ctd-L I I Marco Drago L'amico del pazzo pp. 172, Lit 23.000 Feltrinelli, Milano 1998 Sono strabiche, e divergenti, le storie raccontate da Marco Drago: sembrano guardare in situazioni narrative conosciute, ma in realtà guardano altrove, schizzano altrove. C'è una tranquilla famigliola come tante che ama prodursi in clamorosi spettacoli a uso e consumo del pub- blico non pagante; il cassintegrato che trova un ben remunerato impie- go presso i set di film porno; l'amorfo impiegato della compagnia dei te- lefoni che si rivela un inquietante ti- petto pirandelliano allorché, spec- chiandosi, come già il Vitangelo Mo- scarda, inizia a nutrire dubbi sulla fe- deltà dello specchio. Vicende esemplari dell'io narrante: ben ac- cessoriato di frustrazioni, è tipo che dall'alto delle sue illusioni originarie è piombato nei prati a tagliare com- pulsivamente erba ("Arriva un punto che ti passa tutto addosso e non protesti nemmeno più") o sui letti a impressionare pellicole di rovente accanimento sessuale, o nei casset- ti a frugare fra le cianfrusaglie altrui, da vero ladro "di fondi di bottiglia". Se torna in cielo, è solo per cercar di dipingere improbabili cartelloni pub- blicitari con su una madonna con la faccia di Madonna. Psicosi e nevrosi sono i suoi numi tutelari; istinti, emo- zioni e sentimenti non possono che seguire traiettorie bizzarre, convulse e avulse dalla realtà ("Ci fosse alme- no una Signora Realtà!" aveva detto, ai suoi tempi, il Vitangelo). Vero e proprio campionario di allucinazioni è il racconto che dà il titolo alla rac- colta, in cui l'autore si districa straor- dinariamente bene tra l'idiota di do- stoevskijana ascendenza e il Creti- netti di filmica memoria, in un susse- guirsi incalzante di numeri "ad alta spettacolarità psicolabile grumosa". Maria Vittoria Vittori Giosuè Calaciura Malacarne pp. 150, Lit 18.000 Baldini & Castoldi, Milano 1998 L'inizio della storia si affida alla forza suggestiva di una negazione: "Non eravamo più niente...", che fa supporre un mondo di possibilità e fattualità definitivamente estinto. Ma poi, capitolo dopo capitolo, la negazione si ripete, e davanti al giudice, anzi al "signor giudice", uno dei tanti pentiti di mafia, un "malacarne", inizia a srotolare una catena interminabile, infinita, di sangue e di orrore. Una catena che conosciamo fin troppo bene, dalle cronache e dai processi: appalti edilizi, taglieggiamento, racket, produzione e smercio di ogni gene- re di droga, assassinii, faide e quant'altro... ciò che rende unica la storia, questa storia, non può esse- re il contenuto, ma piuttosto il suo ritmo, la sua cadenza ipnotica che sprigiona un aroma di corruzione e di morte. Ogni sequenza è infatti scandita da un doppio tempo: il rin- tocco funereo del "Non eravamo più niente..." e il feroce vitalismo di quelle espressioni con cui il massa- cro si compiace di se stesso e as- sapora il suo stesso gusto, in diver- se gradazioni: dall"'ammazzatina di bravura" o "di regolamento" alla ve- ra e propria "mattanza"; dal freddo tecnicismo della "chirurgia dell'ac- cetta" all'esaltazione della "carnefi- cina epocale". Nulla cambia, per- ché dalla Palermo della ricostruzio- ne postbellica - e, prima ancora, dal passato pluristratificato della città - fino alla Palermo attuale, i mafiosi testimoniano "la risposta sguaiata della storia ai tentativi dell'evoluzione". Uguale la brama di possesso, identica la gioia del- l'annientamento; e se si ricostruisce qualcosa, è solo per poterla demoli- re con più gusto, e se si grazia qual- cuno, è solo per poterlo finire con maggiore voluttà. Resta a lungo nelle orecchie e nel cuore del letto- re il tono cupo e allucinato di questa che è la scansione ritmica di una vera e propria liturgia dell'orrore. (m.v.v.) IMariangiola Gallingani L'angelo scassinatore pp. 340, Lit 25.000 Feltrinelli, Milano 1998 Marta ha quarantanni, è asses- sore all'urbanistica in un piccolo comune del Nord e soffre di de- pressione e disturbi gastrici indotti da aree edificabili e da un amante poco amante, affardellato di moglie e suocera. Proprio intorno a lei, abi- tuata a smaltire la sua ostinata soli- tudine nella nebbia del vino e dei ri- cordi, si scatena improvvisamente un uragano di interessi, di coinvol- gimenti, di un folle amore, perfino. Già, perché colui che ha messo gli occhi sull'ancor piacente Marta non è un tipo qualunque: è l'angelo