Saggistica letteraria un appello a Israele per fermare la guerra in Libano. "Cherchez le drame", gli ripeteva, ai tempi dei suoi studi, un acuto professore di geografia; "che dobbiate parlare di problemi di demografia mondiale o di un umile fiumiciattolo che scorre a fatica tra i pioppi". Si dice dramma, è chiaro, commenta Vidal-Naquet, e si intende dialettica. E di drammi infatti scriverà sempre questo autore: intorno al mito di Atlantide si intrecciano nazionalismi e antisemitismi, favole sul destino oscuro delle dodici tribù di Israele e stupefacenti genealogie immaginarie. Anche l'Italia trova in Atlantide il mito delle origini patrie. L'eroe, in questo caso, è il conte Gian Rinaldo Carli (1720-95) che in una sola mossa fa degli italiani gli abitanti primi di Atlantide e gli antenati di tutti i popoli. Se anche Spagna e Svezia trovano in Atlantide le loro favolose origini nazionali, come sorprendersi che l'isola scomparsa diventi più tardi la patria vittoriosa degli eletti ariani? Per l'ideologo nazista Alfred Rosenberg, "gli Atlanti, questi antenati dei Germani, si erano sparsi un po' ovunque, perfino in Galilea, che non si confondeva con la Giudea, fatto che permetteva di fare di Gesù un Atlante, quindi un non ebreo". Quasi in risposta, nel 1944, due ungheresi del ghetto di Theresiensadt compongono un'opera intitolata "L'Imperatore di Atlantide", denuncia nemmeno troppo implicita del totalitarismo nazista: l'opera sarà vietata e i due autori assassinati ad Auschwitz. Una trentina di anni dopo Georges Perec descrive, con lo stile distaccato di un etnologo, la perduta isola di W, centro del suo romanzo autobiografico, costruito su due storie speculari: W o il ricordo d'infanzia. L'isola di_W - di cui Vidal-Naquet tratta eccezionalmente, avendo per scelta deliberata deciso di non occuparsi delle Atlantidi letterarie -, in apparenza un edenico paradiso olimpionico, non tarda a rivelare un significato secondo: laddove tutto sembrava gioco si nasconde un rigido sistema normativo, il più tremendo degli universi concentrazionari. "Io non ho ricordi d'infanzia", scrive Perec all'inizio della sua epica autobiografia. "Questo non è un racconto", avverte Platone prima di narrare la sua Atlantide, coinvolta nella guerra contro la potente Atene. Vidal-Naquet smentisce: "Lo spazio di Atlantide non è nella storia degli avvenimenti, ma in quella del pensiero". Atlantide, altrimenti detto, non è per Platone che il doppio di Atene: la città libera e misurata contro quella ambiziosa e imperialista, una favola politica, insomma. Tra storia e finzione, questa, anche più dei suoi Mémoires (1995 e 1998), è la più sottile e ironica delle autobiografie di cui Vidal-Naquet ci fa dono: "Rendere il mito all'immagine e alla poesia, dopo averne disossato la storia, è la grazia che auguro a tutti coloro che leggeranno questo piccolo libro". ■ aliee_cerieu@yahoo.fr E. Martelli è dottore di ricerca all'École des Hautes études en Sciences Sociales di Parigi Uomo comune di Guido Paduano Alessandro Perutelli ULISSE NELLA CULTURA ROMANA pp. 134, €11,50, Le Monnier, Firenze 2006 Oggetto anche ai t nostri 'tempi di attenzione universale, in forme che vanno dalla più spericolata invenzione artistica alla più trita routine retorico-sociologica, il mito di Ulisse si presenta come la più utilizzata dalle chiavi deputate ad aprire la porta tra antico e moderno: il libro di Alessandro Perutelli, che tratta a fondo un versante fino a oggi lasciato in ombra, investiga la transizione fra antico e moderno come esperienza che matura attraverso il succedersi travagliato e articolato delle culture poetiche, in quella parte essenziale e ineludibile di questo percorso che si consuma nella civiltà romana. Essenziale e ineludibile non solo per lapalissiane ragioni storiche, giacché quello e non altro è il passaggio obbligato che traghetta il patrimonio antico al medioevo europeo, ma anche per il carattere riflesso (ellenistico) della letteratura latina che la rende un campo privilegiato di applicazione del nostro concetto di tradizione letteraria, o se si vuole di quello più recente di intertestualità - in breve, la rigenerazione delle forme letterarie all'ombra delle mutazioni storico-sociali, oltre che della transcodificazione linguistica. que oggetti anche molto diversi tra loro sulla base dell'opposizione allo stile semplice, sotto l'insegna proteiforme della complessità. I caratteri di questa complessa "lingua iper-media" individuati fin dal prologo sono: l'eccesso (inteso soprattutto come iper-uso stilizzato -ritornellante - di tratti del parlato sul lontano modello del Capriccio sanguinetiano); la metate-stualità; la permeabilità ai codici dei vecchi e nuovi media; la plurisensorialità; la distorsione o amplificazione della medietà linguistica. E molto persuasivo che alcuni elementi di per sé tipici del parlato non vadano interpretati sempre come vettori di mimesi dell'oralità: altri istituti linguistici sono poi accostati a essa più in virtù di un'immagine virtuale della lingua che della sua realtà empirica: paratassi, periodo breve e (soprattutto) stile nominale pervasivi in molta narrativa sono tratti solo pregiudizialmente riconducibili al parlato (molto più plausibilmente a una finzione di esso più o meno teatrale). Di qui una necessaria distinzione tra un parlato "semplificato" (impoverito, banalizzato) di neonaturalistica inerzialità e un "piùccheparla-to" che del parlato è una monologica e straniata esasperazione (Aldo Nove, tanto per capirci). Distinzione utilissima: soltanto non credo che vi si giunga attraverso la funzione Gadda (le grandi scritture nevrotiche - Landolfi ma anche il pluristilistico Gadda con il suo caos iperorga-nizzato - sono lontane dal parlato e dalla sua più o meno presunta mimesi); un po' più via "funzione Sanguineti". Ma non trascurerei i tic e i manierismi del linguaggio psicotico (mi pare, tuttavia, di capire che Antonelli non consideri la "funzione Bernhard" italiana - e quindi le ricor-sività sintattiche, il "troppo pieno" di Trevisan e Pica Ciamarra, che io credo essere i nuovi narratori più rilevanti degli ultimi dieci anni - come pertinente alla lingua ipermedia) e al limite anche l'esasperazione dello stile semplice. La questione principale sollevata dal libro appare questa: sono riconducibili alla categoria della lingua ipermedia tutti gli oggetti che Antonelli vi rubrica? La risposta è senza dubbio positiva per le pur diverse soluzioni linguistiche di Aldo Nove e di Tommaso Ottonieri, e in parte per quella di Paolo Nori (ma qui la mediatezza diminuisce), già meno per il mediocre coupé tra Ilvio Diamanti e rotocalco pour les dames di Pascale, meno ancora per le molte scritture immediate à la blog (Luperini non aveva poi tutti i torti) e per quelle mediatissime (vedi il neobarocco virtuosistico e linguaiolo di Scarpa). Secondo punto decisivo, le categorie di analisi della stilistica. Ha ragione da vendere Antonelli quando stigmatizza l'inefficacia della stilistica tradizionale nell'analisi di testi recenti (per la poesia il fatto è anche più evidente), anche se io sarei più netto nella rinuncia alla nozione di "scarto". E interessante è la proposta di una "stilistica strategica", che ha il merito di considerare il testo nella sua interezza e in rapporto all' extratesto (pur esagerando forse un poco la rilevanza dell'intendo auctoris). Non è qui il luogo per discutere le griglie proposte, né per controproporre modelli (una stilistica sistemica? una stilistica fenomenologica?). Sì, però, per registrare l'urgenza di un dibattito sull'epistemologia della stilistica, perché il pur spesso efficace empirismo preteorico e l'onda lunga spitzcriana faticano a inquadrare i testi del nostro tempo. Molti altri sarebbero i problemi da discutere: ma è intanto importante che questo libro abbia lanciato un sasso in uno stagno a oggi piuttosto acquitrinoso. È una vicenda di molti secoli quella che si conclude nell'impero bilingue dopo essere iniziata con il feroce dibattito repubblicano tra i misoneisti, sostenitori di un'austerità rigida e quasi autoctona, per cui pergraecari voleva dire abbandonarsi alla vita dissoluta, e i circoli politico-culturali più aperti e lungimiranti: l'autore ci guida, con la sua competenza di latinista di ampio credito, ma anche con una dizione pacata e piacevole, attraverso le successive tappe e le soglie qualitative che corrispondono alle maggiori personalità: dalla traduzione dell' Odissea di Livio Andronico - la prima traduzione letteraria della cultura occidentale - e dalla ricomparsa di Ulisse nel teatro repubblicano (tragico e comico), si passa al fondamentale assestamento del mito da parte di Cicerone, il maggior estimatore latino di Ulisse, e poi all'altro punto di svolta decisivo, l'epos virgiliano, in cui Ulisse è insieme il nemico più detestato e il modello delle sofferenze e delle peregrinazioni di Enea. Tale sarà anche per il narcisismo lagnoso dell'Ovidio esiliato, dopo aver specializzato in senso erotico la sua tradizionale sapientia ed eloquenza per l'Ovidio delMw amatoria. E poi ancora Seneca, Stazio, la