N. 3 Idei libri del mese! 41 Jonathan Franzen, zona disagio, ed. orig. 2005, trad. dall'inglese di Silvia Pareschi, pp. 216, € 16,50, Einaudi, Torino 2006 Nell'estate del 1999, poche settimane dopo la scomparsa della madre Irene, Franzen viene incaricato dai fratelli di occuparsi della vendita della casa di Webster Groves, un sobborgo di St Luis, nel Missouri, dove lui stesso ha trascorso gran parte della vita prima di spostarsi a New York. La casa è il romanzo di Irene, "la storia tangibile che aveva raccontato su di sé", scritta spostando mobili e disponendo oggetti, riempiendo le mensole di fotografie, ponderando "la disposizione dei quadri sulle pareti come uno scrittore pondera le virgole": è sua madre la prima a insegnargli l'importanza assoluta del dettaglio. La vendita della casa (descritta come una sorta di spoliazione, perpetrata da "un conquistatore che bruciava le chiese e fracassava le icone del nemico") gli offre l'opportunità per immergersi nella "zona disagio" della memoria, ripercorrendo, nei sei saggi che compongono il volume, alcuni momenti significativi della sua esistenza. L'autore di Le correzioni ricorda gli anni settanta della contestazione studentesca, quando suo fratello Tom andò via di casa; propone una lettura dei Peanuts di Schulz; offre un resoconto dettagliato delle gite parrocchiali e degli scherzi goliardici compiuti a scuola; rivive la nascita della sua passione per la lingua tedesca, trasmessagli durante gli anni di università. Infine, racconta del suo interesse per il bird watching (mentre esprime una crescente preoccupazione per l'ambiente), l'antidoto per riempire il vuoto generato dalla scomparsa della madre e dal fallimento del matrimonio. Emerge sullo sfondo di tali eventi personali un quadro dell'America dagli anni settanta a oggi, in cui la piccola comunità di Webster Groves sembra costituire un rassicurante rifugio contro il caos dei rivolgimenti politici e sociali. Infatti, riflette Franzen tornando indietro a quel decennio, a differenza di quanto accadeva nelle grandi città costiere, "lì, al centro del centro, (...) non c'erano altro che famiglia e casa e vicinato e chiesa e scuola e lavoro. Ero racchiuso dentro bozzoli, a loro volta racchiusi dentro altri bozzoli". Massimo Paravizzini nante e da Lillian Hellman, divenuta in seguito la sua esecutrice testamentaria. Layman registra con cura quasi maniacale nomi, date, luoghi, testimonianze. Nella prefazione precisa di non aver concesso nulla all'invenzione romanzesca: "Nelle biografie letterarie recenti -afferma - è chiara la tendenza a concentrarsi non tanto sui fatti della vita di un autore, quanto sulla costruzione di una sorta di romanzo della sua vita, riempiendo gli inevitabili vuoti con illazioni e aggiustando i materiali per dar vita a un racconto coerente. (...) La ragione addotta è che l'evidenza inganna, e un aneddoto apocrifo (...) può rivelare il carattere di un uomo meglio di qualsiasi storia vera". "Tuttavia, - avverte - io ho adottato un punto di vista assai più pedestre. Qui la verità è semplicemente quello che è accaduto. I fatti sono la cosa fondamentale. All'invenzione e alla speculazione ho preferito la ricerca". Completa il volume l'inedito La battaglia delle Aleutine (tradotto da Roberto San-tachiara), il resoconto, che Hammett scrisse insieme a Robert Colodny, della guerra combattuta nelle isole dell'Alaska contro i giapponesi nel 1942-43. (M.P.) Richard Layman, shadow Man, vita di Da-shiell Hammett, ed. orig. 1981, trad. dall'inglese di Massimo Gezzi, pp. 424, €18, Sartorio, Pavia 2006 Shadow Man, l'ormai classica biografia di Richard Layman, rappresenta una guida indispensabile per chiunque voglia saperne di più sul maestro della "scuola dei duri". Mentre ricostruisce su solide basi filologiche l'intera produzione di Hammett, compone un racconto dettagliato della sua vita personale: la famiglia, le donne, i