□ Idei libri del mese| SETTEMBRE 1998 n\ Guerra civile spagnola: le scudisciate della destra ALFONSO BOTTI Nino Isaia, Edgardo Sogno Due fronti. La guerra di Spagna nei ricordi personali di opposti combattenti di sessant'anni fa introd. di Sergio Romano pp. 106, Lit 15.000 liberal libri, Firenze 1998 fatti inventati di sana pianta tracima sovente nella fiction, le pagine pro- priamente memorialistiche sono una storia veramente poco eroica. Leggendole si apprende che Sogno si arruolò per sfuggire all'autoritari- smo materno; che i primi assalti li realizzò ai casini di Siviglia e Valla- dolid; che non partecipò alla batta- Nella sua introduzione anche Ro- mano sostiene che ci furono due guerre diverse senza spiegare le ra- gioni del trapasso. Scrive che le ele- zioni vinte dal Fronte popolare si celebrarono nel gennaio del 1936, quando l'avvenimento cadde il 16 febbraio. Ingenera ambiguamente il sospetto che fu a seguito dell'in- tervento sovietico che la guerra s'impennò sul piano della violenza, quando è risaputo che alcuni dei massacri più brutali (quelli anticle- ricali e la matanza di Badajoz) si eb- bero nell'estate del 1936, ben prima dell'intervento sovietico. Descrive la guerra spagnola come prolunga- sta al regime spagnolo? Romano porta vasi a Samo. Vuol dire che non era questo l'orientamento fino al '42-'43? Sbaglia. Come prova ad- duce la "lungimiranza" di Franco nel non entrare in guerra a fianco dell'Asse. Sulla presunta lungimi- ranza, definita in quell'occasione "saggezza", si era già avuto un auto- revolissimo scivolone (il discorso del presidente Scalfaro del 27 giu- gno 1996 in occasione della visita di Stato a Madrid). Che dire, se non ri- petere quanto in quella occasione sostennero tutti gli storici (non franchisti) e gli ispanisti di ogni do- ve, e cioè: 1) che l'esercito spagnolo Lasciando per ora da parte la breve e discussa introduzione, il li- bretto confezionato da Sergio Ro- mano si apre con la trascrizione, dovuta a Nino Isaia, dei ricordi di Giuliano Bonfante, intellettuale socialista, in Spagna dal 1933 per compiere studi filologici, che allo scoppio della guerra civile com- batté come volontario nell'esercito repubblicano fino a quando il ti- more per la crescente egemonia comunista non lo indusse, nel 1937, ad abbandonare la lotta. Il secondo scritto è di Edgardo Sogno, chiamato a dire la sua dopo aver avuto da Romano il testo di Bonfante. Sogno distingue tra una prima parte, antifascista, e una se- conda, anticomunista, della guerra civile, non accennando minima- mente ai motivi del cambiamento (il mancato appoggio di Francia e In- ghilterra alla Repubblica, mentre gli aiuti dell'Urss consentivano ai co- munisti spagnoli di imporre la pro- pria egemonia nel campo repubbli- cano), e tace sull'esistenza di un ter- zo periodo, quello aperto dal golpe del colonnello Casado che, estro- messi i comunisti, cercò inutilmente di ottenere dal nemico la resa condi- zionata. Scrive delle "pugnalate alla schiena che i commissari di Stalin inflissero ai miliziani antifascisti, li- bertari, socialisti, anarchici, trotzki- sti, della prima eroica difesa di Ma- drid nell'estate e nell'autunno del 1936", anticipando di vari mesi una condotta che ebbe a manifestarsi so- lo dopo il maggio del 1937. Afferma che "Franco, raccogliendo i caduti di entrambe le parti e scegliendo egli stesso la sua tomba nel Valle de los Caidos aveva dato un primo se- gnale di pacificazione", quando non ci sono caduti repubblicani nella te- tra valle e non ci fu nessun gesto di pacificazione, ma di scherno, poi- ché i vinti furono costretti con il la- voro forzato a costruire il monu- mento al vincitore. Riprova che la "Conferenza episcopale spagnola vorrebbe chiedere perdono per l'appoggio dato dal clero cattolico alla causa nazionalista", ignorando che la richiesta di perdono è già sta- ta formulata nella proposizione 34 scaturita dell'Assemblea congiunta di clero e vescovi nel 1971. Attribui- sce a Franco "il capolavoro storico" di aver restaurato il regime demo- cratico avviando la transizione e scrive che non sussistono motivi per negare "il debito postumo verso di lui non solo della monarchia, ma della libertà politica e della pacifica- zione sociale", che risultano grosso- lane falsificazioni dei fatti. Se fin qui Sogno si muove sul registro declamatorio (delle proprie convinzioni) e recriminatorio (con- tro la cultura e la storiografia di sini- stra) proprio del pamphlet, che per i Ambasciatore senza storia La storiografia