Suggestioni astrali e fantasia fiabesca di Giorgio Patrizi Lucio Felici LA LUNA NEL CORTILE Capitoli leopardiani pp. 247, € 12, Rubbettino, Soventi Mannelli (Cz) 2006 L'OLIMPO ABBANDONATO Leopardi tra "favole antiche" e "disperati affetti" pp. 231, € 18, Marsilio, Venezia 2005 Una constatazione preliminare s'impone ad affrontare gli ultimi due titoli leopardiani di Lucio Felici: libri che presentano percorsi complessi, letture di temi e testi preziose per definire i tratti più diversi dell'universo leopardiano, mai scontate, mai prevedibili, esiti di un'acribia critica che rimanda a una dimensione più profonda della meticolosa conoscenza dei problemi in questione. E che Felici - che, come è noto, viene da una lunghissima e prestigiosa carriera nell'editoria - ha messo a punto, nell'esperienza quotidiana di letture e scritture, una modalità di approccio critico empiricamente rigorosa, nella capacità di attenersi ai testi, cogliendone le valenze meno evidenti, ma sempre con l'attenzione a non debordare mai dall'interpretazione appoggiata sui dati testuali definiti. A partire da una base filologicamente messa a punto, il critico interviene con una "enciclopedia", complessa, sempre consapevole delle proprie opzioni culturali e dei problemi che tali opzioni comportano, con una strategia interpretativa in cui tutti i dati acquisiti convergono a fissare valori, codici, tradizioni e rotture. Insomma, un approccio testuale rigoroso quanto diretto, lineare, di una geometrica limpidezza. Tutti i saggi raccolti nei due volumi in questione - che affrontano, quello di Marsilio, il grande tema dei rapporti con i miti classici, quello di Rubbettino, una serie di motivi "trasversali" capaci di illuminare aspetti noti e meno noti della poetica leopardiana: il comico, il Meridione, il pessimismo, i viaggi (con un fugace contatto, a Roma, con il Belli), i generi letterari - esibiscono questa procedura. In alcuni casi, la complessità del tema (ad esempio, nel capitolo sul Meridione o in quello del rapporto con Schopenhauer) impone un percorso lento e sinuoso, che raccoglie le voci della tradizione critica in merito, prima di muovere verso una conclusione che ha la perentorietà suasoria delle idee chiare e distinte. L'Olimpo abbandonato presenta il percorso del lungo, frastagliato rapporto tra Leopardi e le "favole antiche", i miti di quel mondo classico che, fin dalle opere puerili e della prima giovi- nezza, s impone come universo a cui guardare per attingere alle narrazioni archetipiche che presiedono i momenti topici della storia dell'umanità. Felici ricostruisce minuziosamente quei sentieri tortuosi per cui il poeta di Recanati passa dalla considerazione delle favole mitologiche come inganni feroci e oppressivi a una visione delle stesse tragicamente addolcita, con la decisione di accomiatarsi da quelle narrazioni ingannevoli nell'acquisita consapevolezza della condanna degli umani al vero, alla conoscenza. Ebbene, si veda come questo itinerario, classico in fondo per gli studi leopardiani, si carichi di voci, di rimandi, di citazioni: come ad esempio quella di Ungaretti che discute il significato di "antico", o dell'immagine heideggeriana del "pastore dell'essere". Oppure come si carichi di significati la rilettura di Ultimo canto a Saffo -ancora ricondotto allo statuto di un mito classico che diviene "immagine" di verità per i moderni - con la ricostruzione del complesso quadro dei valori e dei problemi che definiscono il valore simbolico^ e semantico del personaggio. È una preziosa prospettiva quella che, muovendo dalla ricerca delle fonti del mito di Saffo, attraverso un complesso "processo di interiorizzazione, di inflessibile ra-strematura tematica ed espressiva", conduce alle riflessioni sull'approccio leopardiano al tema della bellezza e del corpo. Una simile funzionalizzazione del mito conduce alla teoria e alla pratica di una poesia più complessa e matura, quella che guarda a una "poesia come puro canto, poesia senza nome". E quella che traluce dietro quella quotidianità messa in scena nel Sabato o nella Quiete, dove s'afferma una "maniera" in cui consiste, paradossalmente, "l'originalità