SETTEMBRE 1998 Emozioni e cultura MAURO MANCIA colwyn trevarthen Empatia e biologia. Psicologia, cultura e neuroscienze ed. orig. 1997 a cura di Stefano Castelli pp. 223, Lit 39.000 Cortina, Milano 1998 ne di bambini e adulti per mezzo delle emozioni nel corso della co- municazione a rendere possibile l'ordinato sviluppo dell'autoco- scienza. "Gli eventi cognitivi supe- riori conservano le esperienze e sviluppano modi nuovi per imma- ginarle e utilizzarle - scrive Tre- varthen. Ma l'embriologia cere- brale custodisce la fonte dello spi- rito umano che conferisce energia a questa ricerca di esperienze da parte del neonato, che si attende di vivere in compagnia di altre perso- ne vive e di imparare con loro". Trevarthen è assolutamente d'accordo con Winnicott nel con- ------------------------lidmi ue l iv1csc ------ la coscienza, l'azione e l'apprendi- mento. Ed è sempre dalla stessa spinta a scambiare emozioni che deriva la produzione artistica umana, la sua creatività: "le opere d'arte sono possibili poiché le menti umane sono predisposte, in maniera innata, a sviluppare e te- ner vive le loro coscienze lungo li- nee parallele e in comunicazione collettiva". Gli artisti creano "nar- razioni" a partire dai loro senti- menti e dalla loro immaginazione, perché gli altri uomini si possano mettere in relazione, attraverso le emozioni che gli artisti trasmetto- no, con le loro proprie emozioni. Felice Cimatti Mente e linguaggio negli animali. Saggio di zoosemiotica cognitiva pp. 233, Lit 29.000 Carocci, Roma 1998 Qual è il rapporto che lega il lin- guaggio umano ai sistemi di comu- nicazione non umani? E qual è il rapporto che lega i sistemi di comu- nicazione, umani e non, al possesso di una mente? È su tali questioni che Felice Cimatti si interroga nel suo in- teressante "saggio di zoosemiotica cognitiva". L'analisi parte dall'idea che solo un organismo dotato di La vivace e stimolante scrittura di Colwyn Trevarthen ci regala nu- merose suggestioni in questa rac- colta di articoli. Nel clima generale che contraddistingue il pensiero scientifico attuale - tutto teso a da- re giustificazioni razionali a un ras- sicurante ma desolante isomorfi- smo mente-cervello, peraltro inso- stenibile ma molto conveniente - quanto Trevarthen esprime nei suoi scritti ci conforta. A partire dai rigorosi studi natu- ralistici e biologici, attraverso le ricerche neurofisiologiche con Sperry, Trevarthen è giunto alle funzioni psicologiche e allo svilup- po della mente infantile. Forte del- la sua profonda conoscenza della storia dell'evoluzione naturale, che non vede alcuna soluzione di con- tinuo fra il versante biologico e quello mentale e sociale, l'autore ci offre una lettura dello sviluppo della mente in cui sembra prevale- re un aspetto innatistico. In realtà quello che riesce a dimostrare è che noi siamo innatamente "uma- ni" e che il nostro sviluppo è sì se- gnato fino dall'utero e dal Dna, ma nel senso della relazione affettiva. Attraverso il libro si snoda uno straordinario percorso che ci porta dall'embriologia, alle emozioni, al- la creatività dell'uomo, mostrando- ci come in realtà ciò che è innato nell'essere umano è la capacità di vivere di emozioni e affetti attra- verso la relazione. Non è dunque tanto la nostra componente biolo- gica a condizionare il nostro svilup- po, bensì quella "umana", relazio- nale e relazionata. Nel nostro Dna, le diverse combinazioni ci portano non solo ad avere caratteri somatici differenti, ma anche atteggiamenti, emozioni, comportamenti assolu- tamente dissimili, in ragione del fatto che è la relazione a plasmare persino i nostri terminali sinaptici. I nostri mille milioni di milioni di sinapsi mediano elettricamente e chimicamente degli impulsi la cui origine sta però nella "innata" pos- sibilità della mente umana di pro- vare emozioni e affetti che li gene- rano a causa della relazione che il feto ha con se stesso, la madre e gli oggetti che ha a disposizione. Nel capitolo sulle emozioni, Trevarthen afferma che esse sono regolatrici delle attività psicologi- che, non i loro prodotti: "Sono cause, non effetti, della percezione e dell'azione". Le funzioni intese a formulare atti possono risultare re- lativamente indipendenti dalla percezione del mondo esterno e venire generate dall'interno, come parte di una strategia di crescita mentale. Ma 0 neonato apprende le cose del mondo anche attraverso un processo di consapevolezza condivisa: è la reciproca regolazio- siderare il gioco come un'attività serissima che porta alla creazione di una cultura, di cui l'uomo ha bi- sogno per esistere. Egli ritiene che il fattore chiave del gioco sia l'esu- beranza. L'esuberanza comporta- mentale del gioco è "intersoggetti- va, avviene fra le menti