Contro la trasparenza di Antonio di Campii Anthony Vidler IL PERTURBANTE DELL'ARCHITETTURA Saggi sul disagio nell'età contemporanea ed. orig. 1992, trad. dall'inglese di Barbara Del Mercato, pp. 255, 13 ili, €22,50, Einaudi, Torino 2006 La sensazione perturbante dello straniamento e dell'ansia all'interno delle pareti domestiche e nello spazio urbano ha una storia che inizia, contemporaneamente al concetto di paesaggio, alla fine del XVIII secolo e si consolida nel successivo. Nella letteratura, il tema dell'inquietudine e dell'oscuro nella vita quotidiana comincia a essere esplorato da scrittori come Hoffmann e Poe. Freud e Lacan, dopo di loro, ne hanno trattato dal punto di vista psicoanalitico. Ed è la nozione freudiana di perturbante a essere al centro della raccolta di saggi scritti tra il 1982 e il 1992 da Anthony Vidler. In questi testi, che spaziano fra letteratura, architettura e urbanistica, il perturbante è fatto risalire a un'insicurezza di fondo: quella di una classe di recente formazione, la borghesia, che "ancora non si sentiva al sicuro a casa propria" (John Fowles in La donna del tenente francese parla della borghesia come dell'unica classe sociale consapevole della propria inadeguatezza, ma proprio per questo feconda). Il perturbante è l'archetipo delle paure borghesi, a metà tra la ricerca della sicurezza materiale e il piacere del terrore. Per Benjamin, questa sensazione fu esito della formazione delle metropoli, dell'apparizione delle folle brulicanti e delle inedite proporzioni assunte dagli spazi urbani. Un senso di straniamento rafforzato dalla raggiunta consapevolezza della natura transitoria di ogni certezza ottocentesca: storia e natura "che mostravano l'impossibilità di vivere confortevolmente nel mondo". Se nel Settecento 0 perturbante si riferiva allo spazio interno domestico, alla fine dell'Ottocento il suo territorio era ancora un interno: quello della mente, con i sintomi della paura spaziale e temporale. In entrambi i casi il perturbante emergeva, secondo Freud, dalla trasformazione di qualcosa di familiare in qualcosa di diverso, qualcosa di rimosso che riaffiora. In questo "meccanismo", sostiene de Certeau in Storia e psicoanalisi, "se il passato (che ha avuto luogo e preso forma a partire da un momento decisivo nel corso di una crisi) viene rimosso, esso ritorna - ma in forma surrettizia - all'interno del presente da cui è stato escluso. (...) In termini più generali, ogni ordine autonomo si costituisce in virtù di ciò che elimina producen- do un 'residuo' condannato all'oblio. Ma ciò che viene escluso si insinua nuovamente all'interno di questo luogo 'puro', ne prende di nuovo possesso, lo turba, rende illusoria la consapevolezza del presente di essere a 'casa propria', si nasconde nella dimora". Il perturbante, come il sublime, è perciò un concetto non definibile razionalmente, che denota non un'entità ma una qualità, espressione di un sentimento soggettivo, di una frattura, una divisione o un raddoppio della soggettività. I temi del residuo, del territorio oscuro, discussi in forme diverse anche da Gilles Clément e da Rem Koolhaas, sono utilizzati da Vidler come strumento di esplorazione di più fenomeni artistici e sociali contemporaneamente, istituendo nessi tra campi disciplinari diversi e moltiplicando i riferimenti. I saggi sono ordinati in tre piani: case, corpi e spazi. Il primo contiene un'analisi del perturbante dalla sua comparsa nel primo Ottocento, con le "case stregate" dei romantici, gli scavi archeologici che hanno mostrato "il lato oscuro" del classicismo e le relative incursioni della filosofia e della psicologia nel sublime e nell'inconscio. La seconda e terza parte estendono questo tema alla produzione architettonica degli anni ottanta e novanta. Leggendo i progetti urbani di architetti come Coop Himmelblau, James Stirling, Bernard Tschumi, Peter Eisenmann, Diller e Scofi-dio, Rem Koolhaas, Vidler stabilisce un legame tra la produzione di questa generazione e quella di architetti del tardo Illuminismo come Boullée, per l'uso consapevole nelle loro opere dell'antinomia tra chiaro (razionale, democratico) e scuro (irrazionale, non trasparente), che ha prodotto configurazioni di spazi volontariamente perturbanti. In opposizione al paradigma del controllo totale avanzato da Jeremy Bentham e recuperato sottoforma di "spazio igienico" dai modernisti, questi architetti hanno svelato l'impossibilità dell'ambizione di trasparenza (che mostra l'interno razionale dell'edificio come della società) e utilizzato con ironia gli stessi strumenti del razionalismo (la trasparenza degli edifici, la griglia della pianificazione) per svelare l'irrazionalità delle viscere o l'incongruenza della matrice. Il risultato è la dissoluzione del mito del "potere per mezzo della trasparenza" e quindi dell'umanesimo liberale, della coscienza sociale, dell'ordine della memoria condivisa e della fiducia nella sfera e nell'azione pubblica, propri della produzione urbanistica razionalista; si ottiene invece di procedere verso una forma di post-urbanesimo, articolato su spazi frammentati, meno democratico ma non acquietante (come era, ad esempio, nel mecenatismo politico della Parigi di Chirac), e quindi potenzialmente