rivede i propri giudizi quan- do acquisisce nuove fonti e quando un diver- so presente consente di gettare luce nuova sul passato, mutandone la percezione. In questo caso il giudizio può cambiare anche in assen- za di documenti nuovi. A patto però di non ignorare quelli acquisiti, di misurarsi e supe- rare le interpretazioni precedenti. Il libretto di Romano non offre alcunché di inedito sul piano documentario, né si cimenta con il la- voro degli storici. Dà solo per scontato che il crollo dell'Urss e la fine della minaccia sovie- tica consentano di reinterpretare la guerra spagnola. Quando deve citare, stralcia le ri- ghe che gli fanno comodo dalla biografia di Franco di Paul Preston o fa riferimento ("Corriere della Sera", 6 giugno 1998) ai libri di Ludovico Garruccio (Incisa da Camerana) e Frane Barbieri. Due libri del 1968, nessuno dei due storiografico, scritti prima della mor- te di Franco, dell'apertura degli archivi spa- gnoli, della pubblicazione di decine e decine di studi minuziosi sulla repressione franchi- sta, sulla condotta spagnola durante la secon- da guerra mondiale, sulle caratteristiche del primo franchismo, del regime di Franco in generale e sulla transizione democratica del 1975-78. Romano non si misura con la storiografia sull'argomento, l'aggira. Approfitta del clima e, con fiuto, piazza il colpo. C'è chi vuol mettere sullo stesso piano i partigiani e i combattenti della Repubblica di Salò? Allora perché non anche i volontari in difesa della Repubblica spagnola e quelli che combatterono con Franco? Storiograficamen- te, dietro Romano c'è la tesi di Nolte sul nazi- smo come reazione eccessiva al bolscevismo, trapiantata e adattata al caso spagnolo. Quel- la è una operazione storiografica discutibile, questa uri opinione priva di consistenza. Che, tra l'altro, finisce per mettere Romano nella bizzarra situazione di difensore degli anarchi- ci e dei trotzkisti che la rivoluzione la voleva- no fare davvero e che proprio per questo ven- nero soppressi; in compagnia dell'Italia catto- lica più retriva che nel regime spagnolo vide in alcune sue componenti il male minore, in altre un modello diStato cattolico. Sul regime franchista Romano è reiterata- mente evasivo. Riconosce la sua brutalità, ma sembra ignorarne proporzioni e conse- guenze. Così le sue disinvolte opinioni sul franchismo risultano ingiuriose e irrisorie per i milioni di spagnoli che si batterono a caro prezzo contro la dittatura, che subiro- no fucilazioni, prigionia, torture, lavori for- zati, repressione costante, esilio ed epura- zioni. L a questi che Romano dovrebbe spiegare che il franchismo reale fu comun- que meglio di un regime comunista del tut- to ipotetico. In particolare, dovrebbe poi andarlo a spiegare a catalani e baschi, a co- minciare da Jordi Pujol, che nelle carceri franchiste c'è stato. Alcuni hanno attribuito al libretto di Ro- mano il merito di aver messo in discussione i miti costruiti dalla sinistra sulla guerra civile spagnola. E vero che su quest'ultima aleggia- no da decenni ricostruzioni ideologiche evo- cative e militanti. Ma accanto al mito comu- nista, che fa della guerra civile solo una batta- glia democratica antifascista, dimenticando le repressioni a sinistra e la progressiva egemo- nìa dell'Ebro perché un intervento, ancora della madre, lo fece rimane- re nelle retrovie, dove comunque trovò modo di farsi notare. Una pri- ma volta abbandonando il posto che gli era stato assegnato (per il ca- sino? no, questa volta per visitare un castello) e per essersi fatto inflig- gere venti giorni di arresti di rigore; una seconda volta per l'inchiesta che condusse su un omicidio perpe- trato nell'accampamento (la vittima era il barboncino del veterinario) e per la pena inflitta al colpevole: "dieci robuste scudisciate in faccia, di quelle che lasciano il segno per un pezzo". Se questa è la guerra ci- vile di Sogno, non stupisce la so- stanziale differenza, di intensità nel coinvolgimento morale, politico ed emotivo, che lo stesso Sogno rico- nosce "a tutto vantaggio di quei combattenti volontari spagnoli e stranieri della prima ora, della pri- ma battaglia di Madrid, cui Bonfan- te appartiene". mento delle purghe staliniane, "il luogo in cui il comunismo sovietico continuava la sistematica liquida- zione dei suoi nemici tradizionali: gli anarchici e i socialdemocratici", confondendo la politica del social- fascismo e quella dei fronti popolari inaugurata con la svolta del VII Congresso dell'Internazionale co- munista. Afferma