SETTEMBRE 1997 Idei libri del mese| N. 8, PAG. 29 toctoni indiani in Canada o dalle minoranze islamiche in India di mantenere i propri "statuti famigliari", cioè un diritto di famiglia che conferma una decisa subordinazione femminile: né gli schiavi americani, né le donne nella versione indiana della sharia erano e sono privi di qualunque diritto, ma non sono propriamente individui, né cittadini completi in termini giuridici. E proprio alla neutralità degli individui che Calhoun non crede: non pensa che si possano mischiare tutti i gruppi e tutte le persone nello stesso calderone della rappresentanza democratica, come se fossero equivalenti, intercambiabili. Questo principio della "irriducibilità" della diversità avvicina Calhoun a un altro importante filone comunitario contemporaneo, quello del femminismo della differenza. La rivendicazione di rappresentanza "sessuata", cioè di una quota di posti riservati alle donne in tutti gli organismi, in modo che la diversità femminile possa essere ovunque presente ha gli stessi fondamenti logici ed etici della richiesta di concurrent majority mossa da Calhoun. Egli chiedeva una "maggioranza composita" formata da due componenti coesistenti, una costituita dalla rappresentanza degli Stati del Nord e una costituita da quella degli Stati del Sud; arrivava persino a proporre un presidente degli Stati Uniti per ciascuna componente, con un'equa ripartizione delle competenze. Le sue pretese appaiono - se confrontate con istituzioni contemporanee -tutt'altro che assurde. Il potere decisionale che l'Unione europea, anche dopo l'Atto unico e il trattato di Maastricht, assegna al Consiglio dei ministri è ancora cruciale. In es-. so tutti gli Stati membri hanno un rappresentante ciascuno (anche se i voti dei singoli Stati hanno peso diverso); per gran parte dei settori si deve decidere all'unanimità; e anche per alcune materie in cui è consentito il voto a maggioranza qualificata (almeno 10 Stati e almeno 62 voti) si riscontra di fatto una bassissima presenza di voti contrari o di astensioni. Questa procedura consensuale è destinata a cambiare con l'allargamento dell'Unione, ma non sappiamo quando né quanto. Allo stesso modo il principio di "nullificazione", e cioè la pretesa di Calhoun che uno Stato possa rifiutare l'applicazione di leggi federali ritenute fortemente nocive, ricorda il diritto di veto e la possibilità di opting out che possono esercitare gli Stati membri dell'Unione nei confronti di decisioni comunitarie sgradite. Calhoun, dunque, proietta a livello collettivo e territoriale quei diritti che i libertari avevano già pensato per gli individui: la resistenza al sopruso che può arrivare fino al tirannicidio, la disobbedienza civile che si manifesta nel rifiuto di osservare la legge. In un momento in cui i diritti degli individui vengono sfidati dai group rights, cioè dai diritti delle comunità, quando si mette in questione il principio di "indifferenza del diritto" e si richiede alle leggi di plasmarsi sulle tradizioni e le specificità delle minoranze, il pensiero e le soluzioni istituzionali di Calhoun appaiono incredibilmente attuali, postmoderni perché in buona misura premoderni. Matteotti. La pista affaristica di Nicola Tranfaglia Mauro Canali, Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 620, Lit 50.000. Da quando la maggior parte dei nostri quotidiani ha deciso, per dare largo, eccessivo spazio agli scandali della -politica italiana, o della cronaca, di dedicare sempre minor poufficio stampa e braccio destro di Mussolini nei primi due anni di governo fascista. Canali si è ora ripromesso di seguire fino in fondo la pista "affaristica" che i giornali inglesi avevano sottolineato all'indomani del delitto Matteotti, il 10 giugno del 1924. Come qualcuno ricorderà, dopo due anni di crisi politica che aveva messo in discussione la stessa so- decisiva importanza per l'evoluzione della crisi politica italiana. L'autore ha potuto vedere alla London School of Economics gli atti istruttori del primo procedimento giudiziario e utilizzare interrogatori e testimonianze, poi accantonate dai giudici del processo di Chieti. Inoltre ha condotto una minuziosa ricerca archivistica sia in fondi inglesi e americani, sia ebraica del movimento socialista. Il tema del primo saggio, inedito, sull'idéologue Dau-nou, fornisce invece all'autrice l'occasione per trattare del delicato problema dell'eredità settecentesca, illuministica e razionalista in relazione all'atteggiamento verso la storia e le discipline storiche maturato