del poeta moderno", vale a dire "l'acquisita capacità di usare i modelli in forme speciali e personali". E in ciò poi consiste il peculiare "simbolismo" che permea certi "scenari" leopardiani, che Felici così precisamente ri- N. 2 Saggistica letteraria badisce: "Il miracolo della poesia leopardiana sta proprio nel sottendere significati nascosti o appena accennati, a cose e persone che, pur restando vive e concrete nella loro situazione paesana, quella situazione trascendono in virtù di una vaghezza figurativa e figurale che ne moltiplica enigmaticamente (e discretamente) le sembianze." In modi non diversi nel volume di Rubbettino si tirano le fila di alcuni grandi temi leopardiani, sottratti ai luoghi comuni della tradizione critica. I motivi notturni rintracciabili nello Zibaldone, "suggestioni astrali e fantasia fiabesca", "frammenti" da ricondurre alla perenne riflessione sulle illusioni, ma anche temi colti in prospettive inusitate, come quello del comico, letto quale affascinante derivazione del nichilismo, sia che 10 si pensi nella tradizionale accezione storica che in quella della "ontologia del nulla". Le pagine con cui Felici attraversa 11 problema, denso e complesso, sono tra le più appassionanti, nella possibilità di legare l'accezione leopardiana del riso come patologia che deriva dall'insensatezza, alla presa di coscienza della natura tragica dell'esistenza. E ancora, si veda il capitolo dedicato alle voci "meridionali" presenti nello Zibaldone, con l'indagine capillare su termini che circoscrivono realtà insieme fisiche, psicologiche e culturali: così il confronto con Corin-ne di Madame de Staél, così la contrapposizione meridionale/ settentrionale, termini che "interessano a Leopardi come nozioni globali che distinguono due realtà geografiche e temporali (storiche), due modi di vita individuale e sociale, due modi di immaginare (quindi fantasticare, di far poesia), due spiriti diversi che animano e nutrono opposti comportamenti dell'esistenza". È, questo di Felici, un modo di leggere i testi che non solo si pone come esempio di acribia analitica e interpretativa, ma che suggerisce un rapporto con la letteratura in cui il rigore del metodo rimanda a un rigore di fondo, più sostanziale, etico, direi. All'idea di una letteratura che parla, attraverso i secoli, dei problemi, dei doveri e dei diritti, dell'esistenza: idea, oggi, quanto mai necessaria. ■ giorgio.patriziSuniromal.it G. Patrizi insegna letteratura italiana all'Università del Molise Tra inclusione e scarto di Niccolò Scaffai Eugenio Montale LA CASA DI OLGIATE E ALTRE POESIE a cura di Renzo Cremante e Gianfranca Lavezzi, pp. xxiv-100, €9,40, Mondadori, Milano 2006 Il 2006, centodecimo anno dalla nascita di Montale, ha ispirato un revival della sua fortuna critica e filologica, inevitabilmente attenuatasi dopo i fasti del centenario. Tra le Lettere a Clizia e le recentissime Lettere da casa Montale (1908-1938), si colloca il volume di reperti poetici curato da Cremante e Lavezzi. La casa di Olgiate e altre poesie include la lirica eponima, di misura medio-ampia (quattro strofe di otto versi), e una sequenza di cinquantacinque testi brevi, per lo più senza titolo. Tutte inedite e composte tra il 1963 e il 1980 (ma in gran parte nel periodo 1978-1980), le poesie fanno parte del materiale donato al Fondo manoscritti dell'Università di Pavia da Gina Tiossi, che ha accudito Montale per lunghi anni. Proprio a Pavia e a Lugano furono esposti, tra il 2004 e il 2005, i documenti da cui sono emersi i cinquantasei paralipomeni (si veda il catalogo della mostra Da Montale a Montale, a cura di Cremante, Lavezzi e Nicoletta Trotta, C.L.U., 2004). Progetto e ordine del volume che ora li accoglie non sono dovuti all'autore ma ai curatori, per quanto fra testi vicini si rintraccino spesso chiare connessioni tematiche. Non si tratta dunque di un libro di poesia in senso forte, né di un postremo (il nono?) canzoniere montaliano. Ciò anche a dispetto del titolo all'apparenza genuino: i modelli sono La casa dei doganieri e altri versi e La bufera e altro, mentre l'indicazione geografica "di Olgiate" fa pensare