N. 5 6 L Narratori italiani Montmartre, febbraio 1899 Il nano perseguitato di Mariolina Bertini Alessandro Barbero L'ULTIMO ROSA DILAUTREC pp. 232, Lit 29.000, Mondadori, Milano 2001 Annota nel suo diario Ed-mond de Goncourt il 20 aprile 1896: "Esposizione da Jouault di litografie di Tou-louse-Lautrec, un omiciattolo ridicolo, la cui deformazione caricaturale sembra riflettersi in ciascuno dei suoi disegni". L'occhio del romanziere preferisce evidentemente soffermarsi sui pastelli eleganti di Eugène Carrière o sui ritratti nevrosés di Jacques-Émile Bianche piuttosto che sulle immagini sguaiate, spudorate, offensive del pittore del Moulin Rouge. Non siamo di fronte a una semplice scelta di gusto, al soprassalto tutto soggettivo del raffinato collezionista di Hokusai davanti a un'arte volutamente brutale: il rifiuto istintivo di Edmond de Goncourt esprime l'atteggiamento di una Francia aristocratica e tradizionalista che teme l'irruzione alla luce del sole del mondo sotterraneo della prostituzione, non studiato scientificamente secondo l'ottica impersonale del romanzo naturalista, ma liberato in tutta la sua aggressiva e seducente volgarità, deforme e irresistibile, travolgente e mostruoso. Il vero centro del romanzo che Alessandro Barbero ha dedicato a un frammento degli ultimi anni di Toulouse-Lautrec (qualche giorno del febbraio 1899) mi sembra proprio questo: lo scontro tra un'arte che in quel mondo della prostituzione si è immersa sino in fondo, senza temere di contaminarsi, e la società dei benpensanti che lo frequenta con ipocrita discrezione, chiedendogli a poco prezzo la realizzazione dei suoi fantasmi più ignobili. È proprio questo scontro che innerva e unifica gli episodi molteplici del romanzo di Barbero assumendo, come in un labirinto di specchi, molte forme differenti. Nel corso di una crisi di delirium tremens, Lautrec si abbatte sul selciato di Montmar-tre; è soccorso da Yvonne, una ballerinetta cenciosa dai capelli rossi che prova per lui una pietà sincera, anche se non del tutto disinteressata, come è ben verosimile nelle sue miserabili condizioni. Trasportato in un bordello delle vicinanze, dove ha già vissuto come pensionante apprezzato per le sue prodigalità, ma anche temuto per le sue crisi allucinatorie e le sue stravaganze, il pittore si trova al centro di un grottesco balletto: dalla maitresse al medico responsabile della salute delle prostitute, dal commissario di polizia del quartiere a un cinico giornalista, i fautori dell'ordine costituito gli si affollano intorno, tutti contribuendo, chi più chi meno, a Bologna un'accelerazione sinistra del suo destino, che dopo la comparsa della gelida, aristocratica madre 10 porterà ineluttabilmente verso il manicomio. Se il coro dei benpensanti modula, in tutte le possibili varianti, l'unica nota dell'egoismo, il gruppo delle filles si presenta più differenziato: due prostitute legate da un patto d'amore, Cé-leste e Petit-Chou, sembrano contrapporre la loro passione autentica all'indifferenza che regna tra le persone "per bene", mentre Yvonne, segnata da una patologica magrezza, sa trasformare la sua fragilità in straordinaria energia al servizio della causa del nano perseguitato, ed è ricompensata, come nelle fiabe, dalla comparsa inopinata del Vero Amore, nelle vesti di un proletario muscoloso e gentile. 11 compenso concesso allo sventurato Lautrec è meno spettacolare, e si connette misteriosamente con la sua arte, che Barbero lascia, in una deliberata scelta di riservatezza, al margine e quasi all'esterno del racconto. Per un attimo, nel bordello dove è provvisoriamente ospitato, Còleste, prostituta la cui giovinezza è un lontano ricordo, gli consente di guardare per un'ultima volta il suo corpo roseo dai seni avvizziti: nel rosa di quella carne che racconta una vita di abiezione, in un precario attimo di beatitudine, il pittore contempla un frammento della realtà che ha amato, e che ha cercato di cogliere con ogni mezzo, anche a costo di autodistruggersi. v E il suo modo di conoscere un "momento d'essere" fuori dal tempo, analogo