N. 2 22 Letterature La quotidiana lotta della moltitudine di Silvia Maglioni e Graeme Thomson Vikram Chandra GIOCHI SACRI ed. orig. 2006, trad. dall'inglese di Francesca Orsini, pp. 1008, € 18,60, Mondadori, Milano 2007 6 i Qe siete in ritardo per il w3lavoro, la mattina a Bombay, e arrivate alla stazione proprio quando il treno sta ripartendo, potete correre a fianco dei vagoni gremiti e vedrete molte mani che si allungano per aiutarvi a salire, protendendosi dal treno come petali. Mentre correte lungo la banchina, sarete presi su e sull'orlo della porta aperta verrà fatto un minuscolo spazio per i vostri piedi. Il resto sta a voi". Con questo treno affollatissimo ma sempre pronto ad accogliere la mano dell'ultimo arrivato che cerca di salire a bordo, che sia un indù, un cristiano o un musulmano, un brahmino o un intoccabile, Suketu Mehta (Maximum City, Einaudi, 2006) descrive quello che per lui è un aspetto fondamentale della vita sociale di Bombay, la prerogativa anti-malthusiana di trovare comunque spazio per tutti. Ma che tipo di convivenza può generare uno spazio in cui, letteralmente, non c'è più spazio? Quali le strategie da impiegare? Servendosi di un'identità aziendale fittizia, l'artista Tushar Joag ha creato una serie di soluzioni patafisiche e semiutopiche al problema sempre più pressante del sovraffollamento della metropoli indiana. Per le linee locali gestite dalla Mumbai Railway Vikas Corporation, ad esempio, la "ditta" Unicell ha progettato farseschi dispositivi di aggancio chiamati Commuter Attachment Systems', meccanismi a ventosa per viaggiare all'esterno del treno, maniglie speciali, appigli strategici per le dita, una piattaforma girevole che permetterebbe ai pendolari di oscillare dentro e fuori dal treno mentre gli altri passeggeri salgono e scendono. Anche il nuovo romanzo di Vikram Chandra deve fare i conti con un problema di sovraffollamento, non più letterale ma letterario, un sovraffollamento di storie, destini in balia di forze fuori controllo, traiettorie personali e impersonali che si ammassano all'interno, talora all'esterno, del treno narrativo. Sebbene all'apparenza possa sembrare una detective story classica che vede contrapporsi l'ispettore sikh Sartaj Singh (personaggio che fa la sua prima apparizione in uno dei racconti di Amore e nostalgia a Bombay, Instar Libri, 1999) e il gangster megalomane Ganesh Gaitonde, Giochi sacri è piuttosto un antithriller, un détournement del genere hardboiled in cui la suspense si trasforma in tempo sospeso e dilatato, pervaso da una molti- tudine di personaggi che portano con sé i loro microtempi creando continui spazi di iato nella linearità della trama. Ma il romanzo è anche una riflessione sulle possibilità/impossibilità di incontro tra le storie che lo compongono, in un contesto sociolinguistico in cui la parola encounter significa anche assassinio extragiudiziale. All'inizio di Giochi sacri troviamo Ganesh Gaitonde barricato in un cubo di cemento nel centro di Bombay. Sartaj Singh accorre sul posto per arrestarlo, ma Gai-tonde si rifiuta di uscire e inizia a raccontargli la storia della sua vita attraverso un improbabile citofono. Quando la polizia riesce a entrare nel cubo è troppo tardi, Gaitonde si è fatto saltare in aria insieme a una donna sconosciuta. Da questo incontro mancato tra detective e apradhi partono due binari paralleli: da un lato seguiamo le indagini di Sartaj per scoprire i retroscena della morte di Gaitonde e della donna; dall'altro, avvolti in un alone temporale impossibile tra vita e morte, ascoltiamo la continuazione della saga di Gaitonde, sempre raccontata in prima persona (o in "ultima persona", come direbbe Beckett). A questo proposito va ricordato che 1'»»-derworld di Ganesh Gaitonde è in parte frutto delle meticolose ricerche intraprese da Chandra nel mondo della criminalità di Bombay, dominata dalle mitiche gang di Dawood Ibrahim e Chhota Shakeel, di cui Suketu Mehta registra vivide "confessioni" in Maximum City. Come un Bildungsroman in piena deregolamentazione, l'ascesa di Gaitonde da piccolo ta-pori a grande boss della malavita passa attraverso le tappe classiche di iniziazione di ogni gangster che si rispetti (primo omicidio, sconfitta dei