L'INDICE ■■dei libri delmese^I da BERLINO Carmen La Sorella Se la saggistica è in parte in mano tedesca (al primo posto ormai da mesi Haffner, ma al secondo già l'americano Finkelstein, seguito più avanti da Armstrong e i Beatles), la narrativa è ormai terra conquistata dagli stranieri. Si perde il conto delle settimane e dei mesi se ci si chiede da quanto la serie di Harry Potter occupi i primi posti della classifica. Eppure qualcuno è riuscito a strappare alla Rowling il primo posto in Germania, Henning Mankell, autore del-l'Uomo che sorrideva. Mankell è svedese - l'eccezione che conferma la regola: la narrativa tedesca premia il genere da tradizione e da villaggio globale, il bestseller, americano per antonomasia, più raramente d'altri paesi. Così la Rowling - successo editoriale anomalo, che ha scoperto una nuova nicchia di lettori - è seguita a ruota dai più classici John Grisham e Minette Walters, fino alle pagine rosa di Rosamunde Pilcher e ai gialli con sfondo veneziano della notissima Donna Leon. Anche le prime pagine delle rubriche letterarie non sembrano smentire la tendenza: "È uno degli scrittori più significativi del nostro tempo" scrive la "Zeit" parlando del grande (americano) Don De Lillo, mentre l'ex-awoca-to Louis Begley (americano naturalizzato) aprirà a marzo la fiera del libro a Lipsia. Da qui a The Constant Gardener di John le Carré il passo è breve. Il nome è già una garanzia per il mercato editoriale: ogni suo libro ha un pubblico assicurato, uno su due ispira un film. Che poi l'ex professore di Eton abbia studiato letteratura tedesca in Svizzera e sia anche stato diplomatico britannico in Germania non può che giovare (è già disponibile un Cd del romanzo, in cui il primo capitolo è letto, in tedesco, da Le Carré stesso). L'ultima fatica di Le Carré, la diciottesima, si distingue dalle altre per una forte impronta legata all'attualità: il romanziere si fa giornalista e tratteggia la contemporaneità più cruda (lo scandalo delle multinazionali farmaceutiche che testano nuovi medicinali per combattere la tubercolosi sulla popolazione ignara del Kenya, conniventi le autorità locali e consapevole il mondo della scienza). Le Carré affronta dunque, nella trasposizione del romanzo, il tema del colonialismo scientifico e dello sfruttamento della miseria del terzo mondo. Un argomento che in Germania, sull'esempio inglese, fa discutere. Nella postfazione l'autore invita a inviare fondi a favore di un'iniziativa tedesca, BuKo, che si occupa di far luce sui truci crimini commessi dalla lobby farmaceutica nel terzo mondo. 80.000 sono le copie della prima stampa per i tipi del List (560 pagine, 44,90 DM). Il quotidiano berlinese "Berliner Morgenpost" pubblica il romanzo alla Dickens, in appendice. Come dire, i best-seller non temono rivali. da BUENOS AIRES Francesca Ambrogetti Specchio della crisi che vive il paese, gli ultimi successi letterari in Argentina riguardano l'economia. Si cercano in libreria formule magiche per uscire da un'interminabile recessione che dura ormai da 33 mesi, e le risposte che la classe politica non riesce a dare. In particolare si tenta di capire come e perché un paese che nella prima metà del secolo è stato l'orgoglioso granaio del mondo sia diventato negli ultimi tempi il fanalino di coda delle economie latinoamericane, l'unico che non cresce. Tra le tante ricette, due, opposte, hanno colpito particolarmente i lettori. Una è descritta con una sola parola nel titolo del libro Dolari-zar, e sostiene che per il rilancio dell'economia argentina basterebbe mandare in pensione il peso sostituendolo con il dollaro. L'autore è l'economista Enrique Blasco Garma, e la sua tesi gode dell'appoggio en- tusiasta dell'ex presidente argentino Carlos Menem, che ha scritto il prologo. "Utilizzare il dollaro come moneta corrente non intaccherebbe assolutamente la sovranità del paese - sostiene l'economista in risposta ai critici della sua proposta - come il passaggio all'euro non ha lenito quella dei paesi eureopei". Un altro economista, Gerardo Tresca, ha pubblicato invece El espejismo de la convertibilidad ("Il