jAATc- o^cA-t-o- cte-L Esploratore degli Abissi dove domina invincibile il Nulla Mengaldo rilegge l'opera di uno dei maggiori cantori del dopo Auschwitz VITTORIO COLETTI Giorgio Caproni L'opera in versi a cura di Luca Zuliani introd. di Pier Vincenzo Mengaldo pp. LXXXI-1908, Lit 85.000 Mondadori, Milano 1998 Ora anche Giorgio Capro- ni, come Montale, ha la sua Opera in versi, impec- cabile edizione critica nei "Meridia- ni" delle sue poesie (non poche le inedite), con un apparato che ne il- lustra le varie fasi di elaborazione e di stampa e che fornisce, con gran- de generosità, molto materiale (ma corre voce di un diario dell'autore tenuto finora nascosto dagli eredi; la sua disponibilità avrebbe ulte- riormente arricchito l'importante sezione degli autocommenti) utile a conoscere l'occasione, il senso, la destinazione di ogni componimen- to. Poiché, diversamente da Monta- le, Caproni si è speso di più e nasco- sto di meno, l'abbondanza dell'in- formazione offerta è straordinaria e persino un po' sgomentante, anche se, nel gran mare, il curatore Luca Zuliani si è mosso con una perizia e una chiarezza ammirevoli e gradi- tissime al lettore, che trova anche nella cronologia e bibliografia della benemerita Adele Dei un eccellente strumento di lavoro. Voluto persino nel titolo, l'acco- stamento a Montale si impone e, per chi lo volesse approfondire, si può segnalare, fresco di stampa, l'ottimo volume di Luigi Surdich Le idee e la poesia. Montale e Capro- ni (il melangolo, Genova 1998, pp. 267, Lit 28.000), che utilizzeremo qui ripetutamente. Surdich, che è tra i migliori interpreti di Caproni, mette in rilievo i punti di contatto esterni e interni tra i due poeti; ma la sua ricerca di convergenze e so- miglianze risulta, a ben vedere, an- che un catalogo di incomponibili differenze. Basti solo il cenno, da lui fatto, a due dati, per così dire, oggettivi: 1) entrambi i poeti hanno prolungato la loro esistenza con un libro postumo: ma a fronte delle al- tezze metafisiche di Res amissa, gli stucchevoli giochetti montalian-ci- miani del Diario postumo (per tace- re della penosa farsa del legato te- stamentario che lo ha accompagna- to) sono davvero impresentabili, anche a selezionare solo le cose me- glio riuscite; 2) la porzione quanti- tativamente più ampia delle loro poesie, i due poeti la compongono dagli anni settanta in poi; ma anche questo, lo nota bene Surdich, è un "parallelismo rovesciato", perché, se il Montale da Satura in giù scrive il verso di quel libro il cui superbo recto era sigillato nei tre capolavori della prima stagione, Caproni, con la trilogia Muro della terra, Il franco cacciatore e II Conte di Kevenhùller (cfr. "L'Indice", 1986, n. 10), scri- ve, se vogliamo continuare l'imma- gine, il recto intensissimo di un li- bro di cui prima, più confidente nelle cose e nel mondo e meno cul- turalmente attrezzato, aveva forni- to, per altro splendidamente, 0 più disteso verso. Quest'ultima osservazione serve anche a fare i conti con l'introdu- zione al volume. Qui Pier Vincenzo Mengaldo ripercorre magistral- mente la vicenda interna dell'opera poetica caproniana, con un'atten- zione per metri e linguaggio da par suo. Mengaldo ha messo in chiaro anche la differenza che corre tra il primo e l'ultimo Caproni, pur ritro- vando, acutamente, qualche filo rosso; ad esempio, nel suo essere dall'inizio alla fine "un decostrutto- re, sia o meno questo carattere in rapporto con una percezione del mondo come giustapposizione di fenomeni che il soggetto non sa o non vuole sintetizzare"; nella voca- zione alla serialità e alla variazione, nonché alla narrazione, il cui frutto più vistoso è la ricerca del libro or- ganico, della misura poematica; nella ribadita "ontologia negativa"; nel costitutivo (anche se sempre più stilizzato e metafisico) realismo. Ma c'è un punto in particolare, nell'introduzione di Mengaldo, che merita di essere discusso: l'afferma- zione che "Il seme del piangere è forse il punto più alto toccato da Caproni". Il più autorevole studio- so della poesia novecentesca eleg- ge, così, come sua più congeniale, una raccolta degli anni cinquanta, che appartiene cioè, per riprendere la metafora di prima, ancora alla stagione del verso, della scrittura caproniana più distesa e raccorda- ta. Ora invece, molti lettori (cito, tra