rivali, edilizia selvaggia, esecuzione dei traditori, prigione, sopravvivenza a numerosi attentati, coinvolgimento nel mondo della politica e dello spettacolo, esilio volontario) per poi imboccare traiettorie impreviste che non riuscirà più a controllare, come quando viene assoldato dai servizi segreti indiani o diventa succube e pedina di Swami Sh-ridhar Shukla, guru incantevolmente losco che trama piani di distruzione apocalittica. I capitoli dedicati a Gaitonde si alternano con il racconto dell'indagine di Singh. I due mondi, quello della polizia e della criminalità organizzata, presentano numerosi parallelismi: sono egualmente brutali e corrotti e si basano entrambi su giochi di pote- re, favori ed encounters, sebbene Singh cerchi ripetutamente di giustificare i suoi metodi con la retorica del poliziotto buono che deve diventare cattivo per fermare chi cattivo lo è veramente. In realtà Sartaj Singh è molto più simile a Ganesh Gaitonde di quanto non voglia ammettere e numerosi aspetti della sua vita riecheggiano quella del boss: l'attenzione maniacale ai dettagli, il culto della professionalità, la solitudine, il lutto per un amico scomparso, l'incapacità di comprendere le donne. Ma c'è un tratto che li differenzia, il loro atteggiamento nei confronti del mondo che li circonda: mentre Gaitonde utilizza la sua conoscenza degli altri per distruggerli o eliminarli, Singh cerca costantemente di ricostruire dalle macerie e di capire i motivi e le traiettorie degli omicidi su cui indaga. Inoltre Singh, a differenza di Gaitonde, è cosciente dei suoi limiti, del fatto che la sua conoscenza della storia è inevitabilmente incompleta e frammentaria. Questa cecità parziale che in un modo o nell'altro affligge tutti i personaggi del romanzo di Chandra è resa ancora più evidente dalla presenza di quattro "inserti" che, proprio come le piattaforme della Unicell, oscillano dentro e fuori dalla narrazione, offrendo squarci Simulare una vita vera di Viviana Chilese Uwe Johnson SCHIZZO DI UN INFORTUNATO ed. orig. 1982, trad. dal tedesco di Rossella Rizzo, con uno scritto di Luigi Reitani, pp. 80, €11, SE, Milano 2006 Il lettore a conoscenza della biografia di Uwe Johnson (1934-1984), scrittore tra i più importanti sulla scena letteraria tedesca del secondo dopoguerra, non può che rimanere stupito di fronte a questo testo, che è sì la narrazione di un "infortunio", ma anche la rielaborazione letteraria di un fatto intimamente privato. Si narra la storia di J. Hinterhand, alias Joachim de Catt, trovatello di presunta origine ebraica, nato nella località fittizia di Gneez nel 1906, morto a New York nel 1975 e scrittore di successo nella Germania prenazista. Invitato negli Stati Uniti per tenere una serie di conferenze, non potrà far ritorno in patria a causa della presa di potere di Hitler. Ma quel che più importa, la narrazione ruota attorno al rapporto del protagonista con la moglie che rappresenta per lo scrittore il trait d'union tra sé e il mondo esterno, l'interlocutrice e il modello privilegiato nella produzione letteraria, nonché l'altra metà ideale, capace di ricomporre l'unità androgina, venuta meno per volontà di Zeus. La scoperta del tradimento della moglie e la sua uccisione non rappresentano allora solo il crollo di un ideale amoroso, ma implicano una spietata correzione della percezione personale e la lenta, ma inesorabile distruzione dell'identità, proprio perché costruita sulla reciproca proiezione nell'altro. Rendersi conto che "nel bel mezzo di una vita falsa gliene avevano simulato una vera" provoca il blocco definitivo della coscienza, e al protagonista non resta altro che ammettere che "la vita umana si compie e fallisce nel singolo Io. Mai altrove". Dalla prospettiva di questo presente il passato deve allora essere riconsiderato, ogni immagine della memoria viene sottoposta a rettifica mentre il futuro è segnato dalla punizione di dover sopravvivere. Concepito già nel 1975, all'inizio di un blocco creativo durato dieci anni e provocato dalla scoperta del tradimento da parte della moglie, il testo verrà pubblicato per la prima volta solo nel 1981, in un volume collettaneo uscito in occasione dei settant'anni di Max Frisch. Tuttavia, come sottolinea