miraggio della convertibilità"), in cui sostiene che l'attuale politica di ancoraggio della valuta locale al dollaro sia la vera causa di tutti i mali del paese e propone una "svalutazione controllata". Il libro più venduto sulla situazione economica è però Domingo Cavallo en dialogo con ]uan Carlos de Fabio. Scritto sotto forma di intervista concessa dall'attuale ministro dell'economia a un noto esperto argentino, il libro raccoglie il pensiero dell'uomo al quale, quando la barca dell'economia sembrava sul punto di affondare, è stato affidato il compito di riportarla a galla. Cavallo è convinto di essere in grado di farcela, e il suo libro, dove parla di tutti i temi più spinosi, dal deficit pubblico al debito estero, dalla salute all'educazione, dalla sicurezza al tasso di disoccupazione, sta andando a ruba. da MOSCA Alessandro Logroscino Non sempre il tempo è galantuomo. Ma con Boris Eltsin, secondo il mercato editoriale russo, lo è stato. Popolare fino al delirio all'inizio degli anni novanta, assai meno amato nei suoi ultimi anni al Cremlino, il primo presidente democraticamente eletto della storia russa è al centro in questi ultimi mesi di una rinnovata attenzione da parte dei lettori, a un anno dalla sua uscita di scena politica. Anche il settantesimo compleanno - celebrato nel febbraio scorso - è stata l'occasione per rivalutare l'operato di una personalità troppo spesso sottovalutata (e persino liquidata con toni sprezzanti) in occidente, ma alla quale la Russia non nega, tra molte contraddizioni, un ruolo storico colossale. Un ruolo che risalta fin dal titolo nel libro L'era Eltsin, pubblicato in queste settimane a Mosca dall'editore Vagrius. Ne sono autori nove personaggi che furono collaboratori di primo piano dell'anziano statista, come l'ex consigliere politico Georgy Satarov, l'ex consigliere economico Aleksandr Livshits o l'ex consigliere per la sicurezza nazionale (e cosmonauta di fama) Yuri Baturin. Il filo del racconto si snoda lungo 800 pagine: non è una biografia di Eltsin, ma una storia dei cambiamenti che hanno attraversato la Russia nell'ultimo decennio sotto la sua presidenza. Una vicenda in chiaroscuro, ma sicuramente di portata epocale, sostengono i nove autori. Una convinzione tutt'altro che peregrina a giudicare dall'interesse che il volume sta riscuotendo in libreria, sulla scia del successo editoriale già ottenuto nei mesi scorsi anche dalla terza parte dell'autobiografia di Eltsin (Maratona presidenziale), andata letteralmente a ruba. Significa che i russi hanno dimenticato gli errori e le ombre del loro ex presidente? No. Ma significa che, a bocce ferme, non pochi sono pronti a riconoscergli, d'accordo con il più accurato dei suoi biografi americani (Leon Aron, Yeltsin, a Revolutionary Life, St. Martin, New York 2000), un merito fondamentale: quello di essere stato, se non un democratico a tutto tondo, quanto meno "un amico della democrazia". Per un figlio dell'Unione Sovietica, non è cosa da poco. da PARIGI Fabio Varlotta E il libro di primavera in Francia. Lanciato dal più celebre talk-show culturale della tv, "Bouillon de culture", La vie sexuelle de Catherine Millet è una bomba di erotismo. È il diario intimo dell'autrice, oggi cinquantenne, direttrice del periodico di critica d'arte "Art Press", che ha dedicato trent'anni della sua vita all'esplorazione totale del suo piacere sessuale. Non c'è mai, in 224 pagine, il minimo cedimento al sentimento, non c'è né volgarità né ritegno. Solo e soltanto il gusto di Catherine nel far scoprire alla sua chatte il maggior numero possibile di dirimpettai dell'altro sesso. Philippe Sollers ha sostenuto su "Le Monde" che quella di Catherine Millet è "una vocazione": "Per la prima volta una donna descrive esattamente il luogo in cui il suo piacere prende forma, si costruisce, si svolge, si dispiega. H famoso 'continente nero' della sessualità femminile si schiarisce". Lei racconta di essersi addentrata nel sesso a 18 anni e di essere stata colta da rapimento totale. Immediatamente ha provato l'amore di gruppo, esperienza che l'ha accompagnata fino a oggi. L'eros, per