SETTEMBRE 1998 si. 8, PAG. 5 Uno sforzo di verità che sanguina parole MARIOLINA BERTINI uscita da Guanda di Dora ' Bruder, nella bella tradu- zione di Francesco Bruno, non è passata inosservata. A distanza di pochi giorni, Ferdi- nando Camon ("Tuttolibri" del 18 giugno) e Pietro Citati ("la Repub- blica" del 21 giugno) hanno dedi- cato a questa inchiesta in forma di romanzo due ampie recensioni, o piuttosto due saggi, particolar- mente attenti e sensibili, di lettura ravvicinata. Dell'impresa tentata da Modiano - ricostruire, parten- do dalla traccia esilissima di un ri- taglio di giornale del 1941 rinve- nuto casualmente nel 1988, la bre- ve, straziante avventura parigina di una ragazza ebrea destinata a scomparire ad Auschwitz - i due scrittori sono riusciti a cogliere l'ottica molto particolare: Camon collocando al centro della sua ana- lisi soprattutto la figura di Dora, di cui si è sorpreso a inseguire l'inaf- ferrabile fantasma per le vie di Pa- rigi, tra la Gare de Lyon e il Boule- vard Saint-German; Citati ponen- Su Modiano Le due principali monografie su Modiano sono Patrick Mo- diano. Pièces d'identité. Écrire l'entre-temps (Minard, 1986) di Colin Nettelbeck e Penelope Hueston, e L'oeuvre de Patrick Modiano. Une autofiction (Pres- ses Universitaires de Lyon, 1997) di Thierry Laurent. do invece l'accento sul "sobrio candore" di Patrick Modiano, che dalle proprie pagine "cancella se stesso, e la propria voce, e quasi la parola Auschwitz", riuscendo pro- prio per questo a trasmetterci con maggiore efficacia tutto l'orrore di un destino che lo coinvolge in profondità. E indispensabile, per comprendere questo coinvolgi- mento, fare qualche passo indietro e risalire alle origini della vocazio- ne di narratore di Modiano, segna- ta sin dagli esordi (contrariamente a quanto affermava, con una sicu- mera pari soltanto alla radicale di- sinformazione, la recensione ap- parsa sull'"Espresso" del 28 mag- gio) da un tormentatissimo auto- biografismo, in cui si intrecciano sensi di colpa arbitrari ma incan- cellabili, ossessive fantasie perse- cutorie e vertiginose identificazio- ni con i più truci aggressori. Modiano ha ventitré anni quan- do pubblica a Parigi, nel 1968, il suo primo romanzo, La Place de l'étoile, e, benché abbia alle spalle incompiuti studi universitari, non si sente partecipe della grande av- ventura che, tra barricate, scioperi e facoltà occupate, sta travolgendo la sua generazione: i suoi conti con il passato sono legati a un destino familiare troppo singolare per confondersi con qualsiasi forma di rivendicazione collettiva, e inoltre ogni rivolta ideologicamente con- notata è totalmente estranea alla sua formazione di avido e preco- cissimo lettore di Genet e di Celi- ne, di Proust e di Rimbaud, di Scott Fitzgerald e di Pavese. Irresi- stibilmente, il suo sguardo è attira- to dal passato, dal periodo torbido dell'occupazione in cui si sono in- contrati i suoi genitori: un'attricet- ta di Anversa, i cui sogni cinemato- grafici sono naufragati con la guer- ra, e un finanziere ebreo, Albert Modiano, cresciuto tra Alessan- dria d'Egitto e Salonicco, ma di lontane origini italiane (il cognome Modiano è una corruzione di Mo- digliani). Intorno ad Albert Mo- diano grava qualche ombra, su cui il figlio si interrogherà a lungo: ar- restato nel '43, è sfuggito alla de- portazione grazie all'intervento di amici collaborazionisti cui lo lega- vano rapporti d'affari dei più lo- schi e misteriosi. Nel dopoguerra sarà un padre spesso assente e ad- dirittura ostile; prima di sparire completamente dalla vita del figlio press'a poco ventenne, cercherà di arruolarlo quasi di forza nell'eser- cito, senza riuscirci, e morirà nel 1978 senza averlo mai rivisto. I primi tre romanzi di Modiano - di cui la critica ha messo in risalto la struttura circolare, opprimente e claustrofobica - sono in qualche modo dominati dalla duplice, am- bigua identità del padre dello scrittore: ebreo apolide, braccato dalla polizia, costretto a vivere di espedienti, Albert Modiano è stato certo una vittima degli anni oscuri della guerra, ma trafficando ai margini degli ambienti collabora- zionisti si è anche trovato invi- schiato in rapporti di complicità con i carnefici. In La Place de l'étoile - che racconta nei toni di un surreale umorismo, acre e ol- traggioso, il destino di un giovane