a quelle rivelazioni della memoria involontaria che incanteranno e salveranno il narratore di Alla ricerca del tempo perduto. Sullo sfondo dell' Ultimo rosa di Lautrec, però, il tempo scandito dal calendario storico non viene mai meno e l'arte non offre mai una salvezza fuori dal mondo delle contingenze: impazza l'antisemitismo, alimentato nelle sue forme più esasperate dall'affare Dreyfus; l'esercito cospira nell'ombra; nelle corsie della Salpètrière, dietro la copertura di una scienza falsamente neutrale, emarginati e prostitute fungono da cavie per esperimenti dolorosi e umilianti. Fondato su una documentazione attenta e rigorosa, questo quadro d'insieme risulta credibile, convincente, e anche accattivante negli echi della letteratura del tempo che da ogni parte lo percorrono. Il suo limite è l'implacabile volontà didattica che lo sorregge, e che a tratti si abbatte sul lettore con una pesantezza documentaria un po' punitiva; fa pensare ai fortunati ma prolissi romanzi polizieschi di Anne Perry sulla Londra vittoriana e al Giannet-tino di Collodi, infarcito di dotte quanto temute digressioni istruttive. ■ maria.bertini@unipr.it Zanichelli pubblica in volume unico il Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi (pp. 479, Lit 39.000), seconda edizione riveduta e aumentata del Ricettario in due volumi (Theoria, 1997-98). È un'uscita insolita per l'editore bolognese specializzato in formule più istituzionali. Infatti, sebbene nell'introduzione Brugnolo sostenga, e Mozzi confermi, che l'idea del libro "è nata nelle aule di scuola"; sebbene vengano ufficialmente coinvolti gli allievi delle scuole di scrittura (di Padova, Mestre, Trieste); sebbene le pagine siano tutte punteggiate da esercizi: nonostante, dunque, un'esibita dimensione didattica, questo non è manuale per lettori sprovveduti. E invece il genere di libro che meglio può essere apprezzato da chi più ne sa: conversevole e mai banale, neppure nell'eserciziario (comparto a rischio). Qualsiasi insegnante potrà pescarne spunti da utilizzare. Ma il lettore disinteressato ne seguirà soprattutto la vena pura del divertimento. Dichiarata didattica del divertimento. Esercizi che prediligono il gioco del rovescio. Descrivete un funerale dal punto di vista di un angelo. Di un fiore. Di un neonato. Libro seducente o saccente? La reazione è variabile secondo che lo si prenda come svago e viaggio (nella scrittura) oppure come una proposta, o un'implicita teoria, su quel che è la lettura (quel che è la letteratura). S'incomincia con le Scritture dell' intimità e si finisce con Giochi divertimenti passatempi. Già l'indice, scandito mediante l'elencazione e l'iterazione, è un bel testo figurato. Dentro il volume tredici sezioni analizzano e liberamente accostano circa cinquecento passi, specie dell'Otto e Novecento, ma senza esclusione di epoche. Per arrivare al cuore del problema, aggiungo che in così ricca antologia ho incontrato appena due o tre date. Una, a pagina 386, premessa a un componimento di Ro-versi: il 1963, anno del Vajont. Il referente extratestuale, "Centinaia di persone morirono", benché legato alla forma del testo (il collage giornalistico), appare quasi ingombrante. Tanto è persuasiva, e coesa, la rappresentazione che il libro dà della scrittura come universo a sé, sciolto dai vincoli sociali (dai vincoli inerenti alla qualità sociale dell'arte). Gli effetti di tale uso dell'arte sono però discutibili, ossia da discutere. Cerco di riassumerne alcuni. Spariscono certe funzioni della cultura e dell'autore (quello certificato all'anagrafe, esterno al testo) sulle quali è stato possibile elaborare una storia, anzi un'identità della letteratura. Il paradosso del ricettario è che esso mira tuttavia alla scrittura letteraria e ne presenta un eccellente florilegio, un véro "fiore" delle letterature occidentali. Sparisce la nozione dell'opera in quanto struttura da guardare nella sua compiutezza. L'impianto di analisi e retorica porta invece fatalmente a scomporre: qua un incipit, là una descrizione. Infatti il libro, che rastrella ogni