Luigi Reitani nel bel saggio che accompagna il racconto, lo Schizzo di un infortunato non è solo la trasposizione letteraria di un fatto personale, ma si presenta piuttosto come fitto dialogo intertestuale con diversi autori e diventa momento di riflessione sulla possibilità o meno di descrivere l'esistenza umana in tutte le sue contraddizioni. D'altra parte lo stesso Johnson ha fatto del dato biografico uno dei principi fondamentali della propria produzione letteraria rappresentando già nelle opere precedenti, da Congetture su Jakob fino a I giorni e gli anni, le contraddizioni che compongono le infinite biografie. Ora, nello Schizzo di un infortunato, non si tratta più di descrivere i singoli individui nelle connessioni con altre persone, ma di veder minata l'immagine che l'individuo stesso ha del proprio io. Quel che ne risulta è un testo narrato tramite il discorso indiretto, teso a dimostrare l'infinito lavoro di revisione della mente e l'impossibilità di dar credito a ciò che si considera la realtà. Il discorso indiretto tedesco, è noto, non è di facile trasposizione in italiano, ma la traduttrice Rosella Rizzo ha ben saputo ridare il tono del testo inserendo a intervalli regolari verbi dichiarativi che aiutano il lettore a rievocare la natura del racconto. delle forze politiche e sociali che catalizzano gli eventi e determinano l'intrecciarsi delle traiettorie. Queste sezioni apparentemente slegate non giocano a scapito della tensione narrativa, come lamentano alcuni critici angloamericani, ma offrono una visione più ampia delle infinite ramificazioni delle storie e dei loro semi virtuali. Inoltre contribuiscono a determinare l'andamento musicale di Giochi sacri, un festina lente: il motore della narrazione deve per forza accelerare ma al tempo stesso riesce anche a rallentare, a trovare la calma per descrivere i dettagli apparentemente insignificanti della quotidianità dei personaggi, anche di quelli "minori", ammirare la poesia di una scarpiera organizzata con perfetta metodicità, la pacata lentezza con cui un maggiore dei servizi segreti pakistani lavora a maglia per dimenticare le trame letali in cui è coinvolto o il rigore con cui Zoya Mirza, randi d'alto bordo e aspirante attrice, illustra a Gaitonde la sua filosofia del make-up. Il mondo del cinema, in particolare quello hollywoodiano, è un altro elemento che permea la quotidianità dei personaggi: i colleghi di Singh intonano continuamente canzoni dai loro film preferiti, i "bravi ragazzi" singhiozzano davanti alla scena strappalacrime di Deewar che hanno guardato e riguardato migliaia di volte, e Gaitonde arriva persino, consigliato dal suo guru, a produrre un colossal fallimentare in cui possa recitare la sua amante Zoya. Se il cinema è il prisma principale attraverso cui i personaggi di Chandra vedono la vita, il movimento delle forze della Storia viene messo a fuoco da lenti più intime, quelle delle lotte quotidiane della moltitudine. Ed è proprio grazie a queste lenti che evita la trappola dell'astrazione accademica in cui cadono alcuni romanzi postcoloniali. Qui viviamo il trauma della partizione In-dia-Pakistan attraverso la dolorosa separazione di due sorelle, capiamo che i riots di Bombay dei primi anni novanta sono intrinsecamente legati a un capitolo preciso dell'ascesa di Gaitonde e alla rapida modernizzazione della metropoli. Anche la lingua poliforcuta di Chandra sembra scaturire direttamente dalla quotidianità dei personaggi, perfettamente consapevoli che conoscere l'inglese dell'impero è soprattutto una questione di potere, prestigio, new economy. Ma la resistenza e i sentimenti più veri li esprimono in bambaiya hindi: la "lingua dell'abbraccio", come l'ha definita Rushdie, che mescola hindi, tamil, gujarati, inglese, o "del sabotaggio", nell'espressione di Suketu Mehta. Così il sovraffollamento di parole locali che caratterizza Giochi sacri non rappresenta affatto un problema o un ostacolo alla lettura, ma ci accoglie nei suoi vagoni gremiti per divenire, come scrive il poeta Jeet Thayil, "qualcosa di condiviso, come una canzone ascoltata alla radio". ■ kafkatamuraSlibero.it S. Maglioni e G. Thomson sono studiosi di letteratura angloamericana e teoria letteraria