e possiede un aspetto morale". Crea scam- bio, comunicazione e, appunto, cultura. L'esuberanza non è l'imi- tazione, - che pure è fondamenta- le nel processo dello sviluppo -, ma una spinta irrinunciabile dell'essere umano che possiede un sistema di emozioni completo già prima della nascita, che ne dirige Dunque, comunicazione empatica e coinvolgimento emotivo affetti- vo sono alla base dello sviluppo e dell'evoluzione della specie uma- na. Come si può non gioire di que- ste affermazioni, nell'era della spiegazione neurormonale di qualsiasi sentimento? Questa è proprio musica per le orecchie di chi, avendo speso un'intera esi- stenza nel rigore della sperimenta- zione scientifica, non ha mai scor- dato il rispetto assoluto per l'og- getto ultimo della ricerca umana, e cioè l'Uomo, fatto ancor prima di venire alla luce, per "vivere in co- mune e costruire miti". mente possa padroneggiare un si- stema semiotico complesso, dal momento che la relazione tra un se- gno linguistico e l'entità per cui esso sta è indiretta, mediata da un insie- me di rappresentazioni mentali del- la realtà. In altre parole, tale relazio- ne è mediata da una mente, definita come la capacità di fornire risposte non automatiche e immediate agli stimoli esterni. Ora, poiché la specie umana non è la sola a possedere una mente in questo senso, è lecito attendersi che il linguaggio non sia una sua prerogativa. E infatti l'auto- re difende la tesi della continuità di tutti i sistemi comunicativi animali, di N. 8, PAG.39 cui il linguaggio umano costituireb- be l'estremo più evoluto. Sulla base di un vasto insieme di dati speri- mentali, Cimatti osserva come la co- municazione di molte specie rispetti in tutto o in parte i caratteri indivi- duati da Jakobson come tipici di un linguaggio propriamente detto. Per quanto riguarda le specie filogeneti- camente più vicine a noi, esse sono in grado, secondo l'autore, di assol- vere a tutte le funzioni del linguag- gio: espressiva, fàtica, metalingui- stica, conativa, referenziale, esteti- ca e - al di là della classificazione di Jakobson - anche la funzione co- gnitiva. Ciò che invece manca al lin- guaggio animale è una struttura sin- tattica. Tuttavia Cimatti, in contrasto con la tradizione ehomskiana, è per- suaso del fatto che la capacità sin- tattica non sia affatto la caratteristi- ca fondamentale di un linguaggio propriamente detto. Di conseguen- za, la sua assenza nulla toglie all'ar- gomento continuista, che egli effi- cacemente difende basandosi tan- to su argomenti teorici quanto su numerosi dati empirici. Cristina Meini Francesco Ferretti Pensare vedendo. Le immagini mentali nella scienza cognitiva pp. 201, Lit 28.000 Carocci, Roma 1998 Che cosa sono le immagini men- tali, quando e perché le "creiamo", quali rapporti esse intrattengono con altre facoltà mentali, e in parti- colare con la percezione, sono al- cune delle domande a cui si rispon- de in questo lavoro. Tali questioni hanno certamente motivi di interes- se loro propri; Ferretti le discute tut- tavia principalmente nella prospet- tiva di difendere una ben precisa posizione filosofica sulla natura del- la mente. Tale posizione si articola in due tesi fondamentali. In accordo alla prima, che possiamo denomi- nare "realismo intenzionale rappre- sentazionale", gli stati mentali come le credenze, i desideri, le intenzioni, sono stati rappresentazionali. La seconda tesi, la cui difesa è il moti- vo conduttore del libro, asserisce che il formato delle rappresentazio- ni mentali è di (almeno) due tipi: ac- canto al formato linguistico-propo- sizionale riconosciuto dalla mag- gioranza degli studiosi si deve rico- noscere l'esistenza di un formato analogico, caratteristico delle im- magini mentali. Questa posizione è nota come "teoria del doppio codi- ce". La questione più spinosa con- nessa alla seconda tesi risiede nel far convivere la dimensione simbo.- lico-rappresentazionale delle im- magini con il loro carattere analogi- co. L'analogicità, fondamentale per giustificare la supposta non-arbitra- rietà delle immagini, il loro essere dei "segni naturali", è infatti classi- camente considerata un criterio troppo debole per fondare il nesso tra immagine e oggetto rappresen- tato. Come è lecito attendersi da un dibattito molto vivo e aperto quale è quello sulla natura delle immagini mentali, gli argomenti di Ferretti non sono completamente persuasivi, ma cionondimeno la ricchezza dei dati sperimentali citati e la chiarez- za espositiva consentiranno al letto- re di farsi una propria idea. Relati- vamente alla prima tesi, è da se- gnalare la critica rivolta a Dennett, la cui posizione collassa secondo l'autore sul comportamentismo lo- gico di Ryle e Wittgenstein. Alfredo Paternoster