N. 2 Tra mangrovie e Mustang di Simona Bani Piero Soria IL PAESE DELL'UVA NERA pp. 317, €17,50, La Stampa, Torino 2006 In quest'ultimo ingegnoso romanzo Soria crea un intreccio fra due storie, ambientate l'una nelle Langhe e l'altra in America, tra New Orleans e la sua periferia. Giovanna, una suora moderna e determinata, decide di entrare a far parte di un convento vicino a Santo Stefano Belbo, dove già si produce vino da messa, per lanciare in grande l'azienda. Servono quattrini ma lei ha un progetto: si è laureata all'Università di Torino in storia del cinema e, durante il suo soggiorno negli Stati Uniti, ha incontrato un produttore cinematografico con radici familiari nelle Langhe. Costui, dopo aver letto il suo' soggetto per un film ambientato a New Orleans, le promette il denaro necessario se la sceneggiatura avrà uno sguardo genuino sui luoghi e sugli ambienti, liberati dagli stereotipi degli scrittori americani. La protagonista ha ottime capacità di persuasione e conquista alla sua causa, una dopo l'altra, tutte le persone utili per il progetto del vino e per quello del film: don Paolo, prete di borgata, il sensale, il geometra, il notaio, le quattro suore residenti al convento, travolte dalla ventata di energia e dallo stupore per le narrazioni che "suor Moscato" fa di quel paese cosi cattivo e così lontano. Il paese dell'uva nera è tra le Langhe e il Monferrato, e lì si incrocia la storia della suora che produrrà il moscato più buono d'Italia con la trama del film che sta scrivendo. Soria allestisce un presepio fatto di luoghi e di persone, con i paesaggi che incantavano e intristivano Pavese e Fenoglio: dalle semplici osterie si cammina fra borghi e colline, rosseggianti al tempo della vendemmia, che nascondono gli orizzonti o, se si risale, ne regalano la vista, rivelandoli maestosi e infiniti. Su questo scenario depone le statuine dei suoi personaggi, ognuno con il suo ruolo, funzionale alla storia e al racconto, portatori essi stessi di racconti che consentono di "sfogliare l'album del passato" con loro. Molti hanno un soprannome, ognuno persiste nei ricordi degli altri soprattutto grazie al richiamo di una sua caratteristica. Come Giovanna, la protagonista, è suor Moscato per il suo progetto vinicolo, così gii altri sono ricordati e inquadrati in un ruolo e in un momento: si è vivi solo se si ha l'onore di essere soprannominati dalla comunità. Riti e tradizioni si inseriscono in questo quadro agreste su cui la doppia narrazione fa scorrere il brivido del contatto con un mondo lontanissimo e diverso. Ad esempio Gregorio Giuseppe Battista Giraudo, chiamato Cubiòt perché faceva il sensale di matrimoni, è per Soria lo strumento per raccontare le feste che servivano a far incontrare ragazzi e ragazze di paesi diversi. Attraverso ricordi narrati dai personaggi si rivisitano tradizioni che, anche quando non sono perdute, sono ormai simulacri modernizzati, lontani dall'originaria funzione sociale. Con questo clima si intreccia - a sottolineare sia i contrasti sia la possibile composizione in una biografia individuale - la sceneggiatura del film, un thriller intriso dalla violenza di un delitto e del contrasto razziale. Tra mangrovie e Mustang, su case mobili e greti del Mississippi, musica dixie e riti ben lontani da quelli subalpini (ricordando la morte della figlia di Al Bano e Romina), Giovanna coinvolge le suore, il prete, il sensale e i lettori invitandoli a risolvere il giallo: non a trovare l'assassino, ma a decidere con lei e gli altri chi deve essere il colpevole. Il corto circuito narrativo riesce bene perché anche nelle Langhe, come in America, non è tutto idilliaco come suggerirebbe l'oleografia. Le persone, come ovunque, hanno segreti, vizi nascosti, abitudini discutibili o perverse. E tutto si mescola e riemerge al passaggio di suor Moscato che ascolta e risolve (o usa) i segreti di cui viene man mano a conoscenza per raggiungere il suo scopo: avrà l'assassino, attraverso vari colpi di scena, e il "suo" moscato la porterà a Roma a ricevere i complimenti dal papa. ■ Simona.baniStin.it S. Bani, regista-documentarista, fa parte del direttivo del Valsusa Filmfest Narratori italiani Le retoriche dell'apocalisse di Giuliano Cenati Bruno Pischedda METTERE GIUDIZIO 25 occasioni di critica militante pp. 227, € 16, Diabasis, Reggio Emilia 2006 Di singolare compattezza compositiva, Mettere giudizio raccoglie saggi e recensioni che Bruno Pischedda, romanziere e insegnante di letteratura italiana contemporanea all'Università di Milano, ha selezionato al culmine di un lavoro ventennale. O- Mcitav pere, autori e questioni affrontate risultano a prima vista eterogenee, pur collocandosi tutte nell'arco novecentesco della civiltà di massa. L'intervento di taglio monografico centrato su un'opera singola, sia narrativa sia critica o documentaria, convive con l'incursione panoramica condotta nell'ambito di un genere, con la sintesi teorica e con la proposta di scansione storiografica. D'altra parte, per riprendere la sagace partizione dell'indice, i "giudizi sommari" sono raggruppati accanto ai "giudizi di merito", ai "giudizi d'intrattenimento" e ai "giudizi a procedere". Cioè a dire: il volume allinea tipologie diverse di scrittura critica tra le quali si dispiegano richiami trasversali, anticipazioni e riprese, successive messe a fuoco: recensioni condotte all'insegna di una sempre chiaroscurata risolutezza, saggi più distesamente circostanziati, disamine rigorose di opere mirate allo svago letterario, profili sistematici di lucida pregnanza concettuale. La varietà dei testi presi in esame e la peculiarità dei percorsi intertestuali tracciati consentono invero a Pischedda di delineare via via le direttrici di svolgimento di un'intera compagine culturale, nella sua più ampia latitudine d'espansione e nei suoi livelli di stratificazione interna. A garantire l'univocità organica di Mettere giudizio è certo l'attitudine a leggere un'opera non già come luogo di esperienza estetica esclusiva, piuttosto come snodo di relazioni tra molteplici soggetti, tra le esigenze antagonistiche e complementari di scrittori, lettori, critici, editori: e ancor più la capacità di illuminare la linea di saldatura tra assetti formali e implicazioni extraletterarie a vasto raggio. Tuttavia i meriti del libro risiedono soprattutto in una chiave interpretativa forte, sottilmente polemica, atta a intendere il contegno degli intellettuali novecenteschi di formazione umanistica nei riguardi della modernità di massa. In sintonia con il funzionalismo letterario di Vittorio Spi-nazzola, Pischedda implicita- mente rimprovera agli scrittori e agli interpreti più significativi del novecento italiano di aver mancato un'occasione storica: di non aver saputo concorrere in termini propositivi all'elaborazione di consuetudini civili adeguate a un paese industriale avanzato, anzi di aver deprecato il processo di allargamento dell'orizzonte culturale, delegandone in buona sostanza la gestione alle forze spontanee del mercato e dell'imprenditoria mediatica. Ciascuno a suo modo, con diverse misure di responsabilità, i Pasolini i Volponi gli Sciascia hanno assunto posizioni di arroccamento contristato o compianto regressivo, anziché cogliere e valorizzare le potenzialità di emancipazione democratica insite nelle fasi più incalzanti dello sviluppo sociale e produttivo. Tale è l'humus irrazionalista che alimenta la voga apocalittica illustrata da Pischedda nel suo libro precedente, La grande sera del mondo (Aragno, 2004), dedicato ai romanzi del secondo Novecento italiano che nella maniera più esemplare e visionaria hanno trasfigurato il senso del mutamento in termini distruttivi. ìdtHlìaitì riìkjiwiMtiit' Della modernità di massa, insomma, gli intellettuali italiani non hanno saputo discernere le opportunità di parificazione, le spinte alla diversificazione pluralistica, di segno democratico progressivo. Di fronte alle incertezze del tempo presente, ha prevalso la tendenza alla semplificazione, quand'anche orientata nel senso dell'apertura cosmopolita, piuttosto che l'attenzione alle diversità: lo spirito di