Storia Tragitti e svolte del liberalismo americano di Giovanni Borgognone Mario Del Pero HENRY KISSINGER E L'ASCESA DEI NEOCONSERVATORI Alle origini della politica estera americana pp. 198, € 18, Laterza, Roma-Bari 2006 Tra gli artefici della politica estera americana del secondo Novecento, Henry Kis-singer è stato generalmente descritto come la "mente europea", per l'impianto "realista" della sua visione geopolitica, in base alla quale Stati Uniti e U-nione Sovietica sarebbero stati considerati meramente due grandi potenze, proprio come, nel XIX secolo, la Prussia e la Russia. Una simile lettura delle relazioni internazionali da parte di Kissinger avrebbe dunque svuotato la guerra fredda di quel contenuto ideologico che aveva precedentemente innervato l'anticomunismo di Washington. Nella presente monografia, Mario Del Pero prova a correggere tale semplificazione, proponendo un'immagine del consigliere di Nixon e poi segretario di sta- to molto più immersa e contestualizzata nella cultura politica d'oltreoceano. Su tali basi l'autore intende inoltre spiegare i successivi sviluppi della storia americana (e quindi di quella mondiale), caratterizzati da una profonda crisi del liberalismo statunitense e dalla nascita del "neoconservatorismo", favorita per molti versi proprio dal fallimento del "kissingerismo". Nel primo capitolo Del Pero prende le mosse dagli albori ideologici del bipolarismo nel secondo dopoguerra, dopo l'abbandono dei progetti di età rooseveltiana di un "ordine internazionale liberale", che sarebbe stato reso possibile da una graduale riforma della natura sovietica e da una conseguente convergenza di interessi, politiche e modelli tra Urss e Stati Uniti. Il primo passo nel dibattito americano sulla nuova configurazione bipolare del mondo fu compiuto, come è noto, da George Kennan con il suo celebre "lungo telegramma", nel quale propose un fermo e vigile containment della Russia, in attesa di una trasformazione del regime sovietico, resa necessaria dalle sue contraddizioni interne. Alla formu- lazione di questa tesi seguirono discussioni a non finire. Basti pensare alle posizioni-di chi, come James Burnham e, a parole, John Foster Dulles, riteneva necessario un impegno più attivo da parte dell'America nel liberare il mondo dal giogo comunista. Di fatto fu comunque una rielaborazione del containment (criticata peraltro dallo stesso Kennan come fraintendimento della propria posizione) a caratterizzare, secondo Del Pero, la politica estera americana per quasi un ventennio: si trattava di una strategia di logoramento del nemico, confidando nella superiorità degli Stati Uniti. Sennonché negli anni sessanta tale fiducia entrò profondamente in crisi per diverse ragioni, tra le quali, soprattutto, il dramma della guerra in Vietnam, che mise fine alle certezze del colà war liberalism. Contribuirono a questo declino dell'ottimismo americano anche l'inedita percezione della limitatezza delle risorse (con la brusca alternativa tra "burro e cannoni") e le difficoltà economiche che il paese iniziava a conoscere nel mercato mondiale, di fronte alla concorrenza del Giappone e dell'Europa occidentale. Fu in quel mutato scenario che si plasmò il pensiero politico del giovane Kissinger, argomento del secondo capitolo del libro. La crisi del liberalismo fu accompagnata dalla nascita della Nuova sinistra, che intendeva mettere in discussione i valori americani, e da una revisione dello stesso liberalismo, che puntava a correggere l'internazionalismo accentuando l'idea della cooperazione e del ruolo delle istituzioni internazionali. Kissinger volle invece presentarsi come uno studioso disincantato della politica, profondo conoscitore dei sofisticati artifizi che caratterizzavano le relazioni tra le grandi potenze. Non a caso ricorse nei suoi scritti a "una prosa eccentrica, faticosa da decrittare, accessibile solo a chi decide di avventurarsi negli arcani delle relazioni internazionali". È proprio l'effetto scenico di questo apparato retorico ad aver suggerito l'impressione di una rottura di Kissinger con la cultura politica e geostrategica statunitense della guerra fredda, ma in realtà, e