SETTEMBRE 1998 m^ede Cr'VCcX, - oÓ/^-ltf del N. 8, PAG. 16 I Peter Waterhouse Fiori ed. orig. 1993 trad. dal tedesco di Camilla Miglio pp. 105, Lit 18.000 Donzelli, Roma 1998 Prima pubblicazione italiana di Peter Waterhouse, a esclusione di alcuni testi usciti sulla rivista "Poe- sia". Fiori, curato da Camilla Miglio, è ahimè privo degli originali. Non si capisce perché al lettore venga ne- gata la possibilità anche solo di sbirciare i versi in tedesco. L'origi- nalità di certe immagini, semplici e dirette, apprezzabili nella versione italiana e capaci di scuotere l'emo- zione, non può essere valutata sen- za un confronto con l'originale, co- me per esempio nei due haiku: "Quanti / tremila anni / stanno stesi nella valle", e "Boschi / prima / che siano parole". Lo stesso discorso vale per le costruzioni linguistiche anomale, sintetizzate in parole composte attaccate i'una all'altra a formare una sola parola, che in ita- liano devono, per lo più, venir sciol- te in una frase, perdendo così la lo- ro pregnanza ritmica e semantica. Waterhouse, nato a Berlino nel 1956, cresciuto bilingue (tedesco e inglese), stabilitosi a Vienna da molti anni, passa ininterrottamente dalla poesia alla prosa, per ritorna- re poi dalla prosa al verso, attraver- sando anche altre scritture (ha tra- dotto, fra gli altri, Gerald Manley Hopkins, Biagio Marin, Andrea Zanzotto). In tale ininterrotto conti- nuum linguistico, quel che sembra contare di più è l'attenzione verso le forme del reale: "Gruppo di alti palazzi / che io mi metto a guardare / con collo girevole", così come verso la struttura del quotidiano, che gli fa dire: "Attento voglio di- ventare. Si è silenziosi nei propri occhi". Un'attenzione, quella qui evocata, tutta austriaca che, a vol- te, ricorda Peter Handke, altre volte fa baluginare il culto stifteriano per le piccole cose. Qua e là, fra le ri- ghe, si scopre la tendenza a voler creare spazi sinestetici sulla pagi- na, come avviene per esempio con l'immagine degli "occhi selvaggi / tuttogusto, tuttorecchie", così co- me con "il pensiero è questione di tatto". L'avvicinamento ai fenomeni naturali sembra possibile solo at- traverso la prospettiva luccicante dell'asfalto, in modo che anche lo sbocciare dei fiori è riprodotto in città: "Le pietrine dell'asfalto fiori- scono. Minuscole, di quarzo, come riflettori". E in questo inno alla vita contemporanea, lo scrittore espri- me il desiderio che la poesia inva- da ogni cosa: "Moltiplicazione dell'inquietudine del mondo. Che tutto diventi fiore, e noi sempre più inquieti. Le città sono mari di fiori". Elisabetta Niccolini IAntoine Berman La prova dell'estraneo ed. orig. 1984 a cura di Gino Giometti pp. 265, Lit 46.000 Quodlibet, Macerata 1997 Il saggio di Berman, considerato uno dei contributi più interessanti della discussione sulla storia e la teoria della traduzione, affronta il ruolo fondamentale da questa svol- to, come esercizio filologico e come oggetto prediletto di riflessione, nel- la cultura tedesca della fine del Set- tecento. Seguendo un percorso che va da Herder a Hòlderlin, Berman si sofferma sui momenti decisivi in cui l'incontro con il diverso diventa oc- casione di scoperta, di riconosci- mento e di arricchimento della pro- pria peculiarità nazionale. È la tradu- zione della Bibbia di Lutero, vale a dire il primo, decisivo atto di autoaf- fermazione della lingua letteraria te- desca, a inaugurare quel particola- rissimo modo di porsi nei confronti delle grandi espressioni di culture diverse dalla propria che anima la ri- flessione poetologico-filosofica della Germania dell'epoca romantica. Si- mile al viaggio in terra straniera, pas- saggio determinante all'interno della Bildung - il processo evolutivo che ha come scopo la formazione della identità individuale compiuta -, la traduzione offre l'esperienza indi- spensabile dell'ignoto. Nella pro- spettiva del ritorno, che di quel viag- gio resta comunque l'ultima meta, essa è in grado inoltre di indicare straordinarie possibilità di trasforma- zione reciproca, una trasformazione tesa però alla ricerca di quel fondo di verità che riesce a emergere più chiaramente se osservato dalla pro- spettiva della distanza. È la prospet- tiva dalla quale Hòlderlin poteva af- fermare di aver voluto, con le sue tra- duzioni da