|dei libri del mese| SETTEMBRE 1998 cv fcvbb'vlc'CA' cte«L Llb^o- Una nuova traduzione pungentemente provocatoria GABRIELLA CATALANO Theodor Fontane Il pungiglione (Der Stechlin) a cura di Amelia Valtolina ed. orig. 1899 pp. 476, Lit 24.000 Frassinelli, Milano 1997 Aldo Busi. Sostenere l'autonomia del tradurre significa rammentare in vario modo il carattere altro della traduzione, perfino diso- rientando a volte il lettore, obbli- gandolo in tutti i casi ad abbando- nare ogni certezza: ciò che ha avu- to modo di leggere (bene non di- menticarlo mai!) è altra cosa rispetto alla voce dell'opera. Si capisce allora come il pungi- glione appartenga al contesto di una articolata riflessione sulla "menzogna" del testo tradotto. Il che nel nostro caso significa: il pungiglione che non c'è in tede- sco, ovvero non appare, esiste ugualmente. Esiste infatti nella let- tura dell'interprete, Amelia Valto- lina, autrice della traduzione, che ne spiega il senso nell'intelligente e profonda analisi del romanzo po- sta in appendice. L'assunto princi- pale è che l'ultima opera scritta da Fontane costituisca la "condanna a morte del romanzo ottocentesco la ripetizione la mimesi voluta da Fontane. L'obiettivo è quello della discorsività, che traduce con disin- voltura le chiacchiere infinite (il ro- manzo, a detta del suo autore, è fat- to solo di conversazione), in modo da rendere l'artificiosa naturalezza del parlato. Perciò lo stesso signore di Stechlin, il più sagace interprete del metalinguismo del romanzo, ammette costantemente il prevale- re della moda, adocchiando nella connotazione la vera sostanza di ogni parlare. Prende in esame per esempio la parola "idiosincrasia" per aggiungere subito dopo un commento, come se la fluidità del Solo un libraio attento e bene informato, alla richiesta di una tra- duzione italiana del romanzo di Fontane II Signore di Stechlin (tito- lo della versione di Clara Bacagli Calamai, Garzanti, 1985) vi conse- gnerà il volume uscito nella collana dei classici di Frassinelli. Quel no- me appare infatti unicamente come sottotitolo fra parentesi. In eviden- za campeggia invece un titolo a dir poco innovativo: Il pungiglione. Non si tratta, naturalmente, della traduzione letterale del nome pro- prio tedesco - che nel romanzo ap- partiene a luoghi, persone e cose - ma di una traduzione che adopera la radice verbale "stechen" per de- signare l'azione del pungere e attri- buirla così non già a luoghi, perso- ne o cose, ma all'intero romanzo (tant'è che, quando vengono poi nominati nel testo il lago, il bosco, il paese o il signore di Stechlin, si torna per forza di cose alla men- zione del nome tedesco: il lago di Stechlin, il paese di Stechlin, ecc.). Cionondimeno il pungiglione presente in copertina svolge egre- giamente il suo compito provoca- torio: indica l'accesso al testo pro- spettando la lettura di un roman- zo dal tono essenzialmente sarca- stico. La provocazione del nuovo titolo è dettata inoltre dalla vo- lontà di ostentare il codice inter- pretativo, appartenente del resto per statuto a ogni traduzione. E, connessa all'apertura dell'inter- pretazione, la tendenza a mostra- re, anziché occultare, le differen- ze rispetto al testo di partenza. Il tutto ha un effetto straniarne, sia nei confronti dell'originale tede- sco, sia dell'usuale traduzione ita- liana. Un tipo di proposta assolu- tamente in sintonia, insomma, con la collana a cui 11 pungiglione appartiene, diretta, come si sa, da e e tx» e«ót esco cccv cLdbcct ANDREA BOSCO Nel mio repertorio di inizi stagionati, vecchi ma non ancora classici, ho ritrovato un inizio con refuso che è una bellezza, nella sua rarità; si tratta dell'incipit del libro di Tina Pizzardo Senza pensarci due volte (Il Mulino, 1996): "Sono alla fine della vita e non ho fanno niente che valga". Questo "fanno" sarà un refuso op- pure no? E se la Pizzardo avesse voluto sottoli- neare il carattere collettivamente cogente del suo agire (e del suo non agire)? Come a dire: ciò che faccio o non faccio in realtà