In primo piano Un excursus storico e politico che muove da Salò e arriva fino a Berlusconi, sottolineando i conflitti interni alla storia della Repubblica. Assolutizzando la guerra civile, si dimentica però il lavoro quotidiano e pacifico dei milioni di italiani che cooperarono alla costruzione della nostra Repubblica. Storia occulta a bassa intensità di Bruno Bongiovanni Giovanni Fasanella e Giovanni Pellegrino LA GUERRA CIVILE pp. 166, €8,20, Rizzoli, Milano 2006 C'è ormai una storia "occulta" dell'Italia repubblicana che si sovrappone alla storia, certo complessa e ricca di contrasti, ma cionondimeno "normale", che più generazioni di italiani hanno attraversato senza evidentemente rendersi conto che a fianco delle loro vite, inserite nel più spettacolare sviluppo strutturale (e anche civile) di tutta la storia italiana, scorreva, implacabile e assai spesso violenta, una vicenda in qualche modo "parallela". Sinora, questa vicenda occulta, che si snoderebbe, secondo il senatore Pellegrino, "da Salò a Berlusconi", era tuttavia costituita da un insieme di tessere che a stento riuscivano a dar forma a un mosaico di decifrabile lettura. Nel libro-intervista di Pellegrino, già presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato e della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, si trova invece, grazie anche alle sollecitazioni di Fasanella (specialista di storia "segreta"), e sia pure in modo ipersemplificato e talora fantasioso, un disegno organico, a tratti dotato di ipnotica , sedutti-vità, e al cui interno tutte le tessere, incastrandosi (quasi) perfettamente tra di loro, concorrono a rifornire di senso il puzzle del "dietro le quinte" italiano. Perché questo sia possibile è però necessario pagare un prezzo assai alto dal punto di vista politico, storiografico e anche, per così dire, "narrativo". E necessario cioè supporre che tutta la storia repubblicana vada sussunta, come i seicento giorni di Salò, sotto la categoria invadente, totalizzante, e nel contesto repubblicano anche un po' scellerata, della guerra civile, la quale, peraltro, a Dio piacendo, va definita, secondo Pellegrino, ma solo a partire dagli anni sessanta, "a bassa intensità". Il senatore, nella circostanza, è del resto volontariamente succube dell'impostazione del consulente della Commissione stragi Virgilio Ilari (Guerra civile, Ideazione, 2001). Ilari legge infatti tutta la storia d'Italia - dalle insorgenze antirepubblicane (1796-99) a Mani pulite (1992-94) - come un ininterrotto succedersi di guerre civili. Una tale iperbolica lettura, eccitante e mediatica-mente spettacolare, è stata d'altra parte fatta propria, in passato, anche dagli editorialisti e dai notisti del "Corriere della Sera". E uno storico di larga espe- rienza e grandi capacità come Aurelio Lepre, seguito poi a ruota da Luciano Violante, ha introdotto, per il dopoguerra, il marchingegno ermeneutico della "guerra civile fredda". A destra (si pensi alla fortuna in quest'area della "guerra civile europea" e poi "mondiale" di Nolte), ma anche a sinistra, e dunque con una sorta di concordia discors, sembrerebbe emergere un paradigma autoassolutorio: perdonateci, ma abbiamo vissuto, e stiamo ohibò ancora vivendo, pur essendo da tempo riusciti a entrare nel club esclusivo dei paesi più industrializzati, nientemeno che una guerra civile permanente. Il titolo, come il retroterra politico-culturale che lo ispira, è dunque discutibile, ma il libro si legge letteralmente d'un fiato. Tanto più che Pellegrino, anche se lo cita una volta, rinuncia di fatto ad esibire il "doppio stato", espressione da lui in precedenza usata e che tanti equivoci ha suscitato in anni recenti, malgrado sia stata in realtà elaborata negli anni quaranta da Fraenkel per disegnare la natura del nazionalsocialismo e risulti quindi inadatta a descrivere una repubblica democratica. Quando infatti Pellegrino evita di inabissarsi nei Begriffe (il Bùrgerkrieg, il Doppelstaat), è in grado di sfoderare una quieta e accattivante logica consequenziale che è connaturata all'efficace argomentare degli avvocati più brillanti, ma che non poco può essere utile anche agli storici. Vediamo ora la storia occulta della repubblica. All'inizio vi fu la Resistenza, che fu anche, da parte comunista, un moto popolare naturaliter schierato con uno dei soggetti della "Grande alleanza" antihitleriana, l'Urss. I servizi segreti americani, e con loro l'ala conservatrice della