nell'ambito della cultura romantica e rispetto all'impulso cruciale che quest'ultima impresse al cammino teso a conferire uno statuto autonomo alla conoscenza storica. Interessante anche lo scritto dedicato all'illustrazione della "rivoluzione epistemologica" compiuta nello studio e nella scrittura della storia da parte della generazione cosiddetta "liberale" o "romantica" fiorita negli anni venti-trenta. Esso anzi ben si presta a riassumere i motivi che fanno di questo torno di anni uno snodo cruciale della storia della cultura europea e per il quale l'autrice propone anche un evento e una data d'importanza particolare: l'apparizione delle Lettres sur l'histoire de France di Augustin Thierry tra il luglio e l'ottobre 1820. Con queste si apre la grande stagione proseguita con l'apparizione di opere di Sismondi, Guizot, Thiers, Mi-gnet, Barante, e poi di Michelet, Tocqueville e Quinet, testimonianza di come esigenze politiche in un modo o nell'altro legate alla recente esperienza rivoluzionaria avessero fecondato di fresche energie e di interrogativi nuovi il lavoro degli storici, suggerendo una nuova lettura della storia nazionale sorretta dalla consapevolezza della contemporaneità della storia e quindi da un vigoroso senso di relativismo storico, o storicismo. Una "rivoluzione", dunque, che non dipende tanto da nuove acquisizioni documentarie o da un rinnovato rapporto con l'erudizione, ma che sopraggiunge sia sul piano delle modalità della scrittura storica, ritrovando il senso della narrazione lungo la strada che attraverso il romanzo storico conduce alla storia-resurrezione di Michelet, sia su quello della concezione generale delle forze motrici del processo storico. Sarà però qui da proporre per una riflessione ulteriore la tesi avanzata da Regina Pozzi che sostanza di tale rivoluzione storiografica sia stata un'inedita attenzione per la storia della società, delle condizioni materiali dell'uomo e dei pòpoli, elemento che l'autrice indica come distintivo rispetto a una storiografia dei Lumi ancora vincolata all'idea del primato delle istituzioni politiche e del ruolo demiurgico del legislatore: visione, quest'ultima, che forse rende giustizia solo a un aspetto della storiografia voltairiana, humiana, scozzese in generale, ma anche tedesca, e che forse potrebbe rinunciare all'esclusione in termini generali dell'eredità illuministica da una (eventualmente plausibile) ricostruzione genealogica dell'"histoire totale". Che, d'altra parte, quello del rapporto tra cultura storica dell'illuminismo e del romanticismo sia un problema non risolvibile con una formula semplicistica è esattamente ciò che Regina Pozzi dimostra nel saggio su Daunou. Questa figura di politico e storico di formazione idéologique emerge come simbolo delle discontinuità (l'eredità del sensismo e del razionalismo in politica e in storiografia tende ad affievolirsi in un'epoca in cui contano spirito, mentalità, sentimento, passione) e a un tempo delle continuità politiche (uguaglianza dei diritti, libertà politica "moderna"), ma anche storiografiche (ambizione per una storia "scientifica", positiva, empirica, e valorizzazione di discipline ausiliarie come la geografia e l'economia) che corrono tra le due età separate dalla sconvolgente esperienza della Rivoluzione. attenzione alle novità culturali (non a quelle effimere dello spettacolo che al contrario ne hanno ottenuto di più), è capitato sempre più spesso che di ricerche storiche di qualche rilievo non si parli affatto al pubblico più ampio. E questo, per chi considera la nostra storia del Novecento un utile terreno di confronto e di analisi anche sul presente, è sicuramente un fatto negativo. Ma non c'è nulla di peggio, ai giorni nostri, di quei giornalisti che decidono per i loro lettori, seguendo le mode del momento, senza una seria verifica di quel che davvero interessa. Pensavo a queste cose leggendo l'ultimo libro di Mauro Canali, già autore di due interessanti ricerche sul dissidentismo fascista (Il dissi-dentismo fascista. Pisa e il caso Santini 1923-1925, Bonacci, 1983) e su Cesare Rossi (Cesare Rossi. Da rivoluzionario a eminenza grigia del fascismo, Il Mulino, 1991), il ca- prawivenza del primo governo Mussolini, s'era celebrato a Chieti un processo assai poco attendibile e condizionato dal nuovo clima politico seguito al discorso del 3 gennaio 1925 e all'ondata di leggi fasciste e fascistissime che avevano instaurato la dittatura. In quel processo, durato dal 10 al 24 marzo del 1926, la giuria e i giudici abruzzesi avevano escluso