[INDICE HH^HB^HBIB ■■dei libri del mese^hi SETTEMBRE 1997 N. 8, PAG. 20 Bangladesh, Polinesia, New York, Spagna e Germania Rabrindanath Tagore, Kotha o Kahini (Parole e Storie), Book, Bologna 1997, ed. orig. 1900, trad. dal bengali di Marino Rigon, pp. 146, Lit 15.000. I due libri di versi che Tagore (1861-1941) volle unire in un'unica pubblicazione vengono qui presentati da colui che è ormai divenuto per così dire il traduttore ufficiale del poeta, narratore e drammaturgo bengalese, Marino Rigon, missionario save-riano nel Bangladesh, dedito anche a mantenere viva la tradizione letteraria di quel paese. Per queste stesse edizioni Rigon ha curato le traduzioni di altri scritti di Tagore: Kori o Komol (Duro e tenero), Shemoli (Morettina), Rogsoggiae (Sul letto della malattia) e Kolpona (Fantasia). Le poesie contenute in questo volume sono in realtà microstorie in versi, dialoghi drammatici, parabole esemplari che, nella dovizia di particolari raffiguranti un Oriente mai esotico, ricco però nella sua povertà, celano graffiarti distici di saggezza, piccoli esempi di umanità, ironici capovolgimenti di situazione. E così il Re diviene mendicante e il mendico Re, il dono più grande risulta essere quello più umile, mentre il potere e le ricchezze vengono considerati beni effimeri se paragonati all'elevazione spirituale. I versi narrano anche di cerimonie festose, come il Gioco di Hori, non necessariamente a lieto fine: "Ad ogni battuta di passo le vestaglie/girano in alto, le sciarpe / volano al vento del sud. Sui vassoi della mano destra/sta il colore vermiglio (...) // Incomincia la follia dello Hori, vola per l'aria polvere rossa, / nell'atmosfera il rosso di sera / e i fiori del giardino / presero un colore nuovo: cadde polvere rossa ai piedi delle piante (...) // i gioielli oscillano alle orecchie, / nelle mani ruvide collane d'oro grosse. Con in mano alle donzelle vassoi di vermiglio / in quel momento la regina entra in giardino (...)//Cento eroi circondarono i patani / come quando dai fiori escono cento serpi (...) //1 patani non tornarono più per la via / per la quale erano venuti". Le tradizioni religiose, hindu e sikh, favole mitologiche, gesti rituali e tradizioni cultuali vengono qui tenuti insieme da un messaggio dal sapore politico di giustizia, lealtà e tolleranza. Carmen Concilio Candia McWilliam, Terra di confine, Bollati Boringhieri, Torino 1997, ed. orig. 1995, trad. dall'inglese di Ilaria Dagnini Brey, pp. 236, Lit 35.000. La barca a vela Spirito Ardente fa rotta da Tahiti verso la Nuova Zelanda in un Pacifico che non è solo oceano, miracolo di vento e di acqua, ma soprattutto pagine ondulate che si fanno sempre più fitte col passare del tempo. Il capitano Cook, Melville, Coleridge. L'ampia superficie marina, affollata da isole letterarie, non offre più ai navigatori quel fascino degli spazi vuoti che abbagliava gli scrittori del passato. È dai loro "scritti di mare" che i personaggi a bordo della barca hanno appreso i termini nautici, precisa il narratore, ed è proprio una citazione dai Canti di Viaggio di Robert Louis Stevenson ad aprire Terra di confine, terzo romanzo della scrittrice scozzese Candia McWilliam. In contrapposizione agli spazi immensi in cui si muovono, per i sei personaggi la barca è un microcosmo angusto, claustrofobico, da cui tentano di evadere attraverso flussi di coscienza che rievocano la loro infanzia e li isolano in una solitudine che pare renderli immobili. In una continua oscillazione tra passato e presente due luoghi, due terre di confine si alternano, si sovrappongono: Glasgow, Edimburgo, le Ebridi e le isole polinesiane, il mare aperto. Soltanto alla fine del viaggio, nel tratto più ampio di oceano, questa atmosfera di paralisi costruita con una prosa anche troppo sontuosa viene spezzata dallo scoppiare di una tem- pagina dopo pagina, per venire poi finalmente chiarito. Un'iterazione altamente significativa, ma non l'unica, giacché tutto il racconto si dipana tra scarti temporali e continue ripetizioni (di frasi, di pensieri, di episodi), per costruire il composito quadro di un momento fondamentale nella vita di un novello sposo trentaquattrenne. Questi, il cui nome-Juan-viene reso noto solo verso la fine del romanzo, di