2 L'INDICE hoei libri delmese^i Scenari urbani di sangue di Franco Pezzini Che la storia di una città debba comprendere anche le sue pagine più oscure suona ovvio, e il fiorire dei repertori in materia (si pensi ai recentissimi Torino criminale di Massimo Centini e Napoli criminale di Bruno De Stefano, entrambi per Newton & Compton, 2006) costituisce prova evidente di una fortuna della formula presso i lettori. D'altronde proprio le vicende nere, la patologia dei rapporti sociali e le risposte delle istituzioni recano testimonianze talora emblematiche su crisi e sapori di epoche e luoghi: ed è questo appunto il caso della Roma sontuosa e sordida che emerge dalle vicende raccolte, con linguaggio piacevolmente anticato e un fondo di deliziosa malizia, in Giustizie barocche di Raffaele Morabito [Storie di crimini e di pene, pp. 142, € 10, Stampa alternativa - Nuovi equilibri, Viterbo 2006). Su un arco di tempo tra la fine del XVI e l'inizio del XVIII secolo (ma non in ordine cronologico) si dipanano sette celebri casi di cronaca nera, in cupa tensione tra i poli del delitto e del castigo che esemplarmente consegue - anzitutto per salvar l'anima (ripete l'autore, sornione) di chi l'aveva gravemente esposta in violazione di leggi umane e celesti. Casi ancora famosi, quali le truci epopee di Vittoria Àccoramboni e della duchessa di Paliano già raccolte da Stendhal; e altri che ebbero fama all'epoca, come la delicata questione del "cavallarizzo dell'ambasciatore" (che finì con l'illustrare al re di Francia le doti del cardinal Mazzarino, preludendo a importanti pagine di storia europea), la tragica fine di un "furbetto del quartierino" seicentesco, o l'assassinio di un monsignore con spettacolo finale, in giro per Roma, del trasporto dell'omicida al patibolo. O ancora la storia pulp dei fratelli norcini di piazza della Rotonda che con gran successo vendevano alle tavole dei patrizi - e plausibilmente del papa - salsicce di carne umana, o il disgustoso pasticciaccio France- schini-Comparini: tutte vicende dove a emergere, al di là dello squallore di criminali illustri o meschini, di ambizioni e vendette di personaggi (anche eccellenti) di contorno, e di un panorama di passioni, interessi e pulsioni variegato e attualissimo, è in fondo anzitutto il grande palcoscenico dell'epoca barocca. E della città che ne sottolineava massimamente il rapporto tra assoluto e contingente, valori profondi e immagine pubblica, glorie proclamate ed effimero teatrale: un effimero dal valore di segno decifrabile, manifesto nei moventi di crimini abnormi (barocchi persino nella sproporzione tra causa ed effetto) e nello spettacolo delle esecuzioni, punteggiarne tutta una mappa di carceri, chiese e patiboli nel ventre gonfio dell'Urbe. Se in tal caso la città risulta coprotagonista, altrove il rapporto tra crimini e luoghi conosce tuttavia compenetrazioni persino più radicali, con dirette modifiche del tessuto urbano per cauterizzarne le piaghe delittuose: ed è il caso, per un'età più recente, della Londra vittoriana e del suo terribile East End come limpidamente delineato da Paul Begg nel bellissimo studio Jack lo squartatore {La vera storia, ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Davide Panzieri, pp. 314, € 23,50, Utet Libreria, Torino 2006). Senza cadere nel gioco sensazionali -stico - ma ormai un po' stanco - su qualche nuova vera identità dell'assassino, l'autore ricostruisce con cura appassionata la Sin City londinese del 1888, le tensioni e le crisi in essa catalizzate e il dedalo di vie poi abbattute, mutate, reinventate proprio sull'onda dei crimini di Jack. Alla scuola dei grandi esploratori della metropoli britannica - si pensi a Peter Ackroyd, con il suo straordinario affresco del 2000 (Londra. Biografia di una città, Frassinella 2004) - Begg conduce per mano attraverso secoli di vita (voci, umori, sapori aspri) del-l'East End fino alle convulsioni edilizie tra Otto e Novecento, e quindi sui luoghi dei singoli delitti, documentati con minuzia criminologica ma sfrondati dalle infinite fantasie tuttora correnti. Di notevole interesse sono la ricostruzione dei problemi interni alle istituzioni di polizia (beghe