che si fosse trattato di omicidio volontario e concesso le circostanze attenuanti agli squadristi Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Màlacria e Amleto Poveromo, imputati del delitto. Una condanna di poco superiore ai cinque anni venne comminata agli imputati e subito dopo ben quattro anni furono condonati per amnistia. Una burla, insomma, che salvava forse la faccia. Il processo si era di fatto concluso con una vera e propria assoluzione dei responsabili di un feroce omicidio politico di presso l'Archivio Centrale dello Stato, in modo da dar corpo all'ipotesi centrale che si sostiene nel libro. Fu Mussolini - sostiene Canali -a ordinare l'assassinio di Matteotti (come Salvemini e molti altri storici antifascisti avevano sostenuto sia negli anni immediatamente successivi che dopo la seconda guerra mondiale, con l'unica eccezione di Renzo De Felice, che alla colpevolezza del dittatore non volle mai credere), ma lo fece anche o soprattutto per soffocare uno scandalo legato alla convenzione tra l'americana Sinclair Oil e il governo italiano, attorno al quale si aggregavano forti interessi che si traducevano nella capacità di corrompere una fetta assai vasta dell'entourage mussoliniano, incluso il fratello del dittatore, Arnaldo Mussolini. Matteotti, grazie alle sue conoscenze e competenze economiche, anche a livello internazionale, era venuto a conoscenza dell'affare e si preparava, già prima delle elezioni del 30 maggio 1924,"a denunciare quella sorta di Tangentopoli, in parlamento come sulla stampa italiana ed estera. Di fronte a questo pericolo, Mussolini decise di agire e di mascherare il delitto affidando l'impresa a un gruppo di squadristi estremisti all'indomani del discorso di opposizione del deputato socialista, in modo che l'opinione pubblica non potesse collegare l'omicidio agli affari e alle tangenti del gruppo dirigente fascista e pensasse invece a un gesto estremistico che usciva dall'orbita della linea politica del nuovo presidente del Consiglio. Se le cose non andarono così, fu perché l'assassinio di quello che era diventato il più vigoroso ed efficace oppositore del fascismo suscitò una straordinaria emozione tra gli italiani, e solo per questo mise in pericolo la leadership musso-liniana. Tornando alla ricerca di Canali, si può dire che si tratta di un lavoro solido e di notevole interesse, anche se resta difficile dire fino a che punto le ragioni politiche per eliminare Matteotti siano state più o meno importanti di quelle legate all'affare Sinclair, giacché, se il libro ha un difetto, è appunto quello di concentrarsi a tal punto sulla pista affaristica da non dare lo spazio necessario a quelle altre ragioni, all'atmosfera che si era determinata nel paese dopo le elezioni del 30 maggio, caratterizzate dalla violenza e dalla sopraffazione fascista, e quindi di non cogliere, né far cogliere ai lettori, il contesto entro il quale i fatti si svolsero in quella drammatica estate del 1924. Ma la sopravvalutazione, o meglio l'esclusività, della prospettiva affaristica adottata da Canali è quella che consente all'autore di dedicare molte pagine del suo libro a una vera e propria requisitoria contro la storiografia "di sinistra" dell'Italia repubblicana che non avrebbe, a suo avviso, dedicato l'attenzione necessaria all'intreccio tra politica e affari, preferendo far coincidere con l'assassinio del deputato socialista la storia dell'antifascismo, dando a quel delitto un significato essenzialmente politico. Ebbene, se si legge il volume di Canali, e quasi contestualmente il lungo saggio che Salvemini dedicò al delitto Matteotti, si ha il quadro preciso di quel che manca proprio alla ricerca dello storico, allievo di Renzo De Felice, e che invece a noi pare necessario per comprendere la crisi del fascismo in quei mesi del 1924 e la svolta dittatoriale che ne derivò. C'è, insomma, un eccesso polemico nel libro di Canali, che non infirma in nessun modo l'utilità e la novità della ricerca, ma che non persuade, giacché sembra ipotizzare che fu l'intreccio tra politica e affari e non la.tendenza liberticida e dittatoriale a caratterizzare quel momento della storia italiana, quando, invece, la lettura di quegli anni, se non si resta imprigionati dal giallo e dal mistero del delitto, mostra proprio il contrario. Se Mussolini superò la crisi e instaurò una dittatura ventennale fu proprio perché le forze dominanti della società italiana lo sostennero, malgrado il delitto, ed è questo il centro, mi pare, del problema storico che abbiamo di fronte.