classe dirigente italiana sopravvissuta al crollo in atto del regime, e persino la mafia, contattarono allora, prima ancora della fine della guerra, alcuni gruppi neofascisti, ivi compresa la X Mas di Junio Valerio Borghese, per utilizzarli in chiave anticomunista. E fin qui siamo in linea con gli studi recenti, dal lato sinistro, di Giuseppe Casarrubea (per la Sicilia e Portella della Ginestra) e, dal lato destro, di Giuseppe Parlato (per la nascita e la funzione del Msi). Dentro la guerra civile tra fascisti e antifascisti si produsse così "la faglia della guerra fredda". Il che riprodusse la guerra civile. E vennero allora gli anni della Volante rossa, i cui promotori furono partigiani della Valsesia. Nel Pei, d'altra parte, animato da una netta diffidenza verso Togliatti, che si era reso conto che in Italia non si poteva fare la rivoluzione bolscevica, agiva un apparato paramilitare controllato dai fedelissimi insurrezionali-sti di Pietro Secchia. Cui si affiancava un "terzo livello", costituito "con ogni probabilità" da una rete del Kgb, che aveva funzioni di intelligence all'interno, non meno che all'esterno, del partito. Anche in Urss, tuttavia, soprattutto dopo il fallimento della guerriglia greca, non si pensava possibile, e neppure auspicabile, un atto di forza in Italia. Si temeva inoltre, sospettando Togliatti (che, secondo Pellegrino, si salvò a stento, come Berlinguer nel 1973, da un attentato organizzato dal Kgb), una deriva neutralista (di stampo titoista) e apertamente socialdemocratica. Che voleva dunque l'Urss? Non certo sovietizzare l'Italia, secondo Pellegrino, ma deatlantizzarla e renderla simile all'Austria o alla Finlandia, ossia equidistante tra i blocchi. Così si sarebbe potuto creare un "caso jugoslavo" nel campo occidentale e depotenziare, almeno parzialmente, il containment di Truman e di Kennan (il quale, non per nulla, chiese nel 1948 di mettere fuori legge il Pei). L'in-surrezionalismo era utile a questa finalità? Mi sembra di no. E Pellegrino non si pone questa domanda. Ma, certo, a suo dire, vi furono forze che, pur restando nel Pei, agirono almeno parzialmente, oltre che per conto di Mosca, per proprio conto. E questo spiega, secondo Pellegrino, la filiazione, per lui praticamente certa, tra ala secchiana, Volante rossa, e poi, molti anni dopo, Brigate rosse. Dall'altra parte si organizzarono gli "atlantici d'Italia". I partigiani "bianchi" (Sogno in testa), e con loro i servizi americani e quindi la rete di Stay Behind e Gladio, non esitarono a mantenere i contatti, in nome di un anticomunismo "di stato", con i gruppi neofascisti. Anche qui si trovarono uniti, come nel fronte "rosso", segmenti che avevano finalità diverse: tra queste finalità vi erano il lavoro di intelligence e di infiltrazione (il caso dell'ex partigiano comunista Roberto Dotti, presunto assassino del dirigente industriale Codecà nel 1952, e poi in contatto con Sogno, è clamoroso), la legittima protezione del suolo italiano in caso di invasione sovietica, la svolta presidenzialistica conser- VENTANNI IN CD-ROM NOVITÀ L'Indice 1984-2004 27.000 recensioni articoli rubriche interventi € 30,00 (€ 25,00 per gli abbonati) Per acquistarlo: tel. 011.6689823 abbonamenti@lindice.com vatrice (con tentazioni golliste dopo il 1958), la sovversione paragolpista - stile Grecia 1967 - delle libere istituzioni. Si arrivò tuttavia, sulla base della conventio ad excludendum del Pei e nel contempo dell'influsso di quest'ultimo sulla vita parlamentare e sociale del paese, a un compromesso democratico. E qui c'è la parte più convincente del ragionamento di Pellegrino, che non esita a tessere un sincero elogio della classe politica dei primi sette lustri della repubblica, dagli italiani ingiustamente bistrattata. Togliatti e De Gasperi, ma anche La Malfa e Nenni, così come poi i veri eroi di Pellegrino, vale a dire Moro e lo stesso Berlinguer (ma quest'ultimo solo fino al 1979), seppero infatti, cooperando, tenere sotto controllo la sedicente guerra civile, assecondare lo sviluppo, modernizzare l'Italia. Restano tuttavia afasici, nella ricostruzione di Pellegrino, quei milioni e milioni di italiani, non importa se "rossi" o "bianchi", che non si appassionarono allo scenario arroventato qui descritto, che non furono neppure "zona grigia" e che si mossero senza essere eterodiretti. Furono loro gli artefici veri del compromesso democratico e della rivoluzione industriale di massa. La saggezza