Georges Des Oiseaux. E da questo amore, e dal tentativo di suicidio di Marta, la vicenda raccontata da Mariangiola Gallingani prende let- teralmente il volo, innalzandosi nei cieli dove passeggiano e discutono animatamente angeli resi famosi dalla filmografia internazionale, co- me Clarence e Damiel (vedi rispetti- vamente Frank Capra e Wim Wen- ders), sconfinando all'interno del- l'anima dei personaggi, arrivando fino alle nostalgiche lande in cui di- morano i suicidi: ex creature e ar- chetipi letterari. È possibile così tro- vare, nel territorio già cantato da Dante, Anna Karenina e Cesare Pa- vese, Vladimir Majakovskij ed Em- ma Bovary, Jacopo Ortis e Marilyn Monroe: tutti insieme appassiona- tamente, resi credibili da una scrit- tura di notevole freschezza inventi- va. Il tono della narrazione oscilla infatti dal realismo descrittivo, arric- chito da sarcastiche notazioni di politica e costume, all'umorismo di certi dialoghi e provocazioni che sfiorano pericolosamente il baratro del cattivo gusto, scartando poi all'ultimo momento; la fantasia si scatena nell'immaginare gli acco- stamenti più bizzarri o le gag più impreviste: la fattucchiera Amelia di nobili ascendenze disneyane a col- loquio con le creature di Tolstoj e Flaubert, o l'ex affranto Jacopo Or- tis, che mai avremmo immaginato sensibile alle lusinghe del cibo, al tavolo di una pizzeria. Come s'addi- ce a una favola, e sia pure irridente e moderna come questa, c'è il ras- sicurante lieto fine: e assecondan- do con un'ultima malizia quello stile "Romanzi Scadenti", di cui si com- piaceva anche la sua eroina, la scrittrice fa sì che l'angelo scassi- natore riesca a trovare le chiavi del cuore di Marta. (m.v.v.) I Enrico Capodaglio Diciannove novelle sulla bellezza pp. 152, Lit 18.000 Transeuropa, Ancona 1998 Ricompaiono in questi racconti personaggi non più visti da tempo: meccanici, operai, benzinai, mura- tori. Con i capelli appiccicati, le tute ingrommate dal grasso, le barchet- te di giornale in testa, perfino, e il corredo di attrezzi dai nomi esatti, precisi, da conoscere puntigliosa- mente. Ma non si pensi a un revival del neorealismo: nulla di più lonta- no dalle intenzioni di Capodaglio, che piuttosto ci addita la colpevo- lezza di quegli intellettuali che spesso e volentieri si dimenticano della forma e del peso specifico delle cose. Più volte l'autore ribatte sul punto dolente, eleggendo come portavoce il "servo dottore di ricer- ca" Marturio, il quale si accorge che, "da quando studia, le parole hanno perso l'unità con le cose: le parole sono un vetro sempre ap- pannato" (La betoniera), o il viag- giatore che guarda opacamente il conglomerato di costruzioni che si stende oltre la rotaia e non sa darvi un nome: "Se manca il nome la co- sa si contorce, si ammala e noi con lei" (Da l'espresso 504). Flagellati da insistenti piogge di nitrati e di os- sidi, corrosi dalla polvere, assediati dall'imperfezione, i personaggi di molti di questi racconti hanno sensi incistati; non sono nella storia né forse neanche nella città, nella leg- ge, come s'accorge con stupefatto orrore la casalinga protagonista N. 8, PAG. 12 dell'omonimo racconto, sorella mi- nore dell'indimenticata massaia di Paola Masino. A volte può capitare che sia il corpo di qualcuno, im- provvisamente, a imporre un nuo- vo, lacerante rapporto con le cose; in II testimone si assiste a un parto, spettacolo di grande violenza fisica reso dall'autore con un incalzante ritmo allitterativo; in II letargo e La pressa si contempla lo sfacelo fisi- co di persone amate che la malattia rende "burattini slogati" o "elefanti marini". In ogni caso, non c'è pietà per alcuno, in questi lucidi, sma- glianti racconti: né per i pranzi soli- tari del pensionato Silvano, né per le quotidiane rigovernature della casalinga, né per i pomeriggi al ci- nema di Silvia, che, come tutti gli al- tri e le altre di queste storie, "aveva lo spartito per la vita ma non aveva' mai il tempo di suonarlo". (m.v.v.) I Giuseppe Ferrandino Pericle il Nero pp. 144, Lit 23.000 Adelphi, Milano 1998 Come prima notizia di sé, l'io nar- rante ci comunica che ha un padro- ne. E gradualmente, con la descri- zione di questo padrone, tale Luigi- no Pizza, capo-clan di uno dei tanti clan napoletani, e delle sue mansio- ni di brutale esecutore di intimida- zioni e ritorsioni, si delinea in pochi tratti essenziali un microcosmo