ebreo, Raphael Schlemilovitch, pronto, per integrarsi nella società francese, a tutti i compromessi, dall'adesione al nazionalismo più xenofobo alla partecipazione alla tratta delle bianche - la figura di Albert è adombrata da quella del padre di Raphael, sorta di viscido clown in cui si concentrano tutti i tratti che l'immaginazione antise- mita ha per secoli proiettato sulle proprie vittime; nella Ronde de nuit traspare dietro il narratore, fragile doppiogiochista che tradi- sce tanto i resistenti quanto la poli- zia segreta; in Les Boulevards de ceinture è ben riconoscibile in un altro sinistro, ma soprattutto pate- tico, antieroe della Parigi occupa- ta, un ebreo collaborazionista, continuamente irriso e minacciato dai suoi stessi complici, che cerca di assassinare il figlio spingendolo, per qualche inesplicato motivo, sotto il mètro. Esasperatamente sopra le righe, sempre in bilico tra autofobia ebrai- ca e orgogliosa rivendicazione dell'eredità della diaspora, il primo Modiano trasfigurava espressioni- sticamente la Parigi occupata, la trasformava, è stato detto, in un Lu- na Park grottesco e infernale, popo- lato di marionette sogghignanti; nulla di tutto questo nella muta, ge- lida Parigi del 1941-42 sul cui sfon- do si consumano le fughe senza speranza di Dora Bruder. Per ri- creare dal nulla il destino di questa adolescente smarrita, Modiano ri- trova la scrittura piana e sommessa di quello che è forse il suo capolavo- ro: Remise de peine, rievocazione del suo decimo anno di vita in un villaggio ai margini di Parigi, in compagnia del fratellino Rudy, che morirà due anni dopo. Intriso di nostalgia lancinante e inespressa, Remise de peine rievocava un mon- do ben poco rispettabile, fatto di piccoli gangster e delle loro amiche; esemplari di un'umanità dubbia che però sapevano trovare, per i due fratellini affidati alle loro cure, gesti di straordinaria tenerezza. Con eguale tenerezza Modiano in- dugia, nelle pagine di Dora Bruder, sulle povere, sbiadite fotografie di Dora e dei suoi parenti, sulle tracce della loro esistenza umile e sfortu- nata. La pietas che lo porta a salvare il ricordo di Dora e dei suoi ricorda da vicino quella che ispirava uno degli ultimi lavori di un altro narra- tore francese di origine ebraica, Georges Perec: i Racconti di Ellis Island (Archinto, 1996; cfr. "L'In- dice", 1996, n. 7). Come in Ellis Island, in Dora Bruder il rapporto tra scrittura e realtà si gioca fuori da ogni logica e convenzione lettera- ria: la poesia che lotta per serbare il ricordo di quel che è stato cancel- lato basta a se stessa e "sanguina" - secondo l'espressione di Michel- staedter - "le sue parole", in uno sforzo di verità di cui possiamo sol- tanto esserle grati. Nevrosi e storia MARGHERITA BACIGALUPO Helena Janeczek Lezioni di tenebra pp. 202, Lit 27.000 Mondadori, Milano 1997 Nata nel 1964 a Monaco di Bavie- ra da genitori ebrei di origine polac- ca, Helena Janeczek si è trasferita in Italia nel 1983. Pur avendo esordito con un libro di poesia in tedesco - Ins Preie, Suhrkamp, 1989 - l'au- trice ci diffida dal definire il tedesco come sua lingua madre. Con questa espressione intende, infatti, la lin- gua parlata dai genitori tra loro e dalla quale essa viene esclusa, il po- lacco, di cui non le rimangono che parole singole, sradicate, figura di un più vasto sradicamento. Rievocando le Legons de Ténè- bres du mercredi di Francois Cou- perin il Grande, composizione di musica sacra costruita sul testo delle Lamentazioni di Geremia, il titolo riconduce la vicenda narrata alla persecuzione e alle sofferenze di Israele, nonché al tema della colpa, lasciando comunque intra- vedere uno spiraglio di luce. Il tema dell'Olocausto, ripercor- so da chi appartiene alla generazio- ne venuta dopo, si intreccia e si complica con il problema del nevro- tico rapporto tra una madre e una fi- glia. Il racconto nasce da un enigma da sciogliere. "Io, già da un pezzo, vorrei sapere un'altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trasmettere co- noscenze e esperienze non con il lat- te materno, ma ancora prima, attra- verso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia ma- dre non l'ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più (...) Me lo chiedo per non dover pensare che l'esperienza dei campi di concentra- mento non solo non sia altissima, ma