valorizzazione di Ulisse viaggiatore nel romanzo di Petronio e Apuleio, e di Ulisse retore in Quintiliano e nella nuova sofistica, fino alle stanchezze e ai manierismi del tardo antico. L'indagine è serrata e sottile, e prodiga di risultati ermeneutici, tra i quali, a puro titolo d'esempio, l'analisi delle microstrategie argomentative con cui Cicerone, traducendo nelle Tusculane un passo dell'Apologia platonica, occulta e riduce gli elementi sfavorevoli a Ulisse; la disperazione della Calipso properziana letta come raffinata variazione del dolore di Ulisse in Omero; la critica alla tesi di Bernard Andreae circa un presunto ruolo di Ulisse come modello della politica imperiale (capitolo che mostra il profondo interesse dell'autore per l'arte figurativa). Ma non c'è mai, invece, eccesso di sottigliezza: al contrario, un integrale (e raro) esercizio dell'onestà intellettuale porta sempre a preferire all'unificazione forzosa del messaggio testuale l'accettazione della sua natura variegata o possibilmente contraddittoria (si veda al riguardo la conclusione del capitolo oraziano). Varietà e contraddizioni, peraltro, sono inquadrate dentro un'idea interpretativa forte, che Perutelli suggerisce con discrezione nella premessa, lasciandone la verifica al lettore prima di riprenderla vibratamente nell'epilogo: l'idea cioè che Ulisse si offra a identificazioni plurime e variabili in ragione della sua vicinanza all'individuo comune e ai bisogni che nascono dalle epocali mancanze di certezze. Eppure, esiste nell'Odissea uno statuto eroico del protagonista, le cui scelte hanno radicalità non in- feriore a quella di Achille: Ulisse rifiuta l'immortalità per tornare in patria (un dato sottovalutato da interpreti antichi e moderni, ma non dal Cicerone del De oratore), e rifiuta l'offerta di risarcimento dei pretendenti prendendo la distanza dalla mercificazione dei valori in un modo che ricorda la risposta di Achille all'Ulisse messaggero di Agamennone nel IX dell'Iliade, e mette in preziosa controluce l'esilarante rappresentazione di Ulisse heredipeta nella satira II 5 di Orazio. Ma ciò che davvero importa è che raffrontata ali 'Iliade - il solo raffronto testuale per essa possibile - l'Odissea mostra una rappresentazione della personalità eroica non come funzione diretta dell'energia pul-sionale, ma come funzione "reattiva", se così si può chiamare: come strategia di opposizione e vanificazione degli ostacoli, che sortisce l'effetto di conferi-re agli ostacoli stessi il massimo di rappresentatività, e in altre parole definisce l'individuo dentro la gabbia delle situazioni che lo condizionano. In questa situazione, si capisce che la virtù principe divenga la tlemosyne ("sopportazione"), ma si capisce anche la valorizzazione dell'inganno come via traversa per avere la meglio su avversità non direttamente superabili, e della parola come strumento di manipolazione del reale al medesimo fine. Certo, nella Roma dove fides graeca era una corrente espressione ironica e dove Orazio celebrava la lealtà verso il nemico di Attilio Regolo, non poteva che prevalere la deprecazione della frode ulisside (su questa via, a quello che viene sentito come topos virgiliano tengono dietro Seneca come Stazio, ma anche Ausonio); o, meglio, la celebrazione dell'inganno è possibile solo nello scenario trasgressivo, prezioso e precario, della commedia plautina. Ma è straordinariamente interessante che la tlemosyne venga interpretata da Cicerone come adattabilità e disponibilità ad adeguarsi a situazione politicamente difficili: questo è il senso che Perutelli ricava con una sapiente analisi dal passo del De officiis in cui, con il pretesto di affermare la necessità della coerenza fra carattere e comportamento, l'opposizione fra il suicida Catone e i pompeiani collaborazionisti viene sovrapposta a quella fra il suicida Aiace e un Ulisse capace di ottenere i suoi scopi con un modo di fare omnibus affabilcm. Un'altra operazione di Cicerone, meno sospetta di autobiografismo e ancora più rilevante, è quella che avvia la canonizzazione di Ulisse come eroe della conoscenza, conducendo nel De fini-bus un'intensa analisi dell'episodio delle Sirene: Orazio, che gli terrà dietro nell'Epistola 1.2, stabilisce addirittura, con l'opposizione fra Ulisse e la folla anonima degli individui fruges consumere nati, l'impalcatura ideologica dell" 'orazion picciola" con la quale l'Ulisse di Dante guiderà i suoi compagni nell'abisso. ■ paduano@flei.unipi.it G. Paduano insegna letterature comparate e letteratura greca all'Università di Pisa