gli altri, proprio Surdich) non esitano a sostenere che è il Caproni più frantumato ed ellittico degli an- ni settanta-ottanta a scrivere, con la trilogia surricordata (anche a tacere dell'incompiuta e postuma Res amissa), i più bei testi della sua poe- sia e i più importanti di tutto il no- stro (secondo?) Novecento. La predilezione di Mengaldo per il "primo" Caproni, però, non stu- pisce, e io la spiego (anche) con ra- gioni generazionali. Il "secondo" Caproni è il poeta del dopo-Nove- cento, o, se vogliamo, di un Nove- cento che si è formato su paradigmi culturali non noti o rifiutati dalla critica letteraria della generazione dei Mengaldo: intendo i paradigmi del pensiero negativo (da Heideg- ger a Blanchot), che, frequentati dalla filosofia, sono stati visti con sospetto e distacco dalla critica, storicista o formalista, ma sempre, per così dire, positiva, storicizzan- te, antimetafisica. I più giovani (penso, su tutti, al finissimo Enrico Testa), invece, hanno familiari que- gli autori e quelle coordinate cultu- rali (recuperate in piena fase di ri- getto delle ideologie e delle certez- ze generali) e sono quindi capaci di una lettura più immediata, di una più diretta sintonia con un poeta ad alta densità metafisica come l'ul- timo Caproni. La generazione nata nella prima metà del Novecento ha il suo poeta in Montale (della Bufe- ra, soprattutto) e, al massimo, può spingersi fino a Sereni: autori in cui è sempre forte, prima e più della componente filosofica, la dimen- sione etica (anche se non politica); in cui l'orizzonte degli eventi è quello storico concreto; i riferi- menti sono a principi culturali pri- monovecenteschi (razionalità/irra- zionalismo, politica e storia, ecc.). A misurare la differenza di refe- renti e di consapevolezza filosofica tra Caproni e Montale basterebbe osservare (sempre servendoci libe- ramente di Surdich) come i due si misurino col problema del linguag- gio, a proposito del quale entrambi si chiedono se è un mezzo o un limi- te della conoscenza umana. Se per Montale la parola è qualcosa che "approssima ma non tocca" (e dun- que conserva un minimo di valore, per quanto povero, incerto), per Caproni, che va al fondo teoretico della questione, è qualcosa che ne- ga e distrugge ("Il nome avvicina al- la morte? / No. Il nome è la morte") e quindi è pura negazione, sottra- zione. Stessa cosa si potrebbe nota- re considerando come la forma os- simorica del reale ("la morsa del- l'Equazione" "fra il Tutto e il Nien- te"), affermata da entrambi i poeti, sia segno in Montale (anche) della debolezza conoscitiva dell'uomo o del degrado morale della moder- nità, mentre in Caproni è (solo) in- dice della costitutiva "in-differen- za" dell'Essere pervaso dal Nulla fin dall'origine. Caproni è tutto in- teressato a sondare le dimensioni dell'abisso e non è disposto (al limi- te della spietatezza) a lasciarsi confortare da umane solidarietà (come Sereni) o da speranze impro- babili (come Montale). Dal Muro della terra in poi (ma, in forma forse un po' troppo esplicita e predicato- Caproni ligure Il saggio del normalista e stu- dioso montaliano Roberto Or- lando La vita contraria (Pensa MultiMedia, Lecce 1998, pp. 235, Lit 28.000) offre la possibi- lità di approfondire un punto specifico della carriera lettera- ria di Caproni, la svolta ligure in cui il poeta delinea il mito di Genova. Orlando ripercorre la linea dei liguri - Montale, Ren- si, Sbarbaro, Boine, Agamben - ricostruendo una sorta di bi- bliografia critica dei riferimenti intellettuali dello stesso Capro- ni. "Genova nome barbaro. / Campana. Montale. Sbarbaro", così in Litania, pubblicata nel 1959, il poeta circoscrisse i con- fini di una patria ideale. ria, già dal Congedo del viaggiatore cerimonioso), ha preso a scrivere il dramma, a teatralizzare la sconfitta dell'umana ricerca di senso e di sal- vezza e a disegnare, con ostinazione e in immagini di straordinaria sug- gestività (per una somma di concre- tezza e di assoluto perfettamente ri- costruita nei suoi addendi da Surdi- ch), la fine di ogni speranza di razio- nalizzazione, la riduzione di ogni residuo margine di dubbio, l'avan- zata non più contenibile del Nulla. E non ha nascosto (in questo ben più acuto e spregiudicato di tanti fi- losofi) che il predominio del Nulla equivale alla vittoria