[INDICE I 'Hh^DEI LIBRI DEL MESE Imi M 1 t attori alt SETTEMBRE 1998 I IN Vili E N. 8, PAG. 2 Diffìcile fare mente locale Quando, nell'estate del 1997, "L'Indi- ce" decise di varare la rubrica "Mente lo- cale", pensava di dover essenzialmente su- perare le perplessità dei collaboratori e dei lettori abituali: si trattava, infatti, di con- vincere un ambiente giustamente refratta- rio ai provincialismi del fatto che con la nuova rubrica "L'Indice" non si propone- va di aprirsi alla riscoperta delle memorie patrie, al culto delle radici, all'orgoglio di paese. "L'Indice" intendeva, al contrario, dare voce a chi in questo tipo di miti regio- nali si sentiva soffocato. Quasi dovunque si trovano intellettuali aperti e combattivi, librerie che sono centri di discussione sui problemi del mondo, editori che non pub- blicano solo libri sulla toponomastica re- gionale, associazioni impegnate a tendere fili verso la realtà italiana e internazionale, biblioteche in cui si trova di tutto. Nel 1994, nel celebrare il decennale del- la nostra rivista e percorrendo l'Italia con incontri e dibattiti, siamo entrati in contat- to con ambienti interessanti e ricchi di po- tenzialità, spesso non corrispondenti con gli establishment locali e talora ghettizzati: per questi ambienti una rivista come "L'Indice" era uno dei canali di importa- zione di spunti e di idee, oltreché di infor- mazione critica sulla produzione libraria. Con "Mente locale" abbiamo deciso di at- tivare un percorso inverso, e diventare an- che canale di esportazione, dalla dimensio- ne locale a quella nazionale. Allora, superate le perplessità interne, abbiamo incominciato a scontrarci con l'eterogeneità del materiale che ci perveni- va e, in qualche caso, con pezzi che rischia- vano di giustificare i sorrisi di sufficienza di alcuni nostri amici tradizionali. Le trat- tative fra redattori e autori dei testi sono state spesso proficue testimonianze della volontà di "comunicare" ma, al tempo stesso, spie dei problemi in cui si dibatte anche la migliore cultura di provincia. Qualche guasto l'ha fatto, di sicuro, l'enfa- si eccessiva che la pubblicistica degli ultimi anni ha connesso al tema delle identità. E infatti giusto reagire a una globalizzazione dequalificata della cultura, ribellarsi a mo- delli egemoni americanizzanti e metropoli- tani, opporsi alla sparizione di patrimoni linguistici, estetici, persino gastronomici. Ma sul treno di questa reazione riescono purtroppo e salire anche frammenti di un vecchio provincialismo pretenzioso, preoc- cupato che le grandi gerarchie del mondo cancellino il rilievo di altre gerarchie - ben difese, gelosamente tutelate da generazioni - che non sono prive di parentele con l'an- tica vanagloria dei notabilati locali. Le pa- gine di "Mente locale" sono sempre state scritte da autori che quel notabilato - delle professioni o del semplice censo - normal- mente lo combattono: ma per essi risulta spesso spontaneo condividerne, se non i metri di giudizio, almeno alcune prospetti- ve. E ciò, occorre dirlo, può avvenire al più naif dei nostri collaboratori come alla pen- na raffinata avvezza a ben altri argomenti. L'amore per i luoghi appiattisce, rende tut- ti un po' più bambini, e ciò fa anche simpa- tia, ma non è quello che serve. Stiamo incontrando difficoltà, in sostan- za, a evitare un atteggiamento celebrativo verso i fermenti culturali locali, che merite- rebbero sempre, invece, un approccio pro- blematico. Viene fuori a fatica il cosmopo- litismo "alla Sciascia" - pensoso e non su- perficiale - che ci proponevamo di snidare da varie regioni: il localismo, anche se nei suoi aspetti più generosi e ingenui, prevale. In più occasioni non siamo riusciti ad affer- mare il principio che non esiste solo e sem- pre una colonizzazione culturale negativa, ma esiste anche una "colonizzazione buo- na" fatta di stimoli, di apertura, di dialetti- ca fra luogo e mondo: quella che in Feno- glio e Pavese faceva interagire il mito ame- ricano con le tradizioni delle Langhe. Grazie a molti collaboratori che hanno capito o addirittura condiviso le nostre esi- genze, grazie alla produttività del dialogo nella fase di costruzione della pagina, la ru- brica è fin qui vissuta dignitosamente. Insi- steremo perché migliori ancora. Cerche- remo di spiegarci più chiaramente, per con- vincere gli autori (librai e operatori cultura- li, insegnanti ed editori, scrittori e giornali- sti) che nelle pagine dell'"Indice" si vuole trovare una radiografia del presente nelle singole regioni, non una ricostruzione del passato o la celebrazione di glorie locali. Di quella cultura vogliamo, il più possi- bile, siano esposti elementi oggettivi: dati sulla produzione e sui cataloghi delle pic- cole case editrici, soprattutto quando sono imprese coraggiose che non si adagiano sulla facile stampa di memorialistica che non esce dai confini della provincia; pre- senza di librerie, loro carattere più o meno internazionale, loro attitudine a essere an- che centri di dibattito e di promozione alla lettura, così come qualche biblioteca; dif- fusione, di solito positiva, delle