lo fanno o non lo fanno gli altri... E se io avessi soltanto letto di recente troppa ermeneutica filosofica... Passiamo a qualcosa di più recente: la cap- tatio benevolentiae non dovrebbe essere uno strumento tipico dell'incipit? Sì, ma talvolta va di moda, al contrario, quasi un tentativo di scoraggiare la lettura, una sorta di vera e propria captatio malevolentiae. Ecco come esordisce ad esempio Enzo Catania in Mori- re d'orrore (Marsilio, 1998), un titolo che peraltro già ben dispone alla lettura: "Non trascinatevi il rimorso di non aver letto que- sto libro. E cronaca, dossier, reportage, in- chiesta, specchio di quel che è accaduto e po- trà accadere. Una stretta al cuore, scriverlo. Leggerlo, non sarà certo più lieve". Il lettore, terrorizzato, si allontana dal li- bro, sconvolto. Forse per accorrere da An- drea G. Pinketts, lasciandosi catturare dal buffo esordio di II conto dell'ultima cena (Mondadori, 1998): "Cercavamo di ammaz- zare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi. Era una lotta impari. A volte sembrava stecchito, proprio un tempo morto, poi im- provvisamente, prima del tepore della noia, si rialzava e, con uno scatto da centometrista drogato, passava quasi più veloce delle lan- cette del mio orologio, che in effetti, come molti Rolex, era in ritardo di cinque minuti". Pinketts, tuttavia, inorgoglito dalla cattura del lettore, finisce per strafare e inizia il capi- tolo XI con questa desolante prova di intelli- genza: "Domenica non è un giorno come un altro pur essendo un giorno come un altro. Mi spiego: domenica non è come lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e saba- to. Però domenica è un giorno come domeni- ca. Un'altra domenica". Queste acute osservazioni richiamano un altro inizio con truismo, di scuola lapalissia- na, apparso nel saggio di Jean-Claude Kauf- mann dal titolo La vita a due. Sociologia della vita di coppia (Il Mulino, 1996): "La coppia comincia con la scelta del coniuge". Un'affermazione folgorante, che nessuno si sente di smentire. Seguendo lo stile argomen- tativo diKaufmann potremmo dire: "L'inizio di un libro comincia con la scelta della prima frase". E, con questa verità, finiamo. 8 >8 OS 08 Zi 8 aut aut Rivista bimestrale fondata da Enzo Paci nel 1951. Attraverso la pubblicazione di materiali, saggi e interventi «aut aut» fornisce un quadro aggiornato del dibattito filosofico e culturale di oggi. Richieda una copifemaggio per conoscermi cUlt Compili il coupon e lo spedisca a: La Nuova Italia Editrice - uff. marketing, via E. Codignola - 50018 Scandicci Fi oppure via fax al n. 055/75.90.208 http://www.lanuovaitalia.it Sì, inviatemi subito una copia omaggio del periodicc Nome........ Cognome- via............. Cap............ .N.. ..Città.. Fotocopi questo coupon e lo regali ad un amico, invieremo anche a lui una copia omaggio dàutaut ..Prov.. con tutti i suoi accessori pseudo- realistici". Un romanzo, perciò, che punzecchia e irrita il realismo del proprio secolo, l'Ottocento, profetizzando, come si sostiene, esiti letterari a venire. In consonanza con questa lettura la traduzione si rivela assai precisa nel menzionare ogni "dettaglio inutile": le razze dei cani, dai pin- scher ai carlini, sono tutte rigorosa- mente identificate, le parole stra- niere lasciate dove compaiono ri- badendo in ogni nuance le forme alla moda: "Ho un certo liking per il punch svedese" viene detto con futile civetteria (la traduzione esi- stente cancellava l'espressione in- glese dell'originale optando per il più banale: "ho un certo debole per il punch svedese"). L'immediatez- za colloquiale privilegiata nel testo tradotto da Amelia Valtolina simu- la le cadenze della pronuncia, regi- strate anche con più frequenza che in tedesco, come ad avvalorare nel- discorso inciampasse su un proprio inevitabile ostacolo. "Che cosa mi tocca sentire. Adesso, Woidemar, crederai di aver detto di nuovo chissà quale finezza", suona il testo italiano lì dove il tedesco usa una circonlocuzione leggermente più indiretta: "Wenn ich so was hòre. Ja, Woidemar, da glaubst du wie- der wunder was Feines gesagt zu haben". Ciò vale anche per il resto del breve passo. Con eguale spi- gliatezza ci si volge a soppesare l'ef- fimera autorità del linguaggio: "Ma è soltanto una parola, non sarà mai fine, anche se suona bene. I presagi oscuri, quelli sono una finezza. E com'è vero che l'idea che mi ispira questa bella bottiglia ha per me qualcosa di celestiale... si può dire celestiale. .?" ("Aber es ist doch blofi ein Wort. Und was ein Wort ist, ist nie was Feines, wenn es so aussieht. Dunkle Gefuhle, die sind fein. Und so gewiri die Vorstellung, die ich mit dieser lieben Fiasche N. 8, PAG. 22 hier verbinde, fur mich persònlich was Celestes hat... kann man Cele- stes sagen...?"). Nella casualità di simili affermazioni, nell'aspetto ac- cessorio e, quindi, nell'ottica di Fontane, centrale di simili afferma- zioni, il testo tradotto coglie l'aspetto che caratterizza il roman- zo: il modello realista è indagato fi- no a svaporare. Convince ancora il richiamo all'azione del pungere? Si dovreb- be presupporre a questo punto un contatto diretto, l'immediatezza di un "attacco" assestato al momento e al posto giusto. Il fascino del ro- manzo di Fontane è invece proprio nelle sue modalità indirette (che lo stile poco paludato della traduzio- ne mette in luce), in una scrittura che adopera tutti i moduli del- l'"oggettività" realistica per rove- sciarli nel loro esatto contrario se- condo uno di quei formidabili pa- radossi tanto amati dall'anziano si- gnore di Stechlin. Fontane deride gli accessori pseudorealistici ser- vendosene allo scopo di una prosa la quale, più che designare o evo- care effetti di realtà, è divenuta tut- ta ornamentale e superflua. Dun- que non prende nulla di punta, ma crea un'opera grandiosa perché fatta di sfumature, sfuggente quan- te altre mai, che dice tutto e il suo contrario per suggellare in definiti- va l'equivalenza di ogni dire e la sua marginalità. Impossibile analizzare tutto ciò in dettaglio. Basterà l'esempio della descrizione che apre il testo in cui viene presentato il luogo dell'azio- ne e, principalmente, il lago di Ste- chlin, le cui immobili acque, per un estro di natura, risentono come in un contraccolpo dei più remoti sommovimenti della terra. Metafo- ra trasponibile all'intero romanzo, il paesaggio del lago viene evocato dallo scrittore non nella sua dimen- sione realistico-spaziale, ma nella funzionalità letteraria di un artifi- cio, che costituisce uno dei leitmo- tiv della narrazione. Qui il reperto- rio realistico, che pure lo scrittore tende a mimare (salvo poi ad annul- larlo) viene dichiarato nella tradu- zione in locuzioni del tipo: "Mai che si veda un astore in volo riflet- tere la sua ombra sullo specchio dell'acqua", laddove il tedesco la- scia più incerta la presenza dell'uc- cello ("und nur selten, dal? ein Ha- bicht driiber hinfliegt und seinen Schatten auf die Spiegelflàche wirft") e, soprattutto, elimina l'idea di uno sguardo e quindi la concre- tezza dell'osservatore. Anche, poco più avanti, l'asserzione priva di ver- bo che arresta il ritmo descrittivo ("Alles stili hier"), confermando il livello astrattizzante di quel paesag- gio immobile e privo di vita, viene mitigata nello scorrevole "Nient'al- tro che silenzio, qui". Così, imme- diatamente dopo, il testo tradotto sceglie un riferimento chiaro ("Ep- pure, a volte, persino un posto così senza vita si rianima"), mentre il te- desco ribadiva nell'uso dell'im- personale il senso di irreale staticità ("Dann regt's sich auch hier"). Si tratta, è ovvio, di particolari minori, ma le sotterranee vibrazioni che per brevi momenti scuotono le immote acque del lago di Stechlin increspa- no a ben vedere anche la prosa levi- gata di Fontane. Cogliere la stati- cità e, insieme, i suoi quasi imper- cettibili sommovimenti è la scom- messa che l'autore lancia ai lettori del romanzo. E forse qui, come ogni lettore del resto potrà decide- re, che è nascosta l'insidia del suo pungiglione?