casta piuttosto che l'impegno di mediazione tra i diversi momenti e componenti del sistema culturale. Rispetto ai problemi posti alla modernità letteraria, ciò che Pischedda lamenta è la carenza di un metodo onestamente empirico e razionale, laico, in virtù del quale il sapere umanistico tradizionale possa essere aggiornato sulla base delle istanze tecnico-scientifiche avanzate dai nuovi circuiti di produzione e consumo. In Mettere giudizio non mancano peraltro valutazioni diversamente orientate: Pischedda si guarda bene dal gusto facile della tabula rasa. Non tutti gli autori vagliati propendono al ripiegamento apocalittico e cruccioso, come variegate sono d'altronde le stesse retoriche dell'apocalisse. Tra i giudizi francamente positivi, calibrati in ogni caso con oculatezza di argomenti e motivazioni, alcuni sono pronunciati a beneficio di scrittori e opere che senz'altro mette conto riproporre all'attenzione pubblica, per un più equo apprezzamento: dai romanzi di Emilio Tadini, ai primi lavori di Aldo Busi, alla narrativa rosa controcorrente di Brunella Gasperini. A indicare che le occasioni della modernità non sono affatto esaurite, e che un'altra modernità è dopotutto ancora possibile. ■ giuliano.cenati@unimi.it G. Cenati è dottore di ricerca in storia della lingua e letteratura italiana presso l'Univetsità di Milano Spoon River di Leandro Piantini Mauro Corona I FANTASMI DI PIETRA pp. 27% € 17, Mondadori, Milano 2006 Mauro Corona, notissimo per le sue frequenti incursioni televisive, vive ancora a Erto. Da più di quarant'anni, da quando il paese, il 9 ottobre 1963, scomparve travolto dalle acque del Toc, che precipitando nella diga del Vajont sollevò un'immane montagna d'acqua che sommerse Longarone e la zona circostante. Ora Corona ha scritto la Spoon River di Erto. Infatti fa rivivere i luoghi e dà voce ai personaggi della sua infanzia trascorsa in un paese che non esiste più. Sono pochi quelli che vivono ancora a Erto, in case riadattate alla meglio, la maggior parte della gente è emigrata in luoghi più accoglienti. Ora questo bellissimo libro racconta mille storie, di quando il paese era vivo e l'autore un bambino felice di viverci. Storie vere o talmente incredibili da sembrare leggende; e anche storie terribili, di delitti, suicidi, atrocità. Ne risulta uno spaccato antropologico, intriso di magia e di mistero, della montagna che si estende tra il Bellunese e il Friuli: il racconto veritiero e implacabile di una piccola comunità violentata e snaturata in un attimo, non dalla fatalità, ma dalla criminale incuria della società Sade (chi se la ricorda più?) che aveva in gestione la diga e le attività collegate a essa. Spesso si tratta di episodi favolosi e talmente fuori del comune da sembiare inventati. Come la storia di Stièfen Corona Larès che, una notte d'inverno, avendo smarrito il becco del suo gregge, un animale di gran pregio, lo cercò sulle montagne più impervie e, dato che la bestia non ne voleva sapere di camminare, se lo dovette caricare sulle spalle e trascinarlo fino a casa; per accorgersi poi di aver trasportato il diavolo in persona. Il libro - scritto con il ritmo del parlato e amore infinito per la terra natale - è preghiera, elegia, atto d'accusa; ed è anche un'esemplare affabulazione narrativa con la quale la memoria fedele di una persona colpita da una disgrazia immedicabile sa ricostruire con commovente pazienza un mondo scomparso da quasi mezzo secolo. A dare il la a tutto è una frase lapidaria: "Era un bel paese il nostro, adesso non c'è più". Ed è ben spiegato perché Mauro Corona e tanti altri ertani hanno preferito continuare a vivere, pur tra mille difficoltà e ricordi angosciosi, nel paese colpito a morte anziché trasferirsi altrove: "Quando saremo vecchi, lungo le vie della Erto morta ci spierà la nostra infanzia, ci sorriderà la nostra adolescenza. Entrambe verranno a rammentarci i tempi felici, quando il paese era vivo e brulicante di gente, e si viveva in pace nel lavoro e nelle feste, e noi eravamo giovani, pieni di esuberanza e di entusiasmo". ■