tra funzionari, conflitti di competenza, disinformazioni e scandali sul filo di questioni delicate come il fronte rivoluzionario irlandese) contro cui si scatenaro- no peraltro le critiche della stampa; la drammatica crisi del lavoro che negli anni ottanta dell'Ottocento (quando i termini "disoccupato" e "disoccupazione" entrano per la prima volta nell'Oxford Engli-sh Dictionary) stava cambiando il volto della Gran Bretagna, determinando continue manifestazioni di piazza e la discesa in campo dei diversi gruppi socialisti; il nascere di un "nuovo giornalismo" - l'espressione è del 1887 - che soppiantava il precedente delle grandi testate vittoriane, e la genesi delle agenzie di stampa, elementi poi fondamentali per la nascita del mito di Jack the Ripper (al punto che, si sospetta, le lettere più note a lui attribuite sarebbero in realtà farina del sacco di qualche giornalista). Dove i toni pacati di Begg, però, tradiscono un maggiore coinvolgimento è nelle pagine sulle lotte civili del decennio, come l'epopea dell'eroina femminista Josephine Butler contro i Contagious Disea-ses Acts, provvedimenti che per limitare la diffusione di malattie veneree finivano con il ledere pericolosamente la libertà personale di tutte le donne; e soprattutto la battaglia contro la tratta di ragazzine inglesi in bordelli oltremanica e in particolare belgi - una storia turpe che coinvolgeva nobili britannici e teste coronate come Leopoldo del Belgio. Proprio tali casi scottanti, in realtà, permisero l'accesso alla pubblica attenzione di temi come la prostituzione, preparando la strada a una lettura collettiva dei delitti dell'East End e in ultima analisi a una ristrutturazione anche urbana. "L'impresa privata è riuscita là dove il socialismo aveva fallito" scriveva con sarcasmo George Bernard Shaw al quotidiano "The Star". "Mentre noi socialdemocratici tradizionali sprecavamo il nostro tempo su istruzione, agitazione e organizzazione, un genio indipendente ha preso in mano la faccenda e, semplicemente ammazzando e sbudellando quattro donne, ha convertito la stampa dei possidenti a una specie annacquata di comunismo". Dove la tragica concretezza di gesti e risultati rimarca in fondo la-statura simbolica - incrostata da infinite invenzioni d'epoca e speculazioni successive - di uno dei primi, detestabili (anti)eroi urbani dell'età contemporanea. ■ franco.pezzinilStin.it F. Pezzini è saggista e redattore giuridico 'G so so * rO O ' IO e £ co Toponimi della scrittura di Maria Elena Paniconi Il Cairo e Nagib Mahfuz: una città nota anche per il suo destino letterario e un romanziere noto per averne narrato la vitalità. Una narrazione, quella di Mahfuz, tanto rispondente alla complessità storica e alle compagini sociali e culturali della città da adottarne alcuni toponimi, come nei volumi che compongono la famosa Trilogia (edita al Cairo nel 1956 ma composta tra il 1947 e il 1952; Pironti, 1996-2002), o in Vicolo del mortaio (1947; Feltrinelli , 2002) e Khan al-Khalili (1946). I romanzi più recenti, scritti dopo la rivoluzione, svelano la potenza dei cambiamenti frattanto intercorsi nel paese, dal Cairo fluttuante e dissoluto di Chiacchiere sul Nilo (1965; Pironti, 1994) all'Alessandria decadente di Miramar (1967; Feltrinelli 2000). Occorre immergersi proprio in questi luoghi per valutare il vuoto che la morte di Mahfuz, avvenuta lo scorso trenta agosto, ha lasciato. Mahfuz equilibrista, Mahfuz filogovernativo, Mahfuz ribelle e laico: la stampa internazionale ha siglato la notizia della scomparsa con questi e altri giudizi sulla sua figura di intellettuale, il fatto è che Mahfuz, proprio come i personaggi che sapeva sbozzare con il suo talento descrittivo, è un intellettuale che impone la complessità e non tanto la coerenza interna come categoria di giudizio. Lo stesso sdoppiamento delle esequie - un corteo in quel Cairo vecchio per la gente comune che ha scandito il nome dell'autore levando in alto i suoi ritratti, e un silenzioso funerale di stato nel quartiere nuovo di Madinat Nasr - raffigura in maniera concreta il doppio profilo, di narratore assai popolare e di intellettuale ufficialmente consacrato. Anche dopo il riconoscimento