professione traduttore e interprete, è cinico e disorientato, e pervaso da oscuri timori e da premonizioni nefaste. Il titolo, Un cuore così bianco, citazione dal Macbeth di Shakespeare, offre una chiave di lettura dei rapporti Walter Mosley, La musica del diavolo, Marcos y Marcos, Milano 1997, ed. orig. 1995, trad. dall'inglese di Fabrizio Caròla, pp. 239, Lit22.000. La musica del diavolo è una melodia triste, dalle note lunghe, "un vecchio stile bastardo", di quelli suonati in locali dove il fumo si avvolge in pigre volute azzurre intorno alle lampade, proprio come le storie che s'intrecciano qui. Quella del vecchio signor Wise (letteralmente "saggio"), soprannominato Soupspoon, vale a dire "cucchiaio da minestra", perché aveva imparato a tenere il ritmo suo- pesta. "Adesso la barca e il mare erano i confini del mondo a loro disposizione. Se succedeva qualcosa, non vi sarebbe stato più alcun mondo". Silvia Maglioni Javier Marias, Un cuore così bianco, Donzelli, Roma 1996, ed. orig. 1992, trad. dallo spagnolo di Bianca Lazzaro, pp. 287, Lit 30.000. È memorabile incipit dell'ultimo romanzo di Javier Marias: "Non ho voluto sapere, ma ho saputo...", che contiene un mistero da rivelare, il fatto, destinato a ritornare ciclicamente, Dennis Cooper, Ziggy, Tropea, Milano 1997, ed. orig. 1994, trad. dall'americano di Alessandro Golinelli, pp. 185, Lit 18.000. Dennis Cooper, Frisk, Einaudi, Torino 1997, ed. orig. 1991, trad. dall'americano di Giovanna Granato, pp. 157, Lit 13.000. In una voragine di rumore bianco, video e riviste porno, rock "no wave", nel tremolio incessante della Tv, l'orrore, la banalità ma anche la bellezza della vita quotidiana, le voci incerte e balbettanti dei personaggi di Dennis Cooper, il nuovo enfant terrible della letteratura americana, cercano di emergere, di delineare un proprio tracciato. Ziggy, come suggerisce il nome, è una specie di essere alieno. Bello e androgino porta dentro di sé ricordi piatti e scoloriti come vecchie foto polaroid degli abusi orribili subiti dai padri adottivi gay, dal sadico Brice e da Roger, narcisistico critico di musica rock. Questo terzo romanzo di Cooper è una specie di mappa dei vari tentativi del protagonista (il titolo originale in inglese è Try) di fuggire da una vita di abiezioni lega- interpersonali che l'io narrante stabilisce con gli altri personaggi: dalla complicità, dall'essere partecipi di un segreto, all'innocenza, al non voler sapere. E come quest'ultima possibilità (o il silenzio, il mantenimento del segreto) implica un rifiuto del raccontare e dell'ascoltare - giacché per il protagonista narrare equivale a snaturare e falsificare, a trasformare in simbolo la realtà - così il suo contrario, l'essere a conoscenza (o l'indagine, o la verbalizzazione prima negata) acquisterà via via preponderanza, per diventare assunzione di responsabilità, crescita, maturità. Un romanzo chiave nella produzione del giovane spagnolo, con qualche goffaggine nella traduzione italiana. Daniela Capra Amori e massacri di Graeme Thomson ta al suo passato: la rivista che produce per le vittime di abusi sessuali, il rapporto con una ragazza coetanea e soprattutto l'amore non corrisposto che prova per lo scrittore tossicodipendente Calhoun. L'amicizia che cresce tra loro offre forse una piccola finestra di speranza in un mondo in cui la degradazione è diventata un semplice passatempo. La bravura di Cooper sta nel presentare questo mondo sotterraneo come qualcosa di quotidiano evitando il sensazionalismo isterico alla Brett Easton Ellis - come nel caso della figura mostruosa del pedofilo zio Ken che, mentre sta girando un video con un ragazzo prostitute per un amico necrofilo, lo uccide per caso. Con uno stile simile allo zapping, Cooper torna spesso alla scena di questo uomo nella stanza da nando con i cucchiai contro le assi di legno, giù nel Sud, con il suo cancro all'anca e lo sfratto da casa che vogliono ucciderlo prima del tempo; e quella di Kiki, la rabbiosa ragazza dai capelli rossi che è stata accoltellata per le strade di New York, ma non esita ad accogliere in casa il vecchio, proprio lei che ha un'infanzia da dimenticare con il whiskey, un padre da reinventare tirando schiaffi come fossero baci. Una storia di