non sia affatto un'esperienza, che non si impari niente, che non si diventi né più buoni né più cattivi, e una volta che è passata è passata, ri- tratta nei più remoti recessi dell'ani- ma dove logora, opprime, persiste". Il romanzo coinvolge la sensibi- lità contemporanea sul piano di al- tri drammi, come quelli della buli- mia e dell'anoressia. Il cuore del li- bro è il viaggio compiuto insieme da madre e figlia: non conta qui cer- tamente come viaggio in una Polo- nia trattata in maniera sbrigativa, e inappellabilmente bollata di antise- mitismo. Conta invece la discesa agli inferi nell'ex campo di stermi- nio Auschwitz-Birkenau, che per- mette di incontrare la madre al cen- tro del suo dramma. Elementi narrativi oculatamente scelti e distribuiti sostengono la coesione del testo e la sua coeren- za, risolvono i passaggi tra presen- te e passato, tra nevrosi e storia: la fame, per esempio, veicola il rap- porto tra madre e figlia, introduce il tema del campo di concentra- mento, funziona contemporanea- mente come indice di colpa e come strategia della memoria; il motivo del passaporto si ripete nel passato e nel presente, si fa commento iro- nico, spia della paura trasmessa per via ereditaria, simbolo di un'ir- rimediabile non-appartenenza. Il tedesco che non volle sparare DELIA FRIGESSI Marta Ascoli, Auschwitz è di tutti, pp. 71, Lit 16.000, Lint, Trieste 1998. Suggerisco di cominciare dalla fine, dalla fotografia di Marta Ascoli. Eia 17 anni, due lunghe trecce nere sulle spalle, sta appoggia- ta a una bicicletta e guarda tranquillamente, con un mezzo sorriso, davanti a sé. Il 19 marzo 1944, mentre prepara in camera sua l'esame di chimica - Marta Ascoli, di padre ebreo e di madre cattolica, frequenta le Ma- gistrali -, insieme ai genitori è prelevata dalle SS e trasportata alla Risiera di San Sabba. Dopo il '43 Trieste era diventata il centro dell'Adriatische Kiinstenland, gli Ascoli sono denunciati ai tedeschi da concit- tadini che fanno parte del Comitato difesa della razza. Dopo pochi giorni in Risiera padre e figlia sono deportati ad Auschwitz, dove il padre sarà subito eliminato. Per più di cinquantanni Marta Ascoli è rimasta in silenzio. Queste sue memorie, scritte ora per un dovere di testimonianza "rivolta soprattutto a coloro che non credo- no", sono straordinarie. La prosciugazione dei ricordi, che si succedono quasi a stento e seguono un ritmo secco e staccato, ha effetti stranianti. Gli episodi della vita nel campo sono rievocati senza affanno, su tutti cade la luce pallida della banalità del male. Gli "sport" delle SS, la fame e le sevizie, i lavori massacranti e gli interminabili appelli, i crematori: queste cose che avevamo già let- te, già sentite, qui entrano in noi con l'affi- latezza di un incubo. Non mancano episodi memorabili: la rivol- ta del Sonder Kommando al quale partecipa- rono molti greci: la prigioniera ricorda "verso l'imbrunire i loro canti struggenti"; lo sman- tellamento manuale, a opera di un gruppo di donne, di un crematorio. Nel giorno in cui compie 18 anni, Marta Ascoli è sottoposta a una selezione: non viene scelta. Alla fine del '44 viene condotta con gli ultimi prigionieri nel campo di Bergen-Belsen - quello in cui morì Anna Frank -, quando già si sente in lontananza il rombo dei cannoni alleati. Marta, che giace stremata in un gruppo di donne che le muoiono accanto di freddo, di fame, di malattia, decide di farla finita. Si al- za e si avvicina al filo spinato che circonda il campo. Le viene incontro un soldato molto giovane, lei lo guarda "e lo supplicai di spa- rarmi". Il soldato si volta e senza parlare si al- lontana. Perché? "Non saprò mai la verità", scrive l'autrice. Che ritorna ad Auschwitz nel 1986, per cercare di capire la tragedia che ha vissuto, ma conclude: "capire non mi fu con- cesso". Eppure, a ritornare libera nei luoghi dell'umiliazione le sembra di scoprire il sen- so della vita. La lotta senza speranza di sopravvivere nel campo non è sostenuta da sentimenti religio- si. E autrice attribuisce la sua salvezza "per buona parte, al caso", oltre che alla sua vo- lontà di rivedere la madre che ritroverà a Trieste con i fratelli scampati. Ma compare l'idea che - se non sbaglio - anche Primo Le- vi considerava decisiva: "bisognava sopravvi- vere per raccontare". Marta Ascoli ha tenuto fede a questa promessa.