Catherine, è "andare alla cieca, per il piacere di essere sballottata e presa a caso, risucchiata come una rana da un serpente". H libro esce con un contraltare di rilievo: Legendes de Catherine Millet, il diario delle gesta di Catherine firmato da Jacques Henric, il marito, fotografo e critico d'arte. In trent'anni di passione per Catherine e di incoraggiamento per la sua vocazione erotica, le ha scattato migliaia di foto. Lei sempre nuda, o quasi. Il fenomeno straordinario è che il lettore, di fronte alla descrizione lucida e distaccata -fin troppo, forse, come se la chatte di Catherine fosse altrove rispetto al suo corpo - non si trasforma in voyeur. Nemmeno quando lei descrive gli organi maschili, le "salive dal sapore sempre diverso", l'amore nei boschi, il sesso nelle aree di sosta dei camionisti o nei club per scambisti. Franco Pantarelli da New York Non sono ancora esauriti i primi "cento giorni" di George W. Bush e i libri sulla sua elezione sono già quattro. C'era da aspettarselo, visto come sono andate le cose, ma bisogna dire che lo scopo di questi lavori sembra più quello di "monetizzare la rabbia" - cioè di fornire a coloro che ancora non accettano Bush come loro presidente un giocattolo a pagamento per coltivare il loro risentimento - che quello di ricostruire con ordine il "pasticcio Florida". Basta vedere i titoli di almeno tre di questi libri -Smashmouth (un insulto), It Looks Like a Presidente. Only Smaller e Down and Dirty - per rendersi conto di come la loro frettolosa pubblicazione miri non tanto a ricostruire i fatti quanto, appunto, a ribadire l'illegittimità della carica assunta da Bush. Come dire: ti ripeto quello che sai già. C'è però un quarto libro che ha la capacità di fare storia davvero, nel senso che fornisce una spiegazione razionale agli avvenimenti di quelle tumultuose giornate di Miami e dintorni, ed anche di dare un'altra scossa a un mito americano che, semmai è esistito, certo non ha più ragione di resistere adesso: il mito dei repubblicani "pragmatici" e dei democratici "ideologici". Si chiama Deadlock ("Ingorgo", grosso modo), ed è stato messo a punto dall'intero staff politico del "Washington Post". Dall'analisi dei comportamenti dei vari protagonisti di quella vicenda (i due candidati, ma soprattutto i rispettivi apparati) l'immagine che emerge è proprio quella opposta: i democratici non sanno bene che fare, cercano di aiutare Albert Gore ma di fronte alle sue decisioni ondivaghe scalpitano, vogliono capire me- glio e in qualche caso si ritirano delusi. I repubblicani invece si comportano come un esercito possente e disciplinato, che si muove a bacchetta, senza sbavature e senza dubbi di sorta, dall'ultimo dei "religiosi" (che davanti alla Corte Suprema della Florida agitavano cartelli con scritto "Bush è stato eletto da Dio") ai giudici della Corte Suprema nominati da Ronald Reagan o da Bush padre. Non ha sbagliato una mossa, quell'esercito: dalla predisposizione delle iniziative legali in modo da consentire se necessario l'intervento proprio della Corte Suprema, come poi è stato, alle tattiche dilatorie per poter dire "non c'è tempo per ricontare i voti"; dalla messa in moto di una gigantesca macchina propagandistica (con governatori repubblicani che correvano a dire tutti la stessa cosa, anche se era in contrasto con le leggi dei loro rispettivi Stati, in qualche caso volute da loro medesimi), all'apertura della "via d'uscita d'emergenza" di far scegliere al Congresso della Florida i "grandi elettori" da mandare a Washington nel caso in cui tutto il resto non avesse funzionato. Non erano tutti d'accordo, risulta dalle tante interviste fatte dai cronisti del "Washington Post", né su ciò che si stava facendo per assicurare a Bush l'ingresso alla Casa Bianca né su Bush stesso e quella sua autodefinizione di compassionate conservative che faceva storcere la bocca alla destra del partito. Ma proprio come soldati hanno "obbedito tacendo", rimandando ogni possibile disputa al dopo, uniti appunto dall'ideologia: non è importante cosa farà il nuovo presidente ma chi sarà, uno di noi o uno di loro.