problemi di salute dovuti all'abuso di alcool e alla tubercolosi, le esperienze come agente della Pinkerton, i successi e i fallimenti professionali che lo seguirono da costa a costa, i periodi trascorsi nell'esercito durante le due guerre mondiali, la passione politica e il costante impegno in favore dei lavoratori e delle minoranze, i mesi trascorsi in prigione per essersi rifiutato di tradire gli amici comunisti; fino agli ultimi anni trascorsi in solitudine, sempre più malato, accudito solo dalla gover- Gore Vidal, navigando a vista, ed. orig. 2006, trad. dall'inglese di Caterina Cartolano, pp. 296, € 17,50, Fazi, Roma 2006 A undici anni dall'uscita di Palinsesto (1995), l'autobiografia dei suoi primi trentanove anni, Gore Vidal riprende in Navigando a vista il filo sospeso dei ricordi, raccontando la sua vita dal 1964 a oggi. Il titolo del libro deriva da un episodio della sua esperienza di ufficiale della marina, quando, presso le isole Aleutine, il brutto tempo si accaniva così spesso sulla nave da rendere inservibile ogni bussola. Non diversamente, Vidal, tanto oltraggioso e demistificante allorché rievoca il passato, cerca a tentoni il bandolo di una letteratura in decadenza e di una società in preda al caos, che descrive attraverso le profezie di catastrofe della Dunciad di Alexander Pope. La poetica di questa scrittura ironica e pungente, che divaga a piacimento lungo l'asse del tempo secondo la lezione di Montaigne, è la stessa di Palinsesto: una re-visione che in parte cancella e in parte conserva l'originale, mentre riscrive sopra il primo strato di testo. Il volume ha così la forma di un romanzo della società americana, con prese di posizione sempre nette, come nel caso dell'assassinio di Kennedy; a brillare di maggior forza poetica sono però i ricordi della storia d'amore con Howard Auster. La descrizione degli incontri con amici come Tennessee Williams e Paul Bowles, Federico Fellini e Italo Calvino disegna un affresco di modelli letterari e cinematografici. L'in-tertesto più marcato va cercato però in scrittori della menzogna come Evelyn Waugh e Truman Capote: il libro vive infatti sulla convinzione che il genere biografico sia per sua natura una scrittura dell'inganno. Sennonché l'arguzia di Vidal volge ogni volta il pettegolezzo in metaletteratura, elevando la finzione al quadrato, come quando, verso la fine, liquida le ultime biografie che sono state scritte su di lui con la stessa grazia con cui Cervantes faceva sbeffeggiare a don Chisciotte gli strafalcioni di Avella-neda. Luigi Marfè William Saroyan, dove vanno a finire le ossa?, ed. orig. 1984, trad. dall'inglese di Marina Premoli, pp. 250, € 15, Archinto, Milano 2007 Grande dimenticato della letteratura americana del dopoguerra, voce distinta di una particolare immigrazione, quella armena, William Saroyan andrebbe riletto alla luce del culto creato intorno a un altro grande immigrato, John Fante, che esplicitamente in Saroyan dichiarò di aver trovato un maestro. Archinto, con rara sensibilità, propone una selezione curata in originale da Robert Setrakian del diario che lo scrittore tenne tra il 1980 e il 1981 prima di morire a settantun anni di cancro. Troviamo, suddivisi da capitoli parlanti quali La discarica dei ricordi, Ancora necrologi, o Adios, mucha-chos, la torma, a tratti confusa, a tratti lucidissima, dei pensieri che attraversarono la sua mente in quei due lunghi anni di congedo dal mondo e dalle persone care. Per chi conosce l'umorismo, lo speciale distacco, l'odio furioso per ogni modello di stampo accademico di Saroyan, queste pagine sono un vero tuffo nelle sue idiosincrasie, nelle sue ossessioni, nel suo rapporto con il padre, con le donne, con il canone letterario. Si segnala, in particolare, il commento su Henry James giudicato da Saroyan "neutro" come se "non avesse mai avuto un'erezione". Per lui la vita non si confuse mai con la