tante picco- le "fiere del libro" che diventano appunta- menti periodici pieni di contraddizioni e lacune ma sempre stimolanti. Crediamo possano essere piacevoli, ma poco utili, le pagine affettuose e ben scritte del letterato famoso che invece di analizzare la cultura dei luoghi natii analizza la propria anima, comunicandoci le vibrazioni che prova nel vederli dalla finestra (da fermo cultore del- le origini) o nel rivederli di tanto in tanto (da nostalgico colonialista di ritorno). Più del passato e del futuro interessa - s'è detto - il presente, più dei sentimenti le realizza- zioni: per confrontare città e regioni diver- se, per costruire un osservatorio omoge- neo, per scoprire quanto c'è di nascosto ma vitale nel frazionato e variegatissimo pano- rama intellettuale italiano. Giuseppe Sergi Lettere "L'Indice" di giugno ha pubbli- cato una lettera di Tommaso Val- letti, di Torino. Il lettore vi svolge- va alcune considerazioni critiche sull'attenzione rivolta dalla rivista all'economia. Alcune di queste considerazioni sono del tutto giu- stificate, e derivano dalla scarsa va- lorizzazione di quest'area sulle pa- gine del mensile: il che si può veri- ficare agevolmente computando il numero risibile di "libri del mese" di argomento economico, a dispet- to del fatto che in redazione essi stiano stati sistematicamente pro- posti (e questo è soltanto uno degli esempi possibili). Nella sua lettera, peraltro, Valletti metteva in que- stione una presunta linea editoria- le. A suo dire, gli strumenti d'ana- lisi privilegiati sarebbero stati un po' "obsoleti", rifacendosi ad au- tori come Marx, Sraffa, Keynes e discepoli, mentre verrebbe trascu- rata ingiustamente la scuola neo- classica, metodologicamente "vin- cente" (basta guardare ai premi Nobel, scrive Valletti, sistematica- mente dimenticati dalT'Tndice") e le cui proposizioni sarebbero com- patibili con posizioni tutt'altro che conservatrici. Debbo confessare che la mia reazione iniziale è condensabile in una parola: magari. "L'Indice" ha sempre mirato a dare una rappre- sentazione equilibrata di quanto viene pubblicato in Italia anche su questo terreno; e sul piano dei contenuti ciò che mi pare vada rimproverato è semmai un certo eclettismo (anche qui gli esempi possibili non mancano). Chissà che il problema non sia proprio costituito dal contrario di ciò che ci imputa Valletti, cioè il non per- seguire un più risoluto approccio critico tanto dal punto di vista della teoria economica, quanto dal punto di vista della politica economica. Per quel che riguarda la scuola neoclassica, è nota la sua forza pervasiva, oltre che persua- siva e mimetica, così come il fatto che la sinistra abbia abdicato a una sua autonoma riflessione. De- vo dire, peraltro, che non mi affa- scina, come criterio di compara- zione degli approcci teorici e me- todologici, quello della novità, dei premi, o del risultare vincenti. (Qualcuno, o qualcuna, deve ave- re scritto una volta che la giustizia diserta il campo dei vincitori; chissà che non sia vero anche del- la ragione.) Non saprei se la rivista sia stata inondata da altre lettere a soste- gno della posizione di Valletti. Vi- sto che comunque quella lettera chiedeva una "ridiscussione" del- le linee editoriali, mi è parso giu- sto un confronto con la direzione e con altri economisti della reda- zione. L'una e gli altri hanno rite- nuto ingiustificate le mie lamente- le sullo spazio e i modi della pre- senza di economia sulla rivista, e sostanzialmente condivisibile la lettera di Valletti, pur chiedendo- mi di continuare a curare le pagi- ne per economia. Dopo una esita- zione iniziale, dovuta essenzial- mente alla ragione affettiva di aver lavorato nella rivista per qua- si quindici anni, mi sono reso con- to che la responsabilità formale delle pagine economiche non avrebbe significato una autono- mia contenutistica, di scelte e va- lutazioni, a partire dalla decisione sui libri da recensire e sui rispetti- vi recensori. Lascio dunque che siano altri, come è giusto, a defini- re linee editoriali diverse. Sono convinto che "L'Indice" non avrà certamente difficoltà a trovare, se necessario, economisti più up to date. Per mio conto, potrò impie- gare il tempo liberato a leggere qualche buon classico. Della let- teratura: non vorrei urtare la su- scettibilità di nessuno. Riccardo Bellofiore Non possiamo che ringraziare Riccardo Bellofiore per la sua lunga e fattiva collaborazione. Pur aven- dogli confermata la fiducia, abbia- mo dovuto prendere atto dell'in- soddisfazione espressa anche nella lettera. Naturalmente non si com- menta il dissenso d'un amico. Rite- niamo utile puntualizzare soltanto lo spazio dedicato ai libri di econo- mia. Se consideriamo gli ultimi die- ci anni, gli articoli di recensione so- no stati 10 nell'89, 9 nel '90, 13 nel '91, 12 nel '92, 14 nel '93, 15 nel '94, 12 nel '95, 8 nel '96, 10 nel '97 e 7 nei primi 7 mesi del '98. Nume- rosi portano la firma proprio di Ric- cardo Bellofiore e sono esempi di informazione ragionata, che ci au- guriamo sinceramente non ci venga a mancare. Alberto Papuzzi e-mail: lindice@tin.it