiani", che hanno dovuto operare come hanno operato "per la dura necessità imposta dalle esigenze militari". E un librò appassionante e deso- n. 4, pag. 10/XIII spada che lo difende", è retorica; "Un capo, un popolo", è retorica. Così, le cartoline, di regime o private che fossero, enfatizzarono l'esaltazione del duce. Certo, il Minculpop interveniva, temperava, emanava istruzioni alla stampa, ma con la preoccupazione principale di evitare gli abusi e soprattutto gli effetti involontariamente comici dell'opera di troppo zelanti esecutori. Eppure, può sembrare strano, oggi, che non ci si rendesse conto allora della comicità persistente, nonostante tutto, di quella ritrattistica mussoliniana, tutta giocata sul superattivismo del duce, sulla sua onnipresenza perfino in forma ectoplasmatica, celestiale, o sulla sponsorizzazione di generi commerciali come cioccolatini, impermeabili, lamette da barba, Magnesia San Pellegrino, arance e altre derrate succulente. Ma, come diceva Susan Sontag, nella fotografia scorre il sentimento del tempo ed è in questa chiave che anche l'autore raccomanda di mantenere la lettura, anche quando si scopre l'imbroglio, per esempio, di spacciar per folla autentica di contadine, operaie, atleti, donne e bambini del popolo, tra Cui Mussolini amava farsi riprendere, quel che in realtà era in gran parte folla di poliziotti e carabinieri. Dunque, documenti manipolati? Sturani parla di falsificazioni "presunte" e qui il suo discorso mi riesce piuttosto annebbiato e, per certi aspetti, addirittura forzato. E vero, in generale: "le foto 'artefatte' sono lo specchio fedele dell'immaginario collettivo di un certo periodo storico". È una tesi che Sorlin ha sviluppato anche a proposito dell'immagine filmica. Ma è difficile pensarla con l'autore sull'immagine della morte in guerra nelle cartoline come "un durissimo atto d'accusa contro la guerra stessa" o perfino, inconsapevolmente, come strumento di "propaganda pacifista". Sarà stato così, magari, nei labirinti di una produzione clandestina, ma il materiale "cartolinario" ufficiale, quello che circolava alla luce del sole e esemplificato anche nella raccolta di questo libro, diffondeva della morte in guerra un'immagine "falsificata" nel senso della sua eroicizza-zione: e non è affatto detto che ciò fosse più fedele all'immaginario collettivo del tempo, e non piuttosto una pura operazione propagandistica. lante: appassionante perché scritto con grande impegno civile, desolante per lo sciovinismo, il latente e persistente razzismo, talvolta la malafede dei suoi protagonisti: tutti "oneste e brave persone", incapaci però di misurare le enormità di cui furono per lo più spettatori silenti. La solidarietà verso il proprio popolo, che aveva impedito alle Chiese di dissociarsi dal regime durante la guerra, che le spinse nel dopoguerra a rifiutare a lungo l'idea di una responsabilità collettiva, le porta nello stesso tempo a solidarizzare con quanti risultano colpiti dai nemici di un tempo. Era e voleva essere anche un'autoasso-luzione, come suggerisce Klee? Non ne sono del tutto sicuro. Certo però era ancora una volta la messa in campo di una scala di valori e di priorità che eludevano e rimuovevano l'atroce unicità della Shoah. Ma non furono i soli. Donne fasciste, un lungo raggiro Piccole italiane. Un raggiro durato vent'an- ni, a cura di Maria Rosa Cutrufelli, Elena Doni, Elena Gianini Belotti, Laura Lilli, Dacia Maraini, Cristiana di San Marzano, Mirella Serri e Chiara Valentini, Anabasi, Milano 1994, pp. 175, Lit 12.000. Laeriamo finta di non ricordarci più chi è stato, non molto tempo fa, a proclamare da alto luogo che sotto il fascismo le nostre donne vissero la loro grande stagione epifanica, e godiamoci piuttosto queste poche trascelte "perle di regime", per capire come andarono veramente le cose. Mussolini, discorso del 26 maggio 1927: "Lelemento femminile... spesso porta nelle cose serie il segno incorreggibile della sua frivolezza". Mussolini, colloquio con Lmil Ludwig, 1931: "La donna deve obbedire. La mia opinione della sua parte nello Stato è opposta a ogni femminismo... Se le concedessi il diritto elettorale, mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare". G. Gentile, Le donne nella coscienza moderna, 1934: "Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è in lui". M.F. Cannella, Principi di psicologia razziale, 1941: "tìùschke giudicava il cervello della donna europea simile a quello dei negri". Il libro che contiene questi esemplari di "perle" della cultura maschilista del fascismo si deve al lavoro di scrittrici e giornaliste del gruppo Controparola, e grazie a loro, dopo averlo letto, nessuno può più dichiararsi disinformato e impunemente libero di masticar nuvole su questo argomento. Lesclusione delle donne dal voto politico fu cosa di cui il capo del fascismo andò fiero; il suo regime non volle donne nelle cariche direttive della scuola, e neppure a insegnar lettere, storia e filosofia nei licei e negli istituti tecnici; e poi vennero i decreti sulla limitazione del lavoro femminile nei settori produttivi, che, tanto per seminar zizzania tra i generi, fu incolpato di portare alle stelle la disoccupazione maschile. Conclusione: la donna se ne stia a custodir la casa, faccia "l'angelo del focolare", in musulmana sudditanza all'uomo padre o marito. Se poi proprio non vuole capirla, allora la si scoraggi con salari di fame. Ma poiché, come ha scritto Musil, "ogni intelligenza ha la sua stupidità", l'astuto provvedimento ebbe l'effetto contrario d'indurre gli imprenditori a spalancare alle donne porte e finestre del primario, secondario e terziario. E poi, ci fu la campagna antiabortista e contro i mezzi antifecondativi, e la dura legislazione penale su simili "delitti contro la stirpe", con tutto il corteggio dei più forcaioli luoghi comuni dell' antifemminismo. Resta da spiegare il paradosso di tanta adesione di donne al regime, nonostante il suo granitico "machismo". Si può mettere in conto il potere imbonitore dei mezzi di comunicazione, si possono tirare in hallo, come fanno le autrici, studiosi che parlano di abbaglio della realtà, del mito del padre-padrone, dell'estetismo dannunziano... E certo, però, che, a dispetto di tanta infatuazione, la donna poi nei fatti sgarrò dalla morale politica del regime: lo fece, per esempio, eludendo i dettami della politica demografica e la propaganda contro gli anticoncezionali, e rispondendo alle leggi antiabortiste col ricorso all'aborto clandestino. (r.m.) Le responsabilità della Chiesa