blues, insomma. New York è una città dura, i vecchi malati finiscono per diventare accattoni, i giovani per quanto inseriti rischiano la vita, ma c'è umanità. Kiki è disposta a fare carte false per accudire il vecchio Spoon, adottandolo come padre, falsificando polizze assicurative per le letto che cerca di riportare in vita il corpo del ragazzo disteso accanto a luì riavvolgendo ossessivamente la videocassetta. A questa forma di eterno ritomo fa da contrappunto l'impossibilità della relazione tra Ziggy e l'eterosessuale Calhoun, che permette loro di evitare la ripetizione sterile della pornografia. Ciò che si ripete qui invece sono le prove, la vita come esperimento sempre aperto. Un altro tipo di esperimento domina l'azione di Frisk, secondo romanzo di Cooper, dove alcune foto snuff del corpo smembrato di un ragazzo diventano l'ispirazione per le fantasie terribili del narratore Dennis. Immagini di massacri alla Jef-frey Dahmer si trasformano in una specie di arte concettuale del corpo pericolosamente vicina alla psicosi in cui realtà e allucinazione si confondono. L'immagine centrale dell'ossessione di Dennis è l'ano, quello solare di Georges Bataille indubbiamente, fonte di mistero e di morte, ma in confronto al romanzo di Cooper la Storia dell'occhio sembra una scena de La casa nella prateria. sue cure mediche; ma Kiki è pronta anche a uccidere l'uomo dei suoi incubi infantili, il ragazzo che l'ha accoltellata, il maniaco che lavora nell'ufficio accanto al suo. Kiki beve molto e dice parolacce, ha solo amici neri; come Spoon, anche lei viene dal Sud. E la vita di New York con il suo traffico concitato e i rumori delle strade è il contrappunto a quel lontano Sud delle piantagioni di cotone. Il Sud delle languide canzoni che Spoon vuole suonare ancora una volta prima di morire e delle storie pazzesche di amori travolgenti e risse a non finire che vuole raccontare perché siano pubblicate. Storie di quando era giovane, di quando suonare era proibito, di come aveva imparato la musica del diavolo dal diavolo in persona. La storia di un blues-man, insomma. Dolce e disperata, blu come la tristezza. (c.c.) Doris Dùrrie, Ma io sono bella?, La Tartaruga, Milano 1997, ed. orig. 1994, trad. dal tedesco di Barbara Griffini, pp. 154, Lit 26.000. Sono storie di donne, fra i venti e i quarant'anni, diverse per estrazione sociale, professione e colore di pelle, accomunate tuttavia da un sottile malessere, che rende problematico il loro rapporto con mariti, sconosciuti, amanti occasionali, figli. Mogli frustrate, madri oppresse dall'impegno rappresentato dai figli (sentiti talvolta come qualcosa che sottrae loro il tempo personale, di donna), ma anche donne che, per colmare il vuoto insopportabile della mancanza di un figlio, inghiot-tono fino a tre barattoli di miele al giorno. Donne spesso "arrivate" nella professione e nella vita sociale, ma tutte con una sottile fragilità di fondo, tutte alla ricerca o in attesa di qualcosa che manca (e spesso sembra essere la sicurezza, la tenerezza, il sentirsi amato davvero). Di qui, i terribilmente attuali disordini alimentari e l'ossessione per il peso, di quante calorie apporti una fetta biscottata o di quante se ne consumino facendo l'amore... Teatro di queste storie sorprendentemente reali è la Germania contemporanea, stigmatizzata con ironia nelle manie e nei costumi più recenti, come il cibo biologico, le sedute di psicoterapia contro qualunque disagio (meglio se svolte in un'oleografica Toscana), gli uomini biondi e rotondi, a bordo dell'immancabile Bmw, incapaci tuttavia di comprendere che vi è una motivazione più profonda della vanità femminile dietro alla domanda del titolo. Il tutto, narrato attraverso una scrittura pungente, mediante un uso sapiente del dettaglio - preciso e immediato, in grado di fotografare in pochi tratti ambienti e situazioni -, tecnica stilistica derivata indubbiamente dall'esperienza cinematografica dell'autrice. Il risultato è una brillante commedia dai toni dolce-amari, sospesa a metà, fra comicità e amarezza. Un libro intelligente, per sorridere delle nostre nevrosi, ma anche con una certa indulgenza - perché non c'è donna che, almeno una volta, non si sia domandata: ma io sono bella...? Simona Morej