questa è la tesi centrale del presente volume, le argomentazioni e le categorie da lui adoperate (l'idea dell'impegno americano nel mondo, le giustificazioni dell'uso della forza, ecc.) erano state prelevate a piene mani dal deposito ideologico statunitense del dopoguerra. Criticando la politica estera di Ei-senhower, riproponeva, dietro la maschera del realismo, i classici topoi dell'arsenale strategico dei democratici: l'interventismo globale, la natura interdipendente del sistema-mondo, l'ossessione per la "credibilità" americana, la lettura fortemente bipolare delle relazioni internazionali. L'effettiva presa di distanze di Kissinger dal colà war liberalism riguardò, semmai, "l'ideologia della modernizzazione", la "sindrome da Piano Marshall", che aveva caratterizzato, in primis, le relazioni euroamericane: Washington aveva finito, in questa prospettiva, per esercitare una "leadership debole e confusa". La polemica kissingeriana si risolveva così in un'esplicita e radicale giustificazione dell'unilaterali -smo statunitense, dovuta all'i-naffidabilità militare degli europei e all'esigenza, da parte americana, di non sacrificare i propri obiettivi solo per giungere a compromessi con alleati deboli. Un altro elemento di distanza dall'immaginario liberal era, naturalmente, la critica all'universalismo dei valori, a cui si dovevano sostituire, almeno sul piano formale, la logica di potenza e gli imperativi dell'interesse nazionale. Kissinger, infine, denunciava la crescita burocratica nelle agenzie governative. Tuttavia, come osserva Del Pero, lui stesso aspirava, per certi versi, a essere il "capo della burocrazia", assegnando un ruolo centrale nella conduzione della politica nazionale e internazionale agli "esperti". Ciò che emerge fin qui, vale a dire l'idea di una sostanziale continuità con la logica democratica-liberal che aveva guidato gli Stati Uniti nella guerra fredda, trova conferma nel terzo capitolo, dedicato all'attività di Kissinger come advi-sor per la sicurezza nazionale e poi come segretario di stato, un impegno volto principalmente a rendere la struttura bipolare del mondo stabile e duratura (fu questo l'obiettivo anche della "distensione"). Nonostante la retorica realista, in ultima analisi, Kissinger rimaneva ancorato al paradigma dell'interdipendenza globale bipolare. In tal senso, l'apertura alla Cina non fu tanto "la presa d'atto dell'ascesa di una nuova grande potenza sulla scena mondiale", quanto una mossa in funzione bipolare: data la debolezza degli alleati europei, era utile per il bipolarismo incalzare l'Urss da oriente, in modo da impedirle di proiettarsi interamente verso ovest. L'ascesa del neoconservatorismo, affrontata da Del Pero nel quarto e ultimo capitolo, risultò per molti versi una reazione al kissingerismo, in difesa dei principi che avevano ispirato la politica estera statunitense nel primo ventennio della guerra fredda. Come si è visto, la riflessione politica e geostrategica di Kissinger era stata molto più avvinta al tessuto politico nazionale di quanto non ammettesse lo stesso autore, impegnato a costruire il proprio profilo machiavelliano. Orbene, il pensiero neoconservatore rappresentò, in quest'ottica, una competizione interna alla destra statunitense per la più fedele ed efficace difesa dell'americanismo anticomunista. La sua genesi fu catalizzata dall'esigenza di reagire alla sfida della Nuova sinistra, ma il successivo consolidamento avvenne in contrapposizione con il kissingerismo: al primato assegnato da Kissinger alla geopolitica, i neocons risposero riabilitando l'universalismo liberale e rilanciando la categoria del "totalitarismo" per descrivere il nemico da fronteggiare. E l'immagine che l'intellettuale e aspirante statista, nell'affrontare la crisi nazionale degli anni sessanta, aveva artificiosamente creato per sé finì per ritorcersi contro di lui: non a caso, infatti, i suoi nuovi avversari "a destra" lo accusarono di essere un europeo non assimilato. Va precisato, e Del Pero non manca di farlo, che negli studi sul neoconservatorismo è stata molto spesso sottovalutata la portata della crisi che gli Stati Uniti attraversarono