di ordinaria malavita. Per uno sgarro involontariamente commesso alla sorella di un boss, Pericle - questo il nome incongruamente classico dell'uomo-cane - si fa terra bruciata intorno. Gli ammazzano gli unici pa- renti rimasti, quelli con cui vive; scampato fortunosamente al mas- sacro, si rintana in un buco come un animale braccato, fino a quando non riesce ad allontanarsi. Conosce una donna, Natascia; torna per la vendetta, ma poi si prepara ad an- darsene. Per sempre, e magari pro- prio con Natascia. Fin qui, il copione allestito da Giuseppe Ferrandino sembra uguale a tanti altri di stampo noir: ma la diversità, l'anomalia sta nel punto di vista da cui vengono re- gistrati gli avvenimenti, quello di una persona limitata qual è Pericle: scarsa intelligenza, un esiguo nu- mero di schemi entro cui sistemare la complessità del reale, uno scarno gruzzolo di parole per definire cose e persone. Ricorda uno di quei per- sonaggi cari ai narratori sperimen- tali degli anni sessanta, che riusci- vano a ricondurre ogni genere di storia naturalistica lungo i binari del- la riduzione al grado zero: sottrazio- ne graduale di orpelli e artifici narra- tivi fino a far emergere i tralicci por- tanti della realtà. Una realtà che, co- me sostiene Pericle, non si fa comunque influenzare o condizio- nare dai pensieri: "è più convenien- te fare, perché tanto a pensare ti at- tacchi al tram". Cosicché Pericle è puro congegno reattivo e istintuale, e lo schema dei suoi impulsi e delle sue reazioni è riprodotto da un niti- do tracciato ritmico, da una scrittura talmente spoglia e rigorosa da elu- dere perfino le tentazioni coloristi- che del dialetto. (m.v.v.) Non paesaggi MAROSIA CASTALDI "Anterem" è una rivista di ricerca letteraria fondata più di vent'anni fa da Flavio Ermini e Silvano Martini. Anterem ora è anche un'associazione di sostenitori, della rivista e delle sue iniziative editoriali. Anterem infatti pubblica in proprio varie colla- ne. Nella più recente, "Itinera", centrata sui poeti, dopo due volumi monografici de- dicati a Gramigna e Sanguineti, è uscita, a cura di Flavio Ermini, una ricca antologia plurima, intitolata Ante Rem. Scritture di fine Novecento, comprensiva di testi critici e testi creativi; quasi un centinaio di nomi. Qui, in una sezione introdotta da Claudio Magris, incontriamo i Non paesaggi di Marosia Castaldi: sul versante di una prosa che si assume il compito di riprodurre, o meglio simulare, l'eclissi dell'io. Possiamo dire, con Magris, che l'obiettivo è una conoscenza "poetica", oltre la psicologia (ol- tre l'affabulazione). Né archi né cieli nemmeno funzioni né porte né strade né mura né campi né industrie né stato né aperte né chiuse né libere sante nemmeno prigioni neppure ospedali né chiese palazzi né templi rovine nemmeno celesti nemmeno terrestri né vecchie né nuove nem- meno abitate né disabitate nemmeno rumore nemmeno silenzio né traffici aerei commer- ci partite partenze ritorni andare venire né treni stazioni né archi né cieli nemmeno dei morti nemmeno dei vivi né vie né asfalti né lastrici strade né appartenenze né cittadinan- ze nemmeno dintorni nemmeno costumi nemmeno case nemmeno gente nemmeno degli uomini nemmeno di Dio nemmeno trasporti nemmeno quartieri né mete traffici intrecci funzioni nemmeno organismi né migliaia di abitanti neppure palazzi né piazze né ponti né alberghi fontane torri musei né strade né orti ne archi né cieli né mura interventi né chiese né case né slarghi né piazze nemmeno ascensori nemmeno spostarsi di fianco di la- to di sopra di sotto nemmeno lavori nemmeno orari neppure orologi né treni né mense nemmeno ospedali nemmeno prigioni né cattedre alberghi nemmeno storia né antica né nuova nemmeno balconi piante finestre nemmeno percorsi nemmeno straccioni nemme- no pellicce né auto e gioielli né barche giornali giorni e poi notti nemmeno tavor nemme- no letti nemmeno lucciole nemmeno lenoni nemmeno passeggi teatri musei cinema mura pareti divelte nemmeno rialzate nemmeno portieri né arrivi né aerei né archi né cieli né torri di ferro di vetro e cemento né siti né luoghi né pubblicità né centri né margini nep- pure spezzati né fuori né dentro lontano vicino né bordi confini nemmeno incisioni nem- meno suture innesti né bombe nemmeno squarci macerie rovine nemmeno polvere nem- meno città. da Ante Rem. Scritture di fine Novecento, Anterem, 1998, p. 148