sorta di forme brevi e ne spreme le germinali potenzialità, rinuncia poi a render conto delle forme complesse; non fa baluginare, all'orizzonte dello sparso sistema scrittorio, la ricchezza totale dei grandi disegni romanzeschi. Laddove l'attrito con il contesto è connaturato alla scrittura, proprio allora l'impianto mostra i suoi punti di criticità. De-contestualizzazione, de-storicizzazione. Il ricettario estremizza un nuovo profilo degli studi letterari. E ne risulta esemplare grazie alla bravura di Mozzi e Brugnolo. Giulio Mozzi è lo scrittore che conosciamo. Di Stefano Brugnolo so che a Padova è vicino a Mengaldo e che è un insegnante (in istituti tecnici e professionali e, ora, nel carcere). Intanto un altro editore bolognese, il Mulino, pubblica Gli insegnanti nella scuola che cambia, seconda indagine Iard a cura di Alessandro Cavalli. Gli insegnanti vanno spostandosi verso gli strati inferiori delle classi medie. Sono scivolati in basso nella considerazione sociale. Ma chi vuole davvero far parte delle classi medie? Meglio forse tenersi dalla parte dei giocolieri, tradizione nobile. Lidia De Federicis Storia e romanzo Sono apparsi in questi mesi non solo il Baudolino di Eco e il Lautrec di Barbero. Ecco due titoli di materia medievale. Pupi Avati, I cavalieri che fecero l'impresa, pp. 233, Lit 29.000, Mondadori, Milano 2000. Strana impresa del regista bolognese questo suo primo romanzo, dal quale subito è derivato un film. In uno scenario che s'apre attorno al 1270, sullo sfondo della settima crociata e dei funerali di Luigi IX, con la consulenza storica di Luigi Bo-neschi, e qualche vezzo gotico, vi si racconta l'avventura di cinque giovani alla ricerca della Sindone trafugata dal duca d'Atene. L'impresa riesce, ma gli eroi muoiono. Gabriella Brooke, Le parole di Bemfrieda: una cronaca degli Altavilla, pp. 460, Lit 18.000, Sel-lerio, Palermo 2001. Taglio diverso per l'esordio di Gabriella Brooke, insegnante di italianistica (Università di Wa- shington), che ha curato lei stessa l'edizione in italiano di questa cronaca immaginaria già uscita in inglese. Si tratta infatti di un romanzo puntigliosamente modellato su testi e fonti originali, corredato di cartine e cronologie, e con un vasto saggio introduttivo di Maurizio Barbato. La scena romanzesca va dal 1002 al 1062 e la materia storica riguarda l'espansione dei Normanni nel Sud d'Italia. Prevalgono però i temi femminili della cultura materiale: i corpi e i parti e le stentate emancipazioni. Due titoli settecenteschi. Mimmo Frassineti, Cronache del Basso Nilo, pp. 135, Lit 25.000, Manni, Lecce 2000. Storie antropomorfiche di ippopotami e coccodrilli alternate a vicende e intrighi nel gruppo dei personaggi illustri, più di duecento, che seguirono Napoleone nella campagna d'Egitto. A Tolone avviene l'imbarco il 19 maggio 1798; ad Abukir, in agosto, la sconfitta navale che coincide con la fine dell'avventura e del libro. Mimmo Frassineti, fotografo e giornalista di cui poco sappiamo, utilizza come in un cartoon l'artificio degli animali parlanti, mescolando esotismi e anacronismi. Laura Mancinelli, La Sacra Rappresentazione ovvero Come il forte di Exilles fu conquistato ai francesi, pp. 132, Lit 22.000, Einaudi, Torino 2001. Dura dal 1707 al 1708 l'allestimento di una Sacra Rappresentazione a Exilles, nell'alta valle di Susa non ancora così chiamata. Infine la valle avrà il nome attuale ed Exilles, con l'imprendibile forte, passerà dai francesi ai sabaudi. Laura Mancinelli, al dodicesimo romanzo einaudiano, immagina malizie senza malvagità e bonari antichi costumi, uniformi azzurre che subentrano senza strazio alle uniformi rosse. Piacerà questo libro a chi abbia conosciuto le rovine del forte di Exilles prima del restauro e ne abbia, come l'autrice, vissuto lo stato d'abbandono. Abbondante la fioritura dei romanzi ambientati nell'ultimo secolo. Vanni Ronsisvalle, Un amore di Gide. Intrighi e crimini a Taormina, pp. 143, Lit 20.000, Ara-gno, Torino 2000. Il vecchio Gide s'innamora di un bel giovane semplice. Ma è un amore sfortunato. Il giovane