Sofocle, "correggere gli errori" dell'originale, per restituirlo al- la sua autenticità più profonda. E so- no infatti proprio le traduzioni hòlder- liniane in cui - dopo Benjamin, Scha- dewaldt, Reinhardt, Steiner - anche Berman vede affermarsi per la prima volta il tentativo di affrontare l'origi- nale con l'intenzione di comprender- ne il carattere più autentico. La tra- duzione cessa così di essere sem- plice mediazione di ciò che è stra- niero, per mostrarsi, secondo il compito che Berman le assegna, come il luogo in cui la lingua allarga il suo confine riproponendosi conti- nuamente al suo stato sorgivo. Chiara Sandrin I Thomas Mann Spirito e arte. Saggio sulla letteratura a cura di Maurizio Pirro pp. 243, Lit 29.000 Palomar, Bari 1997 A tutt'oggi la ricezione di Thomas Mann critico è dominata dalle rac- colte di saggi curate dallo scrittore. Tanto più ammirevoli sono quindi le iniziative che mostrano un Thomas Mann meno noto al grande pubbli- co. Pregio di questo libro è aver rag- gruppato testi poco diffusi, e in gran parte inediti in Italia, che rivelano un tratto meno armonioso, più proble- matico dell'uomo Mann, molto lonta- no dal suo famoso autocontrollo. Gli scritti risalgono agli anni tra il 1905 e il 1913. Sono gli anni in cui egli si af- ferma come scrittore e acquista una certa posizione sociale grazie al ma- trimonio con Katja Pringsheim. Sono anche gli anni in cui matura il conflit- to con il fratello Heinrich e in cui si gettano le basi del suo rapporto di amore/odio per Richard Wagner e la sua concezione di opera d'arte tota- le. Fulcro del volumetto sono i 152 appunti per un saggio sulla letteratu- ra che avrebbe dovuto avere il titolo di Geist und Kunst, conservati al Thomas Mann-Archiv di Zurigo e pubblicati per laprima volta trentan- ni fa con un prezioso commento di Hans Wysling. L'edizione italiana, corredata da ampie note, non ri- prende del tutto l'apparato critico dell'edizione tedesca e tralascia quei riferimenti alle altre opere man- niane che non riguardano l'opposi- zione spirito/arte, letterato/artista. Il filo che lega strettamente la produ- zione saggistica a quella narrativa sta nella convinzione di Mann che "il saggio in quanto controllo critico" della vita deve sempre essere "un accessorio" della sua produzione. In questa chiave l'ironica autocitazione del saggio Geist und Kunst in Morte a Venezia acquista una luce partico- lare: il progetto di Mann rimasto in- compiuto diventa l'opera della matu- rità del protagonista Aschenbach, descritto come autore "dell'appas- sionato saggio Spirito e arte che per la potenza chiarificatrice e l'elo- quenza antitetica molti giudici auto- revoli ponevano accanto alla disser- tazione di Schiller sulla poesia inge- nua e sentimentale". Eva Bauer Gerhard Kaiser "Faust" o il destino della modernità a cura di Aldo Venturelli ed. orig. 1994 trad. dal tedesco di Luca Crescenzi pp. 142, Lit 24.000 Guerini e Associati, Milano 1998 Il merito del volume di Gerhard Kaiser è quello di una distesa chia- rezza, che discende da decenni di frequentazione dei testi goethiani da parte di uno dei più autorevoli ger- manisti tedeschi. Kaiser, con la sicu- rezza di chi conosce i propri cammi- ni per averli dissodati in faticosi lavo- ri accademici, trova una formula nuova e utile alla didattica non solo germanistica, e di piacevole lettura per un pubblico più vasto, interessa- to a "uno dei rarissimi - se non l'uni- co - mito autentico che la modernità ha prodotto" (così Faust nella post- fazione di Aldo Venturelli). I problemi critici del Faust vengono isolati qui intorno a parole chiave, o, meglio, motti che contengono polarità tra lo- ro collegate: "Streben" ovvero "slan- cio", "anelito"; "Irren", "errore", "erra- re" nella sua doppia accezione; e poi ancora: "natura", "tecnica"; "mo- neta", "mercato"; "artificio", "crea- zione"; "memoria", "storia", "utopia"; "arte", "poesia"; "amore", "redenzio- ne". Tali polarità si innestano in rela- zione dialettica con il "destino della modernità" e dell'uomo che ne ha posto le basi d'espansione, e, insie- me, di autodistruzione. In un con- fronto serrato con il testo del Fauste con altre opere, Kaiser mostra come da un mito nato da eredità prometei- che e cultura popolare Goethe distil- li, o dilati, il racconto esemplare delle