più inclusivo verso i molti soggetti a lungo considerati "indesiderabili". antonio@dcfstudio.191. it A. di Campii è dottorando di ricerca in urbanistica all'Università di Pescara Anthony VÌ4W fi fwrìurUitìt1 (ieUVdiMi'tftir;! Territorio laudato nella sua intensa attività di "cronista" testimoniata da più di settecento articoli. E assunta esplicitamente come direzione di lavoro ("gli interessi professionali di uno storico non possano trovare estranea nessuna realizzazione dell'uomo", scriverà nel testo su Los Angeles). Una direzione nella quale oggetti e ambienti umili rientrano a pieno titolo. Nella riflessione di Banham il riallacciarsi alla sfera delle pratiche avviene al livello alto, secondo tradizioni europee più o meno coeve a questo testo che ritroviamo nei lavori empirici di de Certeau e Bourdieu. Avviene in forma di osservazione e interrogazione. L'attenzione si rivolge a manufatti desueti (pozzi, pompe, caselli ferroviari); alle strade (cui dedica un intero capitolo); alle oasi, la più importante delle quali, "estrema e terminale" (seppure la seconda aggettivazione si completa di un punto di domanda), è Las Vegas. Sempre immaginando atteggiamenti, intenzioni, posizioni di coloro che hanno costruito e abitato i luoghi e gli oggetti dei quali parla. Nella consapevolezza che una tale ricognizione richiede molta cautela poiché "è facile trarre conclusioni allettanti, ma non giustificabili". Se si ripensa al modo in cui era inteso il mestiere dello storico dell'architettura negli anni settanta, tra letture semiologiche e filologia, si coglie con più evidenza la generosità e il coraggio degli studi di Banham nell'ibridarsi delle pratiche dell'indagine che non teme lo scivolamento in generi differenti, nelle forme del linguaggio piane e accattivanti, nella costruzione del campo a partire da un'idea di architettura come testimonianza della vitalità dei modi di stare nello spazio e nello sforzo di anteporre a ogni interesse disciplinare e accademico la necessità della contemporaneità e della sua comprensione. A questi due aspetti, in particolare, non possiamo che essere ancora molto vicini. ■ c.bianchetti@fastwebnet.it C. Bianchetti insegna urbanistica al Politecnico di Torino Paesaggio estremo e aria colorata di Cristina Bianchetti Reyner Banham DESERTI AMERICANI ed. orig. 1989, trad. di Raffaella F'agetti, pp. 212, € 19, Einaudi, Torino 2006 inglese Scenes in America Deserta, di cui ora Einaudi propone la traduzione, è, con i libri su Los Angeles e Buffalo, frutto del trasferimento di Banham negli Stati Uniti nei primi anni settanta, dopo il periodo londinese nel quale lo storico dell'architettura aveva accompagnato i gruppi della neoavanguardia europea con un'anticipata attenzione alla cultura di massa (riletta come sviluppo della tradizione antiretorica ed empirica della democrazia inglese) e un'autentica passione per la tecnologia (fino alle immagini luccicanti del tech-no-pop). I libri americani hanno un impatto altrettanto forte: cambiano il modo di leggere città e territorio. Vittorio Gregotti, introducendo l'edizione italiana di Los Angeles, parla del libro come di una guida turistica particolare che ricorda da vicino il mondo dei viaggiatori europei del XVIII secolo, e il loro occhio attento, prima che alle cose, a mettere a freno i propri pregiudizi e a comportarsi in modo capace di comprensione. In apertura a questo volume, anche Banham parla, con understatement, di un'esplorazione possibile a un turista medio inglese. In realtà il libro contiene ben altro. Nelle sue pagine si mescolano memoria individuale e collettiva, la consapevolezza delle difficoltà di misurarsi con un paesaggio estremo che sconvolge ed esalta. L'autore parla della qualità della luce, della rifrazione, della scissione del colore dalla forma, del calore, del vento e del vuoto, del carattere del deserto che è "essenzialmente aria colorata" nell'estetismo di Van Dyke (locuzione che a Banham appare "un lampo di riconoscimento della cosa giusta"). La sua è una ricerca di dispositivi utili a osservare il modo in cui si coniugano l'essere umano e l'ambiente arido. Riscopre una sorta di weberiana etica protestante, sfilacciata e strafottente, che si riflette nella luce e nello spazio del deserto. Indaga manufatti anonimi che esprimono il loro carattere eroico in assenza di un proprio stile. Lavora su questa distanza. Ricostruisce quadri che sono insieme geologici, geografici, ambientali, storici, sociali ed economici, capaci di raccontare la presenza degli umani nel deserto, a partire da descrizioni frammentarie di comportamenti individuali e collettivi di fronte alla natura. Ne ricostruisce le trame e scopre che non rimandano a una condivisione con l'ambiente, a un'ecologia del deserto, ma semplicemente, si sarebbe portati a dire, al capitalismo consumistico. Contrappone con ironia il mito dell'uomo solitario alla sopravvivenza in "deserti modestamente popolati". Dedica pagine pungenti a Frank Lloyd Wright, "l'anglosassone protestante più autorevole che abbia preso in considerazione i deserti americani". Al centro rimangono, in ogni caso, gli spazi e le cose. Sarebbe troppo semplice dire che quella che Banham ci propone è un'indagine sull'ordinario. Stile col-