che se la Repub- blica avesse vinto sarebbe stata la prima democrazia popolare d'Eu- ropa, dimenticando che fu la solle- vazione militare a portare Stalin nella penisola iberica e anticipando di un decennio soluzioni che solo l'aggressione hitleriana all'Urss e la seconda guerra mondiale resero possibili nell'Est europeo. Si chiede infine se il regime in- staurato da Franco sia stato un regi- me fascista. Il suo discorso rischia però di risultare inutile. Vuol dire che la sinistra (non i comunisti) per ragioni politiche ha ecceduto nell'appioppare l'etichetta di fasci- non era in condizione di entrare in conflitto; 2) che Franco in alcune occasioni tentò di scendere in cam- po, ma che la sua offerta venne re- spinta perché considerata troppo esosa dai tedeschi in materia di compensi; 3) che Franco fu dappri- ma "non belligerante" e solo in un secondo momento "neutrale", e che offrì aiuti preziosi all'Asse du- rante il conflitto; 4) che la neutralità come scelta fu uno dei risultati della riscrittura franchista della storia e uno dei cavalli di battaglia della propaganda del regime? Vuol dare un giudizio etico e dire che, da que- sto punto di vista il franchismo è stato meglio del fascismo? Sbaglia, perché almeno fino al 1945 fu più crudele, violento e coercitivo. Più cauto di Sogno, che spaccia la scelta del successore (opera di Franco) con la transizione (risultato del compromesso tra l'opposizione antifranchista e i settori aperturisti del regime), Romano conclude os- SETTEMBRE 1998 m^ede Cr'VCcX, - oÓ/^-ltf del N. 8, PAG. 8 servando che nell'ultima fase della vita di Franco e dopo la sua morte si constatò "che la Spagna aveva con- servato, a dispetto della dittatura, le energie e le virtù necessarie per il suo futuro politico ed economico". No, le virtù e le energie necessarie al futuro democratico del paese non vennero conservate dalla Spa- gna, ma tenute vive dall'opposizio- ne antifranchista. Sul piano dello sviluppo capitalistico, invece, non si possono eludere i forti elementi di continuità esistenti tra gli anni della democrazia e quelli preceden- ti. Insomma: Romano fa confusione anche nell'inciso, "a dispetto della dittatura", più avverso al franchi- smo del suo breve testo. Déjà vu "Non c'è dialogo, da parte dei liberali, con Franco: anche se il regime di Franco, quantunque molto lontano dalla democra- zia, non è e non è mai stato tota- litario, e può essere definito 'fa- scista' soltanto usando impro- priamente la parola; e anche se la Spagna non ha mai costituito, e non potrebbe costituire, una seria minaccia alla sicurezza dell'America o del mondo. Ma Franco è un uomo di destra, e deve scontare i suoi peccati di uomo di destra per decenni do- po la fine delle sue guerre". (James Burnham, Il suicidio dell'Occidente, Le Edizioni del Borghese, 1965, pp. 233-34) Carla Forti Il caso Pardo Roques. Un eccidio del 1944 tra memoria e oblio pp. 285, Lit 25.000 Einaudi, Torino 1998 Il mattino del 1° agosto 1944, in- torno alle dieci, alcuni soldati tede- schi entrarono nella ricca dimora del sessantottenne Giuseppe Pardo Roques, presidente della Comunità ebraica pisana, in via Sant'Andrea 22. Ne uscirono nel primo pomerig- gio, dopo aver trucidato le dodici persone che si trovavano in casa al momento dell'irruzione. A più di cin- quantanni di distanza, "cercando tra le carte un pezzetto di verità" da affiancare o contrapporre alla non- verità giudiziaria che concluse, a suo tempo, indagini decisamente insoddisfacenti, Carla Forti tenta una minuziosa e metodica scompo- sizione di questo indiscriminato massacro, all'origine del quale so- spetta vi fosse non tanto (o non so- lo) un feroce antisemitismo, quanto una generica volontà dì rapina e un disperato desiderio di non lasciare testimoni. Chiarito con precisione il contesto storico della vicenda, la studiosa da un lato ricostruisce l'iter giudiziario di quello che sarebbe di- ventato il "caso Parnàs", rivelando- ne omissioni, forzature e inesattez- ze, dall'altra rintraccia e confronta testimonianze orali e fonti d'archivio mai consultate prima, per interro- garsi, infine, sui dettagli delle varie deposizioni, nel tentativo di dare forma verbale chiara e distinta a quella "costellazione mitologica" emersa, negli anni, intorno alla stra- ge, e fatta di supposizioni, mezze voci, allusioni, leggende, affabula- zioni e silenzi che si ha l'impressio- ne corrano tuttora il rischio di estin- guersi senza aver sprigionato com- piutamente il proprio significato. Irene Amodei