negli anni sessanta: da lì nacque, in effetti, il forte impulso a recuperare i "valori" americani (morali, religiosi, politici ed economici) che si manifestò pienamente, poi, negli anni di Reagan e che giunse, infine, alla presidenza di George W. Bush. Del Pero contribuisce alla ricostruzione di questo sviluppo politico e culturale statunitense arricchendola di un importante tassello: il fallimento kissingeriano nell'"alterare in profondità le pratiche, la retorica e l'ideologia dell'azione internazionale degli Stati Uniti". Il mito del ritorno al passato non potè che trarne giovamento. ■ giovborg@tiscali.net. it G. Borgognone è dottore di ricerca in storia delle dottrine politiche all'Università di Torino Guardando alla polis Niall Ferguson COLOSSUS Ascesa e declino dell'impero americano ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Valentina Pecchiar, pp. 402, €20, Mondadori, Milano 2006 Nel 2002 il politologo neoconservatore Robert Kagan, con l'articolo Power and Weakness, propose l'ormai celebre distinzione tra un'Europa "venusiana" e un'America "marziana"; poi, nel suo volume del 2003, Of Paradise and Power, ribadì sostanzialmente lo stesso concetto, contrapponendo al postmodernismo del Vecchio continente l'hobbesiane-simo d'oltreoceano. Nel corso delle successive dispute transatlantiche sulle divergenti identità politiche dell'Europa e degli Stati Uniti, è emersa, tra gli altri temi, l'antitesi tra il modello "imperiale" e quello "statale-nazionale". Il libro di Ferguson, per molti versi, rientra in questa querelle. L'Unione Europea, afferma l'autore, è un impero non riuscito, le cui istituzioni non sono concepite per imbrigliare ed esercitare un potere, come dovrebbe avvenire in un impero, bensì per distribuirlo tra gli stati membri all'interno dei suoi confini. Essa è dunque "una confederazione che sogna di essere una federazione senza mai diventarlo". Le preoccupazioni americane per l'ascesa degli "Stati Uniti d'Europa" sono pertanto, a giudizio di Ferguson, immotivate: il Vecchio mondo rimarrà ancora l'"Europa degli Stati". Ugualmente antieuropeista è la posizione espressa da Jeremy Rabkin, insegnante alla .Cornell University, nel volume Law without Nations? Why Constitutional Government Re-quires Sovereign States (Princeton University Press, 2005). In questo caso, però, la nozione di "impero" viene ribaltata e vista come la pre- tesa utopica, da parte degli europei, di costruire una Torre di Babele, ovvero di sostituire con un progetto umano unitario la potenza divina, in modo da dettare legge al mondo. Rabkin delinea così, per certi versi, la contrapposizione tra un'Europa "romana" e un'America "greco-giudaica", che ha assorbito l'amore per la libertà e l'indipendenza dalle poleis greche e, nel contempo, l'idea ebraica di un singolo popolo come modello o esempio per le altre nazioni. Ora, mentre l'impero è per Rabkin un sogno, antico ma anche "postmoderno", che nega l'unico presupposto sicuro della liberaldemocrazia, vale a dire la sovranità degli stati-nazione, Ferguson scorge proprio in quest'ultima il maggior limite della politica europea (incapace di realizzare un vero federalismo di fronte agli interessi nazionali), e invita gli americani a volgere lo sguardo verso un modello imperiale del passato, europeo sì, ma anche anglosassone, ossia quello britannico. Il mondo, secondo Ferguson, ha infatti bisogno di un "impero liberale efficace", in grado di dispensare il libero commercio, la legalità, l'integrità delle strutture amministrative e i necessari investimenti per infrastrutture, sanità pubblica e istruzione. Gli Stati Uniti sono, a suo avviso, il migliore candidato per questo compito, sulle orme della Gran Bretagna di inizio Novecento, giunta a concedere un "governo responsabile" alle colonie che dimostravano un chiaro progresso verso la modernità economica e la stabilità sociale. In un contesto internazionale nel quale le più gravi minacce alla pace provengono da'stati falliti o deboli, Ferguson è quindi convinto che un siffatto impero liberale produrrebbe enormi vantaggi, tanto nella prospettiva degli interessi americani quanto in una logica altruistica. (G.B.)