internazionale, arrivato grazie al premio Nobel per la letteratura conferitogli nel 1988, Mahfuz è rimasto infatti legato a Gamaliyya, il suo quartiere natale, affezionato ai suoi caffè e alle sue celebri passeggiate sul Lungonilo. Mahfuz e la sua grande produzione realista hanno significato non solo un varco nel canone letterario, ma anche nel pubblico egiziano e arabo, quindi marocchino, iracheno, siro-libanese. La specificità egiziana veniva accolta e letta come interessante grazie al romanzo, in una forma in cui la tradizione ottocentesca russa e francese è onnipresente mediazione ma mai modello da copiare. In seguito un'intera generazione di giovani autori avrebbe a sua volta imparato a scrivere leggendo la Trilogia, per avvalersene come modello o per distaccarsene fin troppo esplicitamente. Un'influenza forte, quella esercitata da Mahfuz, che ha dinamizzato il panorama letterario egiziano. A proposito della posizione dello scrittore nella società egiziana può valere come esempio la controversia sorta intorno all'uscita di II rione dei ragazzi (pubblicato nel 1959 dopo i sette anni di "silenzio" che seguirono la Trilogia; Pironti, 2001), che è insieme parodia dei testi sacri ed eco di generi come la storiografia e l'epica popolare, e mette in scena l'ipnosi di un popolo senza nome che vive di memorie senza riuscire a mantenere il controllo del proprio territorio nel presente. Come noto, al-Azhar, la massima istituzione religiosa egiziana, bandì immediatamente il libro accusandolo di blasfemia. Nella -lunga querelle innescata intorno al testo Mahfuz ha mantenuto un profilo pacato e una sorta di metodico distacco, lo stesso che gli ha permesso di scandire scrupolosamente i suoi ritmi giornalieri tra l'attività di scrittura e la professione di funzionario pubblico. Alcuni studiosi hanno semplicemente giocato sulla parola kàtib, che in arabo significa tanto "scrittore" quanto "scrivano", ovvero impiegato, per delineare la strategia sviante adoperata dall'autore nel caso in questione. Mahfuz non ha mai sfidato al-Azhar; al contrario, pur dichiarando che le sue intenzioni non erano quelle di denigrare la religione, si è paradossalmente allineato con il volere della autorità religiose, diffidando giornali e case editrici dal pubblicare il libro senza previo consenso. Aprirsi al volere delle autorità religiose e in qualche modo avallare la loro lettura dell'allegoria contenuta nel testo significava per Mahfuz affermare la pluralità semantica della sua stessa creazione e al tempo stesso difendere la propria simbolica posizione all'interno del campo culturale egiziano. Ironicamente, quindi, se romanzi di chiara denuncia come al-Karnak (1989, tradotto in italiano come!/ caffé degli intrighi), ambientato in un regime dispotico e militarizzato molto simile a quello nasseriano, o come II giorno in cui fu ucciso il leader (1985) altrettanto critico verso le politiche di liberalizzazione intraprese da Sadat, non hanno avuto conseguenze dirette, questa storia dal sapore epico ha invece procurato all'autore, nel 1994, un attentato da parte di due fanatici religiosi. La posizione paradossale di Mahfuz si accentua nella fase finale della sua vita, che lo vede impegnato in un discusso riawicinamento ai Fratelli musulmani. Si è trattato di una "capitolazione" o piuttosto Mahfuz ha semplicemente lasciato che la sua creazione letteraria, in tutta autonomia, si aprisse il passaggio tra più interpretazioni? Questa parabola del romanzo maledetto è forse esplicativa di tutto il profilo di Mahfuz, cantore e censore insieme. Se è vero che i suoi personaggi, i piccoli come i grandi, sono sempre mossi dalla non esaltante "etica della rispettabilità" - in un mondo in cui la vita della povera gente continua a perdere in rispettabilità e in cui pur di restare a galla si manda volentieri a fondo l'etica -, è altrettanto vero che l'affabulatore del Cairo ha invece costruito con minuzia la propria posizione di rispettabilità simbolica per meglio seguire la via di un pensiero appassionatamente libero, lungo novantacinque anni. I paniconime77@libero.it M£. Paniconi è dottore di ricerca in letteratura araba presso l'Università di Venezia