del Male, risol- vendo (e spostando) così il conflitto etico di sempre nella fondazione ontologica della fuga, della sconfit- ta, della perdita del Bene (ecco do- ve mirava, già dal titolo, Res amis- sa). La scoperta del Niente origina- rio è resa alla morte e alla violenza; contro di esse non c'è rimedio, né possibilità di opposizione (non ci sono, in lui, miracoli né ironia, sem- mai una fiera e straziata "allegria"). Per questo, l'ultimo Caproni è uno dei maggiori poeti dell'età del dopo Auschwitz, che ha misurato l'enormità del male (l'accostamento a Celan è, ancorché solo in parte, ammesso, e proprio per questi aspetti) e assistito alla caduta di tut- te le illusioni razionalistiche che speravano di rimuoverla o dissimu- larla. Per questo, credo, è l'autore più istintivamente congeniale ai gio- vani che entrano nel nuovo secolo, da essi amato, addirittura, come di- ce Mengaldo, "con punte di culto". Caproni e Calvino GIORGIO BERTONE Che tentazione. Accostarli, renderli limi- trofi, persino intersecarli. Son così tante le pezze d'appoggio: prima di tutto la "decostru- zione" dell'io, poi, collegati, i temi del viaggio e il descrittivismo paesistico stilizzati e fatti forma primaria di un contenuto, di una narra- zione; la geografizzazione e la geometrizzazio- ne del paesaggio; persino certi versi con certi titoli sembrano scritti dall'uno par essere in- nalzati a emblema dei propri racconti dall'al- tro. E infine riscontrare il tutto sulla esplicita- zione delle rassomiglianze per mano dell'al- tro nella recensione al primo (Nel cielo dei pipistrelli, "la Repubblica", 19 dicembre 1980), dove si parla di un "poeta della città", e un "poeta del 'poco'". E invece no. No, Caproni non è Calvino. E ammirazione di questo per quello, convinta e bella, nasconde uno scarto. Intanto, la "negatività" calviniana (si veda Dall'opaco, o il finale delle Città invisibili) è una concreta bussola che funziona benissimo per orientare e individuare. Il negativo c'è ed è già qualcosa. Come il "poco". Non a caso uno dei suoi ultimi testi narrativi, la tarda cosmico- mica II niente e il poco, inneggia al "poco" ge- nerato dal "niente", quel "poco" già esaltato nella recensione a Caproni e a lui attribuito per emblema. Per transfert mentale, s'intende. No, Caproni non è il poeta del "poco". Quello, semmai, è Montale (il varco, la traccia madre- perlacea di lumaca, tenue bagliore di un fiam- mifero). Ne concluderemo allora che la catego- ria minimale sarà appannaggio dei più laici? Diremo intanto: Caproni lavora sul "niente". "Non c'è il Putto, non c'è il Nulla. C'è solo il non c'è", è il responso di Res amissa. Ligusti- cità per ligusticità (Agamben): non la parsimo- nia e la tesaurizzazione dell'infinitesimo gruz- zolo. Ma il radicale, ascetico ed eroico "far sen- za", partire da zero, dal "niente". Caproni, in- somma, affronta in pieno e a fondo la definizione del nuovo statuto antropologico. Forse anche perciò Calvino l'ammirava tanto. E lo deformava leggermente con una specie di wishful thinking. Lo chiamava ancora "poeta della città". Dove, invece, credo che già nel 1980 fosse ben chiaro il trasloco dalle città (Genova, Livorno...) verso i campi di caccia, le boscaglie, i torrenti, la campagna, gli ultimi borghi, la Val Trebbia. Tradotto in termini rea- li: da un universo in cui le persone interagisco- no, col loro carico di affetti e parole, a una più vasta - ed espansa, per portata di discussione - territorialità o meglio extraterritorialità, "luo- ghi non giurisdizionali", luoghi senza legge se non quella delle linee tracciate dallo sfidante, di una sfida al limite dove interiorità ed este- riorità coincidono parallelamente al collidere (ben più che in Calvino) di natura e cultura nella specola dello sguardo separato, senza cen- tro, nel senso letterale "spiazzato". Qui s'in- gaggia la sfida radicale, l'affronto (volto vs non-volto) col Nulla o il Niente. E pure la poe- sia resta ingaggiata. Non è il "poco", la poesia, il "poco" residuo, declinazione e correlativo metalinguistico del "poco" della vita, in versio- ne banalmente consolatoria, "contentatoria". La poesia è il "niente" ai limiti dell'afasia, dell'impronunciabile e della perdita, anch'essa implicita nella res amissa. Il niente in cui si è calati e da cui -per chi ce la farà - ripartire.