letteratura, ma fu l'opzione prima e irrinunciabile. Scrivere fu un atto naturale come quello di descrivere l'albero di mele davanti all'orfanotrofio di Oakland dal suo letto di piccolo malato. Vengono i primi successi, i grandi incontri della vita (con Laurence Olivier, per esempio), il rapporto con gli scrittori contemporanei e, infine, il ritiro nella casa di Fresno in California. Dove malinconicamente si accorge che i libri sono ormai contaminati dalla nebbia di San Francisco: "C'è muffa da tutte le parti esposte, ma ognuno di loro è fatto delle sua intrinseca verità, oppure di una falsità così buffa da valere altrettanto". Correda il volume un'utilissima bibliografia delle opere tradotte in italiano. Camilla Valletti Martin Gottfried. Arthur Miller. La biografia, ed. orig. 2003, trad. dall'inglese di Candida D'Aprile e Martina Rinaldi, pp. 487, €20, Cooper, Roma 2006 L'impianto dell'opera rispetta i canoni del racconto biografico, delineando dapprima la formazione e gli esordi di Arthur Miller, poi il periodo di maggior successo, la crisi e il declino, e infine la fase detta di "resistenza e sopravvivenza". La narrazione giunge fino al 2002, anno della morte dell'ultima moglie, Inge, che con Miller era sposata da quarant'anni. La breve nota del traduttore, tuttavia, riassume anche gli eventi successivi, fino alla morte, sopraggiunta nel febbraio 2005. Ciascuna delle quattro parti in cui il volume è suddiviso viene affrontata con grande serietà. Il rischio di fare della biografia una collezione di aneddoti sulle star degli anni cinquanta o un album fotografico hollywoodiano viene brillantemente evitato puntando costantemente i riflettori sulle opere di Miller, di cui si ripercorre la genesi, si analizzano trama e caratteristiche e si riportano le reazioni del pubblico e la ricezione in America e all'estero. L'indagine di Gottfried non si sofferma morbosamente sugli episodi chiacchierati della vita del drammaturgo, bensì ruota sempre intorno al rapporto tra esistenza e produzione artistica, cogliendone le reciproche influenze e suggestioni. Certo non mancano vividi dettagli della storia d'amore con Marilyn Mon-roe o del turbolento rapporto di amicizia e collaborazione con Elia Kazan, ma la loro funzione è quella di vivacizzare o approfondire il racconto, non di costituirne la materia prima. Il ritratto che ne emerge è quello di un artista serio e appassionato e di un individuo schivo e poco avvezzo al divismo, un uomo giunto al successo non tanto per via di un irresistibile talento innato, ma grazie alla determinazione e alla capacità di superare i momenti difficili e conservare la fiducia in se stesso. Da Erano tutti miei figli a Uno sguardo dal ponte, da Morte di un commesso viaggiatore a li crogiuolo, la biografia segue l'opera letteraria dalla genesi fino all'accoglienza riservatale dal pubblico internazionale, ricollegando l'esperienza artistica a quella biografica in modo credibile e avvincente. Se la narrazione tradisce ammirazione e rispetto per le doti del drammaturgo, Gottfried non idolatra il suo protagonista; al contrario, talvolta si prende la libertà di rimproverargli qualche difetto caratteriale o qualche piccola menzogna espressa nella sua autobiografia, Svolte, smascherandola con tanto di dati alla mano. E proprio la precisione documentaria del libro ne rappresenta un notevole pregio: lettere del drammaturgo e dei suoi familiari, articoli di giornale di suo pugno o sul suo conto, attestati e verbali delle istituzioni presso cui ha lavorato, interviste ad amici e conoscenti calano il lettore nell'atmosfera di quegli anni e gli permettono di cogliere una molteplicità di aspetti della personalità di Miller che altrimenti resterebbero in ombra. Insomma un lavoro diligente ma brioso, che può contribuire ad avvicinare un grande autore ai lettori e agli appassionati di teatro italiani. Ilaria Rizzato • IO cq O OQ