dei politici consistette in realtà nel comprenderli e nell'accom-pagnare la loro marcia, non facile, e non priva di conflitti interni, verso il benessere. Il tragitto verso il naturale sbocco del centrosinistra riformatore fu però più volte messo in forse. E il pezzo neofascista dell'anticomunismo di stato nel 1960 fu espulso, dopo una breve comparsa, dall'area di governo. Rimase però "libero" e divenne manovalanza disponibile per pericolose avventure. Fu così che le minacce alla democrazia, finalizzate a equilibri più arretrati, diventarono, contro la volontà di una parte cospicua dello stesso anticomunismo di stato, stragi e tentativi abortiti ("neri" con Borghese e "bianchi" con Sogno) di colpo di stato. Qualcuno, infatti, giocò in proprio, contando sulle complicità da tempo acquisite nel campo occidentalista e sull'imbarazzato silenzio degli atlantici oltranzisti, ma non fascisti o golpisti (partigiani bianchi, politici di governo, servizi italiani ed esteri). Nel settore avverso, contestualmente, la mai del tutto assopita ala insurrezionalista riprese vigore: Pellegrino, che concede certo troppo credito alle testimonianze di Franceschi-ni, pensa inizialmente a Feltrinelli, che con la bomba sul traliccio voleva disturbare il congresso del Pei (ma la cosa ha senso?) in vista della consacrazione della segreteria Berlinguer, invisa ai secchiani residui. Questi ultimi, aggrappandosi parassitariamente ai movimenti degli anni sessanta e settanta, ebbero così modo di confluire nell'esperienza della lotta armata o di influenzarla. E qui saltano fuori, in Pellegrino, misteriose e non spiegate allusioni (ma ce le aspettavamo, prima o poi) al Mossad, alla Stasi e al mondo oscuro dei servizi. Si arrivò comunque a sabotare le politiche di Moro e di Berlinguer, alternative agli oltranzismi dei rispettivi schieramenti e animate dal proposito (il che vale per Moro) di scommettere sull'evoluzione euro-occidentale del Pei. Assassinato Moro, la cui morte secondo Pellegrino (che pure ammette l'autonomia delle Brigate rosse) faceva comodo a troppi, il Pei di Berlinguer si richiuse in se stesso, sempre più antisovietico, ma anche blindato dentro l'arcaica retorica dell'austerità anticonsumistica. E anche la De smarrì, per sempre, la sua centralità. Emerse così, morti misteriosamente da tempo Secchia e Borghese, e liquidato Sogno, l'ala "azionista" (aggettivo più volte usato da Pellegrino), li-beraldemocratica, "tecnocratica", laica, e anche di sinistra, dell'anticomunismo di stato. Ed ecco, con Pertini, i governi Spadolini e Craxi, cui il Pei, avvitato su se stesso e orfano della sponda morotea, non prestò, secondo Pellegrino, l'attenzione che meritavano. Confidando, poi, caduti i comunismi, sui giudici, i quali furono peraltro autonomi nelle scelte e giocarono, in nome della società civile, la loro carta contro la politica, che consideravano, a dire di Pellegrino, sorpassata (come la storia per il Fukuyama di quegli anni, parrebbe), facendo involontariamente nascere l'antipolitica, alle procure morfologicamente contigua, di Berlusconi. Solo in parte si diede ascolto a Cossiga (un personaggio qui positivo), che intendeva azzerare, con una "confessione" di tutti, la stagione della guerra civile. Le cose migliorarono, per Pellegrino, quando D'Alema sostituì Occhietto (un personaggio qui negativo). Ma ormai Berlusconi, "zoccolo duro dell'anticomunismo di Stato" (sarà così?), aveva ereditato, sospinto dagli errori della sinistra, il sempre efficace bipolarismo escludente dello stile politico della guerra civile. E l'Italia non era un paese che potesse restare a lungo innamorato dei pubblici ministeri. Non si potè così uscire dal peccato originale consumato prima del 25 aprile. Un excursus certo da tener presente, come si vede. Ma che rende logici, troppo logici, i nessi tra tutti i passaggi. La inesistita (diciamolo!) guerra civile diventa inoltre regina di tutte le cose, come pretendono, per au-toassolversi a loro volta, anche i bierre Franceschini e Morucci. Correttamente, in conclusione, Pellegrino sostiene tuttavia che è alla storia, e non alla giustizia o alle sentenze, che compete la ricostruzione del passato. Si potrebbe aggiungere che tale ricostruzione non compete neppure alle commissioni parlamentari d'inchiesta, pur riconoscendo la grande importanza, e lo statuto di fonte, di queste ultime. ■ bruno.bon@libero.it B. Bongiovanni insegna storia contemporanea all'Università di Torino