a Farfalla di Dinard. Il volume è perciò un unicum nell'opera poetica di Montale, distinto sia da Altri versi sia dal Diario postumo: se alla raccolta dei primi collaborarono tanto l'autore quanto gli editori dell 'Opera in versi, l'ideazione del secondo sarebbe, qualora se ne ammetta l'autenticità, interamente dovuta a Montale. Per questo la definizione di "falso d'autore", spesso attribuita al Diario postumo, è quasi più appropriata per la Casa di Olgiate: se in questo caso è fuor di dubbio l'autenticità dei testi, non lo è infatti la legittimità della raccolta, presentata come un libro di poesia quando le sedi migliori per far leggere questi versi sarebbero state un'appendice o un apparato. Sospendendo il giudizio di valore sui testi, pure espresso in termini riduttivi da altri recensori (ma la qualità media non si discosta dalle poesie già note dell'ultimo Montale), è la forma dell'operazione che resta incerta: i testimoni dei componimenti (cioè due quaderni per appunti, uno di carta a mano rilegato a Venezia da Piazzesi, l'altro quadrettato, con Braccio di Ferro in copertina) contengono infatti anche molte poesie entrate, vivente l'autore, nel Quaderno di quattro anni e in Altri versi. La casa di Olgiate è dunque un volume di residui, la cui unità si fonda e contrario sulla dialettica tra inclusione e scarto. Eppure, sulla perplessità prevalgono alla fine sia la meraviglia per la persistenza della voce e del prestigio anche editoriale del poeta in un secolo cui più non appartiene, sia l'apprezzamento nei confronti di Cremante e Lavezzi che hanno contribuito a rendere tangibile questa durata. Il lavoro dei due editori è stato filologicamente e criticamente accurato: al primo si deve il giusto inquadramento critico che i versi ricevono nell'introduzione; merito della seconda è l'aver ricostruito i contesti e illustrato molti dei contatti tra le cinquantasei poesie e il resto della produzione montaliana. I tratti salienti della raccolta sono in gran parte comuni al "rovescio" della poesia di Montale. In sintesi: demistificazione umoristica e abbassamento della storia al livello della cronaca (il corrispondente strumento stilistico è l'uso frequente di frasi interrogative, a revocare in dubbio le apparenti certezze dei più); presenza di apologhi sugli animali, osservati o come manifestazioni minime di un'esistenza cui l'io sembra voler tendere, o come alternativa alla società degli umani (vengono in mente le Operette morali); riflessione sul tempo e sullo spazio, spesso in chiave "cosmicomica"; motivi metapoetici e tecniche autocitatorie, ancora soprattutto in funzione demistificante (su Bibe al Ponte all'Asse, ad esempio); riapparizioni desublimate di Clizia, direttamente citata o evocata per via simbolico-allusiva (attraverso san Bonaventura, o l'immagine del bovindo); continuità fra i temi e i personaggi della poesia e quelli della prosa (Ezra Pound, il cane Galiffa, Giovanna l'amica di Clizia); contenuta immissione di forestierismi d'attualità (crac, presente anche in Satura nella medesima accezione finanziaria; summit, in coppia con "cacume" anche nel Quaderno di quattro anni, a formare il v. 2 di Epigramma-, surplus, ancora in Satura), di voci gergali ("gallozoppo") e di tracce del sermo bumilis ("puzzonata", "andate a farvi f."), rare ma più decise che in altre raccolte. In conclusione, un cenno sull'inizio e sulla fine. La poesia La casa di Olgiate emerge rispetto agli altri testi sia per la misura, sia per il riuso allusivo ma non autoironico di tessere e immagini che passano dal Montale canonico (specie da La casa dei doganieri) a un Montale in sordina, capace -come i migliori poeti della generazione successiva - di addomesticare il sublime senza rovesciarlo. A tempo perso, la quartina che i curatori hanno posto a sigillo del volume, esalta l'effetto esplicitarlo rinnovando un'ipotesi di deflagrazione universale già altrove accarezzata dal Montale postbellico: proprio in un finale, quello di Racconto d'uno sconosciuto in Farfalla di Dinard. ■ scaniSdada.it N. Scaffai è dottore di ricerca in teoria e analisi del testo e borsista presso l'Università di Bergamo