contraddizioni della nascente so- cietà industriale. Ma non si ferma al- la sociologia della letteratura. Va in cerca di una via d'uscita etica ed estetica, e la trova nella funzione co- noscitiva e correttiva dell'amore e dell'arte, a loro volta intese come for- me dello Streben, dello slancio pro- duttivo dell'uomo. È questo il vero dono che la divinità gli fa, consape- volmente non disgiungendolo dalla possibilità di errore. E proprio da questo dono dagli esiti incerti l'uomo acquista la libertà senza rete di por- re a se stesso i propri limiti, rischian- do di non coglierne la misura auten- tica. Si tenta dunque, in questo libro, un'analisi della condizione moderna come inquietudine e rischio, e insie- me una proposta utopico-estetica cui Gerhard Kaiser sembra credere in prima persona. Un conciso libro a tesi sul Faust diventa così anche il bilancio di una carriera di studioso e di docente. Camilla Miglio Souàd Khodja DONNE D'ALGERIA L'appassionata ricerca della libertà nel cuore dell 'integralismo islamico (160 pagine, 24.000 lire) Pagano in P.za San Domenico Maggiore, 9 M.ie Palazzo Sansevero, Napoli - T.no 081.5515934 Due gemelli e tre romanzi PAOLA CARMAGNANI Agota Kristof, Trilogia della città di K., ed. orig. 1986, 1988 e 1991, trad. dal francese di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo, pp. 370, Lit 32.000, Ei- naudi, Torino 1998. Nata in Ungheria, Agota Kristof scrive in francese, che è diventata la sua lingua d'ado- zione quando ha lasciato il paese, in seguito alla repressione del '56. Nel 1996 Einaudi ha pubblicato il suo ultimo libro Ieri, e propone ora, riuniti in questa Trilogia della città di K., altri tre romanzi precedenti. Il grande quaderno (con il titolo ^'Quello che resta) e La prova erano già usciti in Italia da Guan- da, e a queste due traduzioni, riprese nella Trilogia, si aggiunge La terza menzogna, inedito in Italia. Al centro della narrazione dei tre romanzi ci sono due gemelli e una piccola città, in cui trascorrono gli anni della loro infanzia. Per sopravvivere, in un mondo devastato dalla guerra e dalla miseria, i gemelli devono uti- lizzare tutta la loro simbiotica e prodigiosa intelligenza. Esercizio di irrobustimento del corpo, esercizio di irrobustimento dello spiri- to, esercizio di accattonaggio, esercizio di di- giuno, esercizio di crudeltà, perché "bisogna saper uccidere quando è necessario". Ma bi- sogna anche saper ricordare, e allora igemelli scrivono, riempiono le pagine di un grande quaderno che è il romanzo stesso. "Le parole che definiscono i sentimenti so- no molto vaghe; è meglio evitare il loro im- piego e attenersi alla descrizione degli ogget- ti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti": i fatti con- creti della realtà quotidiana sono l'ultimo ap- piglio in un mondo che sembra aver perso ogni significato possibile, e le regole che pre- siedono alla redazione del grande quaderno sono le stesse che definiscono lo stile asciutto e intenso di Agota Kristof. Ultimo e definiti- vo esercizio di sopravvivenza è la separazio- ne. Uno dei gemelli se ne va al di là della frontiera, l'altro resta. Di qui parte la narrazione del secondo ro- manzo: la prova è cominciata e l'unico lega- me possibile sarà d'ora in poi quel grande quaderno, che chi resta continua a scrivere perché chi è partito ritornerà, e allora dovrà sapere. Alla prima persona del plurale, che aveva segnato la simbiotica e anonima nar- razione del primo romanzo, subentra un narratore esterno per raccontare la storia di due vite ineluttabilmente separate, a cui l'utilizzazione dei nomi propri, Lucas e Claus, sembra conferire una nuova identità individuale. Ma, fagocitata dalla realtà esterna di un totalitarismo che vuole cancel- lare il passato e rifare il presente, essa si ri- vela assolutamente illusoria, e pura illusio- ne diviene anche la descrizione fedele dei fatti. Il terzo romanzo riprende il filo della nar- razione, spostando ancora una volta l'asse del reale. Un narratore alla prima persona, singolare questa volta, dà voce successiva- mente a colui che è tornato e a colui che è ri- masto. Ma il passato è ormai irrimediabil- mente perduto. Quello che resta è la rinuncia definitiva a ogni speranza, l'